Le due falle del Pd: da quindici anni ancora alla ricerca di un’anima

Una rimozione si aggira nell’attuale confronto sulle sorti del Pd, la vera materia di discussione del congresso. La rimozione del perché e del percome nacque quel partito. La domanda sul suo DNA. Ovvero: fu giusta la scelta stessa di aver dato vita al Pd? Forse per molti una domanda così radicale sarà oggetto di ripulsa. Ma se è vero come diceva Giambattista Vico che il destino delle cose è nel seme del loro nascimento, allora è d’obbligo risalire alle origini di una entità oggi così travagliata e indecisa come appare oggi il Partito Democratico. E a detta di tanti persino sull’orlo di una scissione. Senza per questo decretarne per forza lo scioglimento o la scissione, ma anzi nella prospettiva di una sua possibile autoriforma. E tuttavia l’analisi deve essere radicale, proprio per essere costruttiva.

Alle origini del Pd

pd sedeDunque partiamo dal 2007, senza voler andare per ora troppo indietro. Alle elezioni dell’anno precedente l’Unione, guidata dall’asse Dl e Ds, consegue la vittoria sia pur risicata sul centro destra, con 500mila voti in meno al senato e 50mila voti in più alla Camera. Risultato quasi in pari. Compromesso da fughe ed errori su Ici e fisco in campagna elettorale, e infine travolto da fattori giudiziari, massimalismo di Rifondazione, e polemica interna su referendum maggioritario divisivo. Ebbene, nel 2006 il risultato delle due forze chiave della coalizione fu il seguente: ai Ds andò il 17,5% dei voti, a Dl il 10,7%. Numeri che colpiscono, se raffrontati all’oggi. Perché i Ds non furono lontani dalle attuali percentuali del Pd, quelle del 25 settembre 2022, mentre il centro progressista cattolico era sopra le due cifre. Ben al di sopra di quel centro lib oggi occupato da duo Calenda-Renzi, e per di più attestato allora su una prospettiva sintonica e coalizionale. Oggi quella somma di consensi sarebbe stata il perno di una vittoria o quantomeno di un pareggio se sommata (seguendo la logica del Rosatellum) a pezzi di centro e a frange di sinistra anche minoritarie.

Certo, lo scenario è cambiato. Populismo, di destra e non, crisi finanziarie del 2008 e del 2011, pandemia e guerra, emergenze varie hanno mutato profondamente il quadro. Ma un dato resta innegabile. E cioè: la decisione di fare dell’Ulivo un partito coalizionale nel segno di una forza omogenea e ibrida ha alla lunga generato una diminuzione di consensi. Spiantato la sinistra dalle sue basi identitaria e sociali. E regalato il centro mobile ubiquo in parte alla destra, in parte a un centro neoliberale volto a riassorbire la sinistra. E in parte persino a un populismo trasversale ed estremista, centro riversatosi sia a destra che verso i Cinque Stelle. Con apice nel 30% grillino nel 2018.

Correnti, scissioni, sconfitte

Quanto al Pd, a partire dal 2007 (anno fatidico della sua nascita a Firenze) fu attraversato da sconfitte, crollo di leadership, lottapd-manifesto-strappato di fazioni, conflitto di anime. Rese di conti e ascese irresistibili di outsider poi travolti. dopo aver suscitato attese miracolistiche. Sicché, dopo la stagione blairista di Renzi avvennero ben due scissioni! Quella di Articolo Uno e quella di Renzi stesso. Entrambe in direzioni opposte. sinistra e centro liberale, a testimonianza di una lotta di anime e identità mai sopita. Ma con in mezzo un ceto politico governista e un altro radicato negli enti locali, che restano ormai le uniche strutture non liquide del Pd.

E allora una domanda si impone. Cosa c’è dietro tutto questo smottamento, punteggiato di governo, svolte, sconfitte, divisioni e relativa tenuta elettorale? Due problemi, riteniamo. Due falle aperte. La prima fu e resta la forzosa compressione di due mondi politici diversi, malgrado tutto vivi e confliggenti: il mondo post Dc e quello, socialista, post Pci. Compressione altresi arricchita da new entry generazionali e anche da nuovi ceti emergenti, con nuove idealità. Che non spostano per ora il quadro.

Salvare e riformare il Pd

pd microLa seconda falla resta la “forma partito primarie”. Un partito plebiscitato al vertice da utenti e cittadini con poteri diretti di nomina di organismi dirigenti e liste elettorali. E leader blindato da assemblea anch’essa nominata da primarie. Una assemblea come proiezione del leader vincente votato nei Gazebo e a stento bilanciato dai membri votati nelle liste concorrenti intestate agli altri leader. Ne deriva un partito personale, oligarchico e ristretto, oppure in equilibrio tra le correnti interne alle liste vincenti o perdenti. Salta cosi con election Day il confronto tra linee, schiacciato fatalmente su persone. Saltano le istanze intermedie permanenti. preposte al controllo e alla verifica della linea. Salta infine e da inizio la partecipazione di delegati eletti dalia base su mozioni o tesi. Cessa in definitiva di esistere la forma partito. Una profonda rottura con la storia e la società civile stessa. E che in forme del tutto peculiari e confuse mima il sistema presidenziale bipartitico USA, finendo persino per assecondare tendenze regressive e populistiche di destra. Con patina progressista.

In conclusione e tirando le fila di tutto questo ragionamento, per salvare e riformare il Pd occorre por mano a queste due falle strutturali. Identità evanescente e forma partito. Quanto alla prima falla, va sciolto il nodo: partito di sinistra neo socialista delle classi subalterne? Oppure dei diritti e dei lavori in generale, imprese incluse? E si badi, una sintesi è possibile ma un baricentro prevalente va trovato! Non basta il pragmatismo efficientista di programma di cui ci dà segnali Bonaccini. Infine le primarie. Ebbene a nostro avviso sono un tappo e un freno. Impediscono la selezione trasparente dei gruppi dirigenti e delle idee. Cancellando confronto, appartenenza e scelta di linea. E regalando il tutto al teatro dei media. Restino le primarie per cariche monocratiche e per temi generali. Ma smettano di essere il supplemento d’anima di un partito post ideologico e senza anima. E anche in virtù di esse sul crinale della sua estinzione.