Covid: aprire, chiudere
L’insostenibile leggerezza
dei politici ballerini

Dal “riaprire dove si può” al “rischiamo di essere travolti”. Dai complimenti a Salvini (“la sua proposta è ragionevole”) all’ordinanza per Bologna rossa, intesa come zona. A Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna e cervello sveglio è bastata una settimana per comprendere che le aperture a favor di sondaggio vanno urlate quando il virus è calante, non certo crescente. Molti suoi colleghi, meno veloci, non l’hanno ancora capito. Il 10 febbraio scorso, nonostante un bollettino di 12.956 nuovi casi e 336 morti a livello nazionale, il governatore lombardo Attilio Fontana chiede di far ripartire gli impianti sciistici della Regione, il 22 invoca la riapertura dei ristoranti fino a sera, il 5 marzo… firma la chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado. Il motivo? “Se devo scegliere tra le decisioni di consenso e quelle necessarie alla salute, io sceglierò sempre quelle per la salute”. Appunto.

Il balletto delle regioni

L’8 novembre 2020 il governatore della Liguria Giovanni Toti affermava solenne di essere “pronto a chiudere negozi, bar e locali per salvare i cittadini”. Il 20 febbraio di quest’anno, con identica solennità spiega che “chiudere di nuovo il Paese non ucciderebbe il Covid ma la speranza”. Nel dubbio, dopo soli tre giorni firma un’ordinanza per chiudere tutte le scuole da Sanremo a Ventimiglia trasformando l’estremo ponente ligure in un arancione con cinquanta sfumature di rosso.

Nelle regioni del sud non va certo meglio: il 17 ottobre 2020 il governatore della Sicilia Nello Musumeci dichiara che: “L’ultima cosa che farei è chiudere le scuole”. Sette giorni dopo chiude tutte le superiori.

Manifestazione contro il lockdown

Solo i morti e gli stupidi non cambiano opinione, diceva James Russell Lowell, poeta americano dalla mente vivace e mutevole. E figuriamoci se di fronte a un nemico invisibile e un disastro mondiale senza precedenti non sia lecito cambiare idea. Il guaio è che quando le opinioni vanno e vengono con la cadenza di un metronomo cresce il sospetto che alla base di quelle ritmiche giravolte, più che una benefica illuminazione, si nasconda un’ipocrita conversione. La stessa che, nel lungo anno del Covid, ha spinto quasi tutti i presidenti di Regione a chiedere, nell’ordine, più autonomia (dalle scelte di Roma), più decisionismo (da parte del governo), più indipendenza (di nuovo da Roma).

Il 15 gennaio, in diretta facebook, il governatore De Luca annuncia che “la Campania punta ad essere la prima Regione Covid free del Paese e dell’Europa”. Subito dopo, nella stessa diretta, l’orgoglio regionale lascia il posto alla richiesta di “un provvedimento unico” e nazionale che superi la mai digerita divisione in zone. Già, l’autonomia regionale. Il 1 ottobre 2020 il Presidente Fontana spiega che “con l’autonomia avremmo gestito meglio la pandemia”. Il 28 ottobre, appena Guido Bertolini, coordinatore dei Pronto Soccorso Covid in Lombardia lancia l’allarme rosso (“Qui l’unica cosa da fare è chiudere tutto”) l’autonomismo di Fontana si sgonfia come un pallone: “Un eventuale lockdown è una competenza che spetta al governo: io potrei magari sollecitarla, ma non posso autonomamente assumerla”. Quando il governo divide l’Italia in zone diverse e riserva alla Lombardia quella rossa, Fontana compie la doppia giravolta e torna autonomista: “Questo è uno schiaffo ai lombardi! Hanno deciso sulla base di dati vecchi”.

Il re delle giravolte

Confusion will be my epitaph, cantavano i King Crimson. Ma il punto è proprio questo: è solo confusione o c’è dell’altro? Il dubbio cresce osservando il re delle giravolte Matteo Salvini, prima secessionista poi federalista quindi sovranista adesso europeista, ex indossatore di felpe di vario colore e messaggio, da quelle con “Prima il Nord” alle successive con “Viva il Sud”. Il 30 ottobre 2020 (31.084 nuovi contagi e 199 morti, quel giorno) è mattina quando gli chiedono se servirà un nuovo lockdown: “Se ci sono le necessità di farlo, è giusto farlo”. Alle 14 l’opinione è diametralmente opposta: “Chiusura totale? Sarebbe un disastro”, annuncia al mondo via Twitter. Ma il meglio di sé l’ex ministro del Papeete lo fornisce agli inizi della pandemia. Ecco un assaggio di quello che diceva giusto un anno fa:

– 24 febbraio 2020: “Non è il momento delle mezze misure: servono provvedimenti radicali. Servono controlli ferrei ai confini su chi entra nel nostro Paese” (Twitter).
– 27 febbraio 2020: “L’Italia riparte. Alla faccia di chi se la prende con medici, infermieri, governatori e sindaci” (Facebook).
– 29 febbraio 2020: “Il mondo deve sapere che venire in Italia è sicuro, perché siamo un Paese bello e accogliente, altro che lazzaretto d’Europa come qualcuno sta cercando di farci passare” (Porta a Porta).
– 10 marzo 2020: “Amici, esco preoccupato dall’incontro con il governo. Abbiamo chiesto misure forti, drastiche, subito: chiudere tutto adesso per ripartire sani. Fermi tutti! Chiudere prima che sia tardi” (dichiarazione ai giornalisti).
11 marzo 2020: “Tutta l’Europa diventi zona rossa” (intervista al Corriere della Sera).

La politica nell’eterno presente

L’elenco continua ma il messaggio, storpiando Belushi, è del tutto evidente: quando il gioco si fa duro, i furbetti iniziano a giocare. Giocano con le parole, con la logica, con la coerenza. E naturalmente con i sondaggi. Cosa che è ripetutamente avvenuta in questi lunghissimi dodici mesi di Covid.

Stefano Bonaccini

Nella strategia del consenso immediato non c’è spazio per le scelte difficili da spiegare e sostenere. Meglio cavalcare l’umore del momento, anche a costo di rimangiarsi le parole del giorno prima. Nella politica dell’eterno presente (il passato non c’è più, il futuro non ancora) la realtà diventa un’optional. Persino quella dei decessi arrivati a quota centomila e della terza ondata con accento inglese, ma anche quella del probabile lockdown nei fine settimana o della chiusura automatica delle scuole nelle aree con 250 contagiati ogni centomila abitanti. Perché anche quando i contagi e i morti ti riportano con i piedi per terra, ecco pronta una nuova giravolta. Un tweet, una battuta e si comincia da capo. Domani è un altro giorno.