Le madri costituenti, 21 donne che hanno lasciato il segno

Meryl Streep, da immensa attrice quale è, trasmette con il linguaggio del corpo, prima ancora che con le parole, il senso di inadeguatezza che attanaglia Kate Graham, proprietaria del Washington Post, quando deve decidere sui Pentagon Papers. Nessuno si aspetta da lei la decisione, lei stessa non si sente preparata a decidere, educata com’era in un mondo che le chiedeva di essere figlia, moglie e madre (“ero felice così”), non capo di una importante impresa editoriale.

Il paragone mi è venuto spontaneo leggendo il libro pubblicato per i 70 anni della Costituzione dalla Fondazione Nilde Iotti, Costituenti al lavoro. Donne e Costituzione 1946-1947, Guida Editore, pagine 355, Euro 20. C’è qualcosa che collega la vicenda raccontata da The Post alla storia delle nostre madri Costituenti. Non solo il dato anagrafico: Katherine Graham, nel 1971, ha più o meno l’età delle più giovani fra le 21 donne che nel 1946 erano state elette alla Assemblea Costituente. Come loro è cresciuta in un mondo che le assegna un ruolo codificato nella famiglia e nella dimensione privata. Lo spazio pubblico essendo circoscritto agli uomini, i quali non nascondono il pregiudizio e un “affettuoso” sarcasmo, quando le circostanze storiche sbalzano fuori le donne da quella dimensione limitata ma rassicurante.

“Il 2 giugno 1946 furono elette 21 donne: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste, 1 dell’Uomo Qualunque, il 4 per cento del totale … “(Livia Turco pag 12). Queste ragazze e donne, un gruppetto sparuto in un’Assemblea di 556 eletti, sono persone straordinarie, sbalzate anche loro nella Storia dalla ribellione morale al fascismo, dalla attività clandestina nei Gruppi di difesa della donna, nella Croce rossa o nel Soccorso rosso, nei gruppi partigiani combattenti.

Hanno, ricorda Livia Turco, un forte rapporto con il popolo e il territorio di provenienza, che sentono di dover rappresentare con rigore, sicché nel lavoro alla Costituente riescono a portare istanze sociali ed economiche, di eguaglianza e parità che conoscono molto bene non solo sulla propria pelle, ma su quella delle donne e dei bambini con cui sono entrate in rapporto. Partecipano in prima persona di quello che Pietro Scoppola descrive come “il vissuto di tutti gli italiani e le italiane, la memoria delle grandi prove patite, il grande patrimonio etico che è l’eredità della Resistenza intesa nel suo significato più profondo”. Alcune di loro sono giovani e belle, come Bianca Bianchi, “seguendo un cliché che stenta a essere abbandonato, le cronache si occupano di lei non per parlare del suo lavoro, ma piuttosto del suo abbigliamento e dei suoi capelli biondi” (Elena Marinucci, pag. 31). O giovanissime, come Teresa Mattei che a 17 anni fu espulsa dalla scuola per aver contestato la lezione fascista sulla razza.

Il gruppo delle democristiane è veramente straordinario, alcune di loro, Angela Gotelli, Laura Bianchini, Elsa Conci, Maria Jervolino, Maria Federici vengono dall’esperienza della FUCI, che era, racconta Paola Gaiotti De Biase, “l’unica sigla associativa di quegli anni che unisse giovani di entrambi i sessi in una realtà sociale, l’università, da sempre segnata da un forte maschilismo, ancora aggressivo, come la Goliardia”. Molti vescovi diffidavano di quella esperienza perché non si deve “mettere insieme la paglia con il fuoco”. Le ragazze della FUCI, rispondevano con una canzoncina: “Siamo paglia o siamo fuoco?”. “Ancora oggi – scrive Paola Gaiotti de Biase a proposito di Angela Gotelli – spesso si sente qualificare le democristiane di allora come bacchettone, eppure la Gotelli inizia il suo intervento (al convegno delle donne democristiane del 1948): ‘Cominciamo dall’adulterio’ … con un tono netto e inequivocabile contro la legislazione esistente, dove si stabiliva ‘La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno’. Il delitto era punibile a querela del marito”.

Eppure, molte di loro, se si fa eccezione per Nilde Iotti e per Angelina Merlin, sono state a lungo dimenticate, come si vede anche dalla bibliografia in fondo al libro: testi che risalgono, nella gran parte, agli anni 2000. Un oblio che trova in parte spiegazione nel fatto che molte non furono ricandidate o scelsero di non ricandidarsi. “Fra le motivazioni principali che hanno indotto a lasciare, – scrive Fiorenza Taricone – certamente possiamo citare la misoginia dei partiti, già molto evidente nelle discussioni sulla stesura della Costituzione… Va aggiunto il disagio che le stesse donne provavano nei confronti di un mondo che avevano conosciuto tardi, senza alcun tirocinio”. La sottolineatura è mia: il senso di inadeguatezza che prevale, superata l’emergenza che ti ha catapultato nella storia, come nel caso del personaggio interpretato da Meryl Streep. La gran parte delle 21 non smette di impegnarsi nella società, nella scuola, negli enti locali, non lascia la stessa attività politica, ma si colloca nelle retrovie.

Nonostante il numero esiguo, le Costituenti condussero e riuscirono a vincere battaglie importanti. Livia Turco elenca gli articoli della Costituzione nei quali è inciso il lavoro delle parlamentari: gli articoli 3, 29, 30, 31, 37, 48, 51.

Articolo 3: “senza esclusioni di sesso”, 29: “Uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”. 30: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio… La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”.

La formulazione dell’articolo 30 è frutto di un dibattito aspro che porta a un compromesso. Il riconoscimento dei figli naturali è tema che sta molto a cuore, scrive Elena Marinucci, alla socialista Bianca Bianchi: “Se si considera che la questione è stata parzialmente risolta solo con la Riforma del Diritto di famiglia nel 1975, si può apprezzare l’impegno antesignano di Bianca Bianchi che tra l’altro su questo tema ebbe fra i suoi più accaniti avversari personaggi del calibro di Giovanni Spadolini”. 31: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia”. 37:” La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Anche il termine essenziale è frutto di dibattito e compromesso.

48: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne”. Le donne avevano appena vinto la battaglia per ottenere l’elettorato passivo. 51: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza”. Su questo articolo si svolse una battaglia importantissima, il pregiudizio maschile, infatti, esce allo scoperto, più che altrove nella convinzione che le donne non possano accedere alla Magistratura, “la donna, per sua natura, non è adatta a giudicare, non ha l’equilibrio per giudicare”. Opinione diffusa ma espressa, in particolare, da Giovanni Leone, con cui si scontrano Nilde Iotti e Maria Federici. Anche nel caso dell’articolo 51 la formulazione è di compromesso ma, quando finalmente le donne sono state ammesse ai concorsi, non c’è stato l’ostacolo della norma costituzionale.

Il grande risultato raggiunto dalle 21, scrive Livia Turco, si deve anche alla capacità che quelle donne ebbero di fare lavoro di squadra: “Pur avendo diverse formazioni culturali, pur essendo orgogliosamente democristiane, socialiste, comuniste, seppero costruire una formidabile alleanza tra di loro per incidere nella formulazione della Costituzione, iscrivendo in essa una nuova visione della donna, di rapporti tra donne e uomini, del rapporto genitori figli”.