Le criptovalute energivore dietro alla crisi nel Kazakhstan

I gravi disordini in Kazakhstan rischiano di entrare nella storia come la prima grande crisi politica internazionale provocata dalle criptovalute. Mentre gli scontri infuriano dalla metropoli Almaty alla capitale Nur-Sultan  e alle città della parte occidentale dell’immenso paese, non è prevedibile come evolveranno gli eventi: verso un intervento armato della Russia a sostegno del vacillante regime di Qassim-Jomart Tokayev o una più morbida missione di peacekeeping del CSTO, l’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva che raggruppa 5 repubbliche ex sovietiche (oltre alla Federazione russa e al Kazachstan, l’Armenia, la Bielorussia, il Kirghizistan e il Tagikistan). Ieri i primi mezzi militari russi sono comparsi nel paese: avanguardia di un intervento massiccio a fianco delle forze kazache o prima mossa di una missione comune? Vedremo. Per ora si sa già che se gli aiuti militari salveranno il regime, questo sarà comunque costretto ad andare ben oltre il blocco degli aumenti del gas decretato sotto l’incalzare dei movimenti di piazza:  la crisi ha una ragione strutturale indotta dalla speculazione internazionale. Il gas, di cui il Kazachstan è uno dei più grandi fornitori mondiali, ha più che raddoppiato il suo prezzo perché il sistema dell’approvvigionamento energetico è andato in crisi dopo che migliaia di società di “miningBitcoindelle cryptocorrencies sempre alla ricerca di energia elettrica a buon mercato hanno trasferito qui dalla Cina i giganteschi computer che, sempre accesi, producono gli algoritmi necessari all’”estrazione” del “prodotto moneta”. Qualche migliaio di speculatori e qualche centinaia di società fantasma stanno mettendo in ginocchio uno stato che per estensione è il nono al mondo. Con il rischio che la crisi si allarghi e diventi un nuovo, pericoloso, capitolo della contesa tra l’occidente e la Russia di Putin. Ieri sera, dopo molte ore di prudente silenzio, la Casa Bianca ha lanciato un ammonimento a Mosca: se le vostre truppe non rispetteranno i diritti umani in  Kazakhstan ci saranno “dure conseguenze”.

Tremenda instabilità

Insomma, con la crisi kazacha è arrivata la conferma di quello che gli economisti e i più avvertiti tra gli osservatori, gli operatori finanziari e pochi, in genere inascoltati, politici vanno denunciando da tempo: la diffusione incontrollata di valute speculative affidate soltanto al gioco della domanda e dell’offerta, sfuggenti a qualsiasi autorità monetaria pubblica, nazionale e internazionale, e a qualsiasi governo mina nel profondo la sovranità degli stati introduce una tremenda instabilità economica che non può non avere alla lunga effetti politici devastanti.

Le conseguenze tremende di questa dissennata deregulation sono ingigantiti dal fatto che essa si produce in un paese già alle prese con una pesante crisi economica, pericolosamente esposto alle oscillazioni di mercato dei prezzi di tutte le materie prime che produce, a cominciare dal petrolio (che da solo rappresenta il 60% delle intere esportazioni dell’ex Unione Sovietica) al gas al carbone al ferro al frumento e persino all’oppio, il cui traffico continua nonostante i teorici divieti. Un’economia devastata dalla corruzione endemica frutto del monopolio assoluto del dominio esercitato, prima come segretario generale del partito comunista kazacho e poi, dopo la dissoluzione dell’URSS, come presidente e “padre della Patria” da Nursultan Nazarbayev che nel 2019 si è dimesso all’età di 78 anni conservando però la carica (e il potere) di presidente del Consiglio di Stato e godendosi la soddisfazione di veder ribattezzata col suo nome Nur-Sultan (Sultano della luce) la capitale del paese Astana.

Rivolta contro “il vecchio”

Nursultan Nazarbeyev

Molti ritengono che obiettivo della rivolta di questi giorni sia proprio lui, “il vecchio”, considerato ancora il vero padrone del paese, ben più del governo che si è dimesso allo scoppiare dei primi disordini e del suo delfino Tokayev considerato poco più che una marionetta.

Ma dietro alle durissime proteste popolari di questi giorni c’è solo il malcontento per i rincari del gas, insopportabili in un paese dal clima freddissimo e in cui la maggior parte dei veicoli privati viaggia con il gpl, fino a qualche settimana fa molto a buon mercato? Il governo di Nur-Sultan, spalleggiato dalle comunicazioni ufficiali di Putin e del ministero degli Esteri di Mosca, ha sostenuto che dietro le sommosse ci sarebbero “gruppi stranieri” che appoggerebbero i “terroristi” interni. Uno scenario consueto per la propaganda russa, sempre pronta a denunciare complotti stranieri e terroristi all’opera dietro ogni manifestazione politica contraria al regime dei paesi amici. Però va detto che l’ipotesi che i disordini siano almeno infiltrati da agitatori stranieri – si è parlato di militanti afghani – sembrerebbe trovare qualche credito nella particolare efferatezza di alcune azioni dei rivoltosi, come la decapitazione di almeno tre poliziotti. A dire il vero altrettanta brutalità si è vista dall’altra parte: ad Almaty agenti e soldati hanno sparato a più riprese sulla folla e pare che ci siano più di un centinaio di morti.

Qassim Jomart Tokayev

L’eventualità di un’infiltrazione del terrorismo jihadista in un paese in cui i musulmani sunniti sono più del 70% (e i cristiani ortodossi meno del 25%) può spiegare, ovviamente, la preoccupazione evidente e pubblicamente espressa con cui a quel che succede nel grande vicino del sud si guarda a Mosca. Ma non c’è solo il terrorismo (eventuale) a turbare i sonni di Vladimir Putin. Il Kazakhstan ha più di seimila chilometri di frontiere con la Federazione russa. Dall’altra parte, a sud-est, c’è la Cina e a sud le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, una delle quali, l’Uzbekistan (che non fa parte del CSTO), dopo la morte nel 2016 del presidente Islam Karimov, il quale come il collega del nord Azarbeyev aveva iniziato il suo cursus honorum già ai tempi dell’URSS, ha avuto un clamoroso avvicinamento – strategico, come è stato definito da tutte e due le parti-  agli Stati Uniti dell’amministrazione Trump. Una brutta spina nel fianco per i vicini e soprattutto per Mosca.

La prudenza delle prime ore, come abbiamo detto, è stata rotta da Washington con un avvertimento che ricorda quelli fatti arrivare a Mosca, nelle settimane scorse, a proposito del conflitto nel Donbass e alle manovre militari prossime al confine con l’Ucraina. C’è da aspettarsi che anche dal vertice della NATO arrivi un altolà al Cremlino, mentre le raccomandazioni  alla moderazione rivolte dalla Commissione europea “a tutte e due le parti” farebbe pensare all’adozione da parte delle istituzioni europee di una strategia meno conflittuale con Mosca di quella adottata in relazione alla crisi con l’ Ucraina. Forse nella convinzione, di cui a Bruxelles pare esserci più consapevolezza, che conviene a tutti non dare ulteriore alimento alle ossessioni di accerchiamento che in Russia finiscono per consolidare il potere dispotico di Vladimir Putin.