Le pallottole
del tabaccaio e quelle
dei suoi concittadini

Come si faccia a confondere sette colpi di pistola sparati alla schiena di tre ladri in fuga con la legittima difesa proprio non so. Se a sparare non fosse stato solo un tabaccaio della provincia di Torino, mi verrebbe da pensare ad un plotone di esecuzione, come ne ho visti al cinema e come è accaduto in tutto il mondo.

Però in Italia, si è da tempo rinunciato a far giustizia in questo modo: l’ultima volta i “giustiziati” furono tre banditi (“barbari” li definì la Stampa nel titolo all’articolo di cronaca). I tre avevano massacrato a colpi di spranga dieci persone, mentre tentavano di rubare in una cascina di Villarbasse, in provincia di Torino. Si era nel 1947. L’Assemblea costituente non aveva concluso il suo lavoro. La Costituzione avrebbe escluso dal nostro ordinamento la pena di morte.

Regressi

Con lo scorrere degli anni non è detto che si migliori.

Può essere invece, come dimostrano le ultime vicende nel nostro Paese, che si regredisca, che qualcuno sia infastidito dalla democrazia e con le pratiche che ne conseguono, che qualcuno rimpianga il Medioevo o il Far West e immagini vasti territori digitali che consentano al “popolo” di rispondere con un sì o con un no ai quesiti posti da alcuni “illuminati” (pensate: Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista !!!) oppure auspichi fortilizi dalle cui torri sia possibile sparare contro chiunque mostri segni di invadenza e non si fermi neppure di fronte ai ponti levatoi alzati, ai porti chiusi, alle saracinesche abbassate. 

In un caso o nell’altro saremmo ben oltre la nostra Costituzione, la democrazia, il patto sociale… Il tabaccaio di Pavone Canavese, paese peraltro ricco di un agguerrito e turrito castello, malgrado abbia sparato sette colpi di fila con il suo revolver dal balcone di casa, malgrado abbia fornito una versione dei fatti smentita dagli inquirenti (l’aggressione e la colluttazione in cortile) si meriterebbe il silenzio, in attesa di giudizio e di sentenza definitiva.

Potrà consolarsi ricordando la paura, potrà sognare scene da saloon con il killer spietato nella classica divisa nera dei killer e gli occhi di ghiaccio alla porta della tabaccheria, potrà persino fantasticare che una pistola animata si sia messa a sparare a raffica per conto terzi.

Lasciamolo in pace: s’accorgerà della disgrazia che gli è capitata, come altri in situazioni più o meno analoghe hanno poi penosamente riconosciuto (per quanto a nessuno siano scappati sei o sette colpi di pistola uno dietro l’altro).

Il senso perduto della tragedia

Invece non si può tacere dei suoi concittadini scesi in corteo con fiaccole e forconi a caccia di qualche altro moldavo oltre quello assassinato, alzando uno striscione con il quale dichiaravano: “Siamo tutti Franco”. Quattordicimila pallottole bollenti.

La solidarietà per qualche voto in più di Salvini non aggiunge nulla al figuro Salvini, quella di duemila concittadini del tabaccaio Franco induce a pensare tristemente, amaramente, non per la manifestazione di solidarietà ad una (soltanto) delle due vittime, ma perché non si avverte il senso della tragedia, perché non si riconosce l’abisso nero nel quale si precipita se una vita umana vale meno di una stecca di sigarette (la legge riconosce il valore del patrimonio, ma avanti a tutto colloca il valore della persona).

Perché non turba nessuno di quei duemila la breve sequenza di un ragazzo che si trascina per pochi metri e nel sangue s’arrende alla morte (senza aver lui sparato un colpo).

Salvini dirà: “Avesse fatto il muratore, sarebbe ancora qui”. Forse i concittadini del tabaccaio han creduto d’essere al cinema, quasi per certo non avranno mai visto un uomo morire così, forse avranno pensato che non è stato uno dei loro a morire così, che il dolore è solo degli altri.
Si potrebbero elencare a lungo le ragioni di tanto tradimento della cultura, dei valori della convivenza, degli stessi insegnamenti della religione, della pietà umana…

La corruzione di un popolo

Il colpevole non è Salvini, un rozzo opportunista con vocazioni fascistoidi (siamo nella tradizione di certi ambienti leghisti). Ci vuol altro per corrompere un popolo: la televisione, il consumismo che realizza il culto della merce, la scuola che fallisce il suo compito, l’informazione che non “forma” e che solo riesce ad enfatizzare il peggio (tranne eccezioni ovviamente non percepite dai più).

Salvini però non s’è risparmiato nel seminare paure, nel dispensare pregiudizi, nel mostrare le virtù delle armi (e nel mostrare se stesso armi in pugno) e nell’illustrare i suoi rimedi, non il lavoro o l’istruzione o forze dell’ordine abbastanza forti per prevenire, ma rimedi più sbrigativi, come quelli adottati dal tabaccaio di Pavone Canavese.

Salvini ha imposto, per rispondere alle paure da lui stesso seminate, la sua legge sulla legittima difesa, che al di là delle valutazioni di costituzionalità, al di là delle possibili critiche degli esperti, delle ambiguità, delle incongruenze, delle maglie allargate, lascia credere agli italiani che si può sparare, che l’impunità è garantita. Che si può uccidere.

Il raggiro

In settant’anni di storia repubblicana non si è mai tanto nominata la legittima difesa come adesso, proprio quando tutte le statistiche raccontano del calo di un certo tipo di delitti.

Viene spontaneo chiedersi come gli italiani, un popolo di antica cultura, possano innamorarsi di una simile mascalzonata, come si rifiutino di comprendere il raggiro, come possano riconoscersi nel clima di terrore inventato dal capo leghista (non chiamiamolo leader: gli fa troppo onore), come possano infine sposare una legge (che ovviamente non conoscono) che rende la legittima difesa un confuso senso comune autoassolutorio.

Quello che può trasformare una persona per bene, come il tabaccaio di Pavone Canavese, in un potenziale assassino.