Le donne in piazza:
“La libertà è nostra”

 

Voci di donne. Già ragazze e ragazze di oggi. Voci per ricordare ancora una volta che la violenza sulle donne è un problema della società, al di là del  genere.  Eccole. Sotto un sole estivo che saluta settembre strette attorno al palco che la Cgil ha issato all’imbocco dei Fori, a Roma. Ascoltano, parlano tra loro mentre si susseguono gli interventi prima che prenda la parola la segretaria della Cgil, Susanna Camusso.

Giovanna, 15 anni, è arrivata con tre amiche. Rivendica il diritto ad indossare quei pantaloncini corti che, fuori della spiaggia, per molti uomini sono il lasciapassare per molestie, sguardi, commenti. Una provocazione consapevole e  non un indumento normale,  che non giustifica nessun atto di violenza. “La libertà per me è la possibilità di circolare vestite come si crede, all’ora che decidiamo noi, nei luoghi dove vogliamo stare. A nessuno è consentito limitare la libertà di nessuno” insiste la ragazza, che ha ben chiaro quale sarà la sua battaglia futura.  Francesca, anche lei studentessa delle superiori, come la pensa lo porta scritto sulla maglietta “The future is  female”  e sulla fronte ha legato il nastro che afferma “Riprendiamoci la libertà”. Con lei c’è la mamma, Anna. Due generazioni che si danno la mano. Insieme a combattere per il diritto di sentirsi libere, a cercare di scuotere anche quante pensano che fin quando la violenza non le riguarda, non le tocca, in realtà non esiste.

Distruggere gli stereotipi  che misurano una distorta moralità con i centimetri di pelle più o meno esposti, battersi per fare che la capacità di denuncia diventi un valore condiviso. Coinvolgere gli uomini sani nella battaglia più odiosa che le donne da sempre sono chiamate a combattere contro la violenza, troppo spesso nel chiuso delle mura familiari. Che non è solo fisica. Ma nel dopo si accanisce di nuovo attraverso parole a cui è stato tolto il senso e sono diventate nuovi strumenti  di violenza.

Alle donne (ma anche tanti uomini) radunate a Roma ha parlato Susanna  Camusso rivendicando un uso di parole che non suonino  come una chiamata alla corresponsabilità. In contemporanea, in altre cento piazze d’Italia , si sono ritrovate altre donne e altri uomini. La segretaria generale della Cgil ha segnalato “piccole cose” che potrebbero già cambiare le cose. A cominciare da “un codice del rispetto” nei confronti delle vittime da parte dei media. Ricordando alle forze dell’ordine che “viene prima la parola di una donna spaventata che quelle di chi è intorno a lei e la smentisce”. E ricordare ai magistrati che davanti a una denuncia bisogna fare in fretta. “Se la cronaca è quella che abbiamo visto non pensiamo che una donna sarà ancora più impaurita a denunciare?”. E che le parole usate nel racconto morboso, che indugia nei dettagli di una violenza, diventano un muro più alto da superare.

Per superare la regressione di questi anni, per far sentire alle donne che non sono sole nel “rompere il cerchio di silenzio che sembra essersi creato”, bisogna ricominciare a fare risentire la voce delle donne. Nelle piazze, nelle istituzioni, sul lavoro,  troppo spesso proprio il luogo dove si consumano violenze morali e fisiche. Bisogna condurre una battaglia collettiva in cui tutti hanno il dovere di sentirsi coinvolti. Ogni femminicidio è una sconfitta per ognuno di noi.

Di qui l’appello lanciato dalla Cgil per un cambio di rotta che parta dal linguaggio; appello che Camusso ha invitato a continuare a sottoscrivere, come hanno fatto già migliaia di personalità e persone non famose. “Avete tolto senso alle parole”  è il titolo della mobilitazione nazionale “per chiedere agli uomini, alla politica, ai media, alla magistratura, alle forze dell’ordine e al mondo della scuola” di modificare comportamenti e linguaggi, arrivando ad un’assunzione di responsabilità collettiva di questo dramma.  Perché “la violenza maschile sulle donne non è un problema delle donne che non vogliono far vincere la paura e rinchiudersi dentro casa”.  Perchè “volete togliere senso ai numeri che parlano di un dramma. Non sapete quanto pesa denunciare e quale scelta sia. Ogni denuncia porta con sé la nuova violenza di cronache morbose, pornografiche, che trasformano le vittime in colpevoli. Non sapete dare un senso al silenzio che le donne scelgono, o a cui sono costrette, e lo occultate nelle statistiche che segnano una lieve diminuzione delle denunce, seppellendo nei numeri il peso permanente della violenza, degli stupri, dei femminicidi.  Avete tolto senso alle parole quando trasformate la violenza contro le donne in un conflitto etnico, razziale, religioso”.