Le idee per “riparare”
la sinistra
e dare un’anima al Pd

In tempi normali gli intellettuali sono utili, in tempo di rivolgimento sono necessari”: lo scrive Ralph Dahrendorf in “Erasmiani”. E c’è da crederlo. Tant’è che su questa scia abbiamo accolto l’invito di Goffredo Bettini a sollevare lo sguardo per costruire un’area di pensiero, una tribuna di idee, plurale, osmotica, in grado di affrontare la grande sfida del futuro dentro e post pandemia, dando il nostro contributo all’elaborazione di un manifesto. Perché certamente la fase che stiamo attraversando ci impone un sovrappiù di pensiero e di orizzonte strategico, perché dopo la pandemia nulla sarà come prima e certamente questa costituirà un limes, uno spartiacque tra il prima e il dopo.

Un partito lontano dalla società

Il Pd e tutto l’arco di forze che gravita a sinistra, per affrontare questa sfida titanica ha bisogno di assumere le grandi questioni con un’ottica libera, profonda, fuori dal giogo delle correnti. Il j’accuse doloroso di Zingaretti ha lasciato nudo il Pd di fronte ai suoi mali e ai suoi nodi irrisolti, chiamando tutti noi ad un’assunzione di responsabilità immediata, ad un’azione di riscatto.

Un Pd che ha dismesso il suo ruolo di cinghia di trasmissione nella società, di agente portatore delle istanze dei più deboli. Di fatto ripiegato su una classe dirigente impegnata eminentemente ad auto-perpetrarsi in una dimensione di governo. Lasciando tuttavia ad altri l’interpretazione del disagio di fronte alla globalizzazione che riduce spesso all’irrilevanza: emblematico in tal senso il recente rifiuto di sindacalizzazione dei lavoratori Amazon.

La destra, solleticando paure e rabbia, fa leva su una visione chiusa, oltremodo protezionistica. Proponendo ideologie, identità, un’idea di patria con tutto il corredo di riti e simboli, fattori non residuali nel vuoto diffuso. E dà “le forme” a quell’indistinto in cui naviga l’essere umano dell’oggi, davanti alla paura del caos di una globalizzazione che non controlla e spesso finisce solo per subire. Il Pd viceversa parla ai ceti colti con una proposta riformista complessa, ma senza il medesimo slancio valoriale e identitario: senz’anima e senza un’architettura certa. Per rigenerarla occorre un’idea di società e uno sguardo lungo e un lessico chiaro e incontrovertibile.

Mi sento di suggerire una parola chiave di questo nuovo lessico: “riparare”, che è poi sulla stessa scia semantica di “ricucire” o “rammendare”, come proposto da Piano, a proposito delle periferie urbane, o a “quelle dell’anima” da Papa Francesco con la sua dichiarazione recente – “Condividere la proprietà non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro” – ci induce ad assumere per “Le Agorà” l’accezione fondante di socialismo e cristianesimo.

Altrettanto dirompente è l’esempio di Greta Thunberg che ha incarnato il peso della battaglia del global warming e la sua rivoluzione culturale.
Dunque, “riparare”: i danni del capitalismo sfrenato, quelli ambientali e con forza, sul tema del lavoro. Insomma, per dirla con Tronti: “Bisogna rimettere in forma politica il conflitto sociale, che poi è la vera vocazione della sinistra”. E l’unica strada percorribile appare quella di aprire una prospettiva di pensiero e di progetto alle tante realtà che intendono collaborare e a tutti coloro che si sono allontanati perché delusi da una proposta priva di una coerenza etica e valoriale.

Ridare un senso al riformismo di sinistra

Convincente in tal senso l’auspicio di Letta: progressisti nei contenuti, riformisti nei metodi, radicali nei comportamenti. Ma il termine riformismo deve ritrovare la sua giusta declinazione, visto che un suo abuso semantico lo ha fatto brandire e appendere anche sui pennoni della destra. Per noi “il vero riformismo è quello che cambia i rapporti di forza, che migliora qualitativamente la vita delle persone, mettendo al centro gli esseri umani, non considerandoli una variabile dipendente dalla logica del profitto”. Per attuarlo invero occorre una classe dirigente all’altezza, scelta in base a criteri qualitativi e non di cooptazione e che sappia interpretare tre fattori che forse può essere comodo riassumere con tre C.
Coerenza: nelle scelte e nel percorso.
Competenza: sia in termini formativi che di prassi.
Credibilità: sia etica che politica.

Il Pd ha perso anche perché non ha saputo mantenere “coerenza” rispetto ai valori pronunciati. Perché spesso si è evidenziata una frattura tra ciò che si predicava e ciò che si metteva in atto. E se pur forte della sua carta valoriale, non sempre è valso lo stesso per chi è stato chiamato ad interpretarla: con forme di cooptazione fuori da una reale rappresentanza di interessi, di “competenze” o di esperienze maturate sul campo.

Questo ha generato una perdita progressiva di “credibilità”, che è poi la perdita di credibilità di tutta la politica. Dobbiamo far ritrovare senso alle parole, ma lo si potrà fare solo attraverso la “coerenza” della prassi rispetto agli enunciati.
Intanto, non dobbiamo rischiare di riproporre la trappola in cui siamo già caduti, quello di un riformismo dall’alto, pensando che lo stare al governo grazie ad una azione responsabile ci salvi. Serve altro.
Serve immergersi in un quotidiano sforzo di dialogo con chi fatica a comprendere la complessità del reale, offrendo senza alterigia un patrimonio saldo di valori.

Per “un partito-campo dei diritti, ma anche dei bisogni e dei doveri”, che imprima alla solitudine dell’individuo nella modernità liquida, come alla sua perversa esaltazione in un illusorio individualismo, una tensione collettiva. In un architrave del noi piuttosto che dell’io.
E’ il nostro più grande auspicio.