Le colpe degli squadristi fascisti non sono solo degli squadristi fascisti

Si è detto e scritto che bisogna distinguere: gli squadristi fascisti che hanno dato l’assalto alla CGIL e cercato di raggiungere Palazzo Chigi e Montecitorio erano una minoranza fra le tante persone che si erano raccolte nel centro di Roma per protestare pacificamente contro il green pass. Essi avrebbero, anzi, danneggiato la causa di chi protesta e non condivide certamente quella violenza.

Ma dobbiamo chiederci: è proprio così? È del tutto ovvio che le responsabilità penali per quanto è successo non possono essere estese a chi ha semplicemente (semplicemente?) espresso proprie insindacabili opinioni senza commettere né reati né violazioni palesi delle regole della civile convivenza. Ma c’è qualcosa che va oltre il codice che punisce i reati, qualcosa che non può essere giudicato in un tribunale ma che ha un peso, enorme, nel sistema delle relazioni che regge una società.

Una responsabilità morale, quella sì, c’è ed accomuna coloro i quali manifestano senza bastoni e cattive intenzioni a quelli che picchiano, feriscono e distruggono. È la prevaricazione, la pretesa di affermare la propria concezione del mondo contro quella degli altri, di considerarla superiore ascrivendola alla categoria della “libertà” (la propria, non quella degli altri), tale da giustificare ogni azione. In fondo, uno sfrenato individualismo. O, se si vuole, un sovrano disprezzo per la comunità e per la Costituzione italiana che sui valori della comunità si fonda.

Fascismo di ieri e di oggi

Si rincorrono, in queste ore, i paralleli storici. Un secolo fa accadeva in Italia qualcosa di molto più grave ma in fondo simile, nella sostanza, a quello che si è visto ieri. Anche allora le sedi dei sindacati venivano assaltate, e poi si incendiavano i giornali, si picchiavano e si uccidevano le persone per strada, si andava a linciare gli avversari politici. Allora il grido di battaglia non era “Libertà” ma “Patria”, “Onore”, vendetta per la “Vittoria Mutilata”: una parte politica si arrogava il diritto di affermare la propria libertà di azione negandola agli altri in nome di quelli che spacciava come valori superiori. Era il fascismo, si dirà, e oggi il fascismo non c’è perché la Storia, per fortuna, ci ha portati da tutt’altra parte.

Certo, non c’è quel fascismo, quella concatenazione di eventi che portarono alla dittatura e poi alla guerra, ma c’è una predisposizione d’animo molto diffusa alla cieca affermazione di propri presunti diritti che sono la negazione dei diritti degli altri. Sono italiano, e casa e lavoro spettano prima (o solo) a me, gli stranieri non possono essere trattati come se fossero uguali a me, costruisco la mia casa dove e come voglio, il ristorante è mio, lo apro quando pare a me pure se c’è il lockdown, non mi vaccino perché son libero di non farlo e al diavolo tutti gli altri. Se infetterò qualcuno, se finirò in terapia intensiva, o ci manderò qualcun altro, pazienza. È un prezzo che quel qualcun altro pagherà alla mia “libertà”…

I distinguo di Giorgia Meloni e il monumento a Graziani

Si è detto e scritto che bisogna distinguere: non tutta la destra esercita queste forme dannate di egoismo sociale. Non tutta, è vero, ma una larga parte sì, ed è il partito più a destra di tutti che più di tutti si esercita nella invocazione impropria della “libertà”.

Libertà? Di nuovo qualche domanda ce la dobbiamo fare e a dire il vero ce la facevamo pure prima che le televisioni ci portassero in casa le oscenità che abbiamo visto nei giorni scorsi. Anche in questo caso vale una specie di pregiudiziale di innocenza. Sarà certamente vero che la grande maggioranza degli elettori, e forse anche dei militanti, di Fratelli d’Italia non simpatizza con Hitler, non darebbe fuoco alle barche dei “clandestini” con loro dentro, né amerebbe sentirsi apostrofare come “camerata” o fare scherzi macabri col nome di un giornalista minacciato di morte. Ma la candidata che partecipava, a Milano, a quell’orgia di sconcezze politiche è stata eletta nel consiglio comunale e pare che non abbia alcuna intenzione di mollare. Ma il capo della delegazione di FdI al Parlamento europeo può tranquillamente riposarsi nella sua posizione di “autosospeso” finché la sua capa non avrà visionato tutte e cento le ore di “girato” dell’inchiesta di Fanpage (con calma, non c’è fretta). Ma i suoi deputati, senatori e dirigenti di partito scivolano come anguille sulle domande dei giornalisti volte a fare un po’ di chiarezza sui rapporti con i neofascisti di tutte le bandiere.

E che chiarezza volete che si faccia se in tv, com’è accaduto ieri in un talk show, la senatrice Isabella Rauti si presenta con la foto del padre in bella mostra? Vanno bene la devozione filiale e il sacrosanto principio per cui le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma l’ostensione televisiva di Pino Rauti, coinvolto in tutte le trame nere e sanguinose della storia italiana e definito, nella requisitoria del pm al processo, “responsabile morale” della strage di Brescia, non è un’inequivoca professione di fede? E dobbiamo credere che aver presentato alle elezioni di Roma una Rachele Mussolini sia stata un riconoscimento di Fratelli d’Italia alle sue qualità di amministratrice? Pensate un po’ che cosa accadrebbe se una signora Hitler si presentasse alle elezioni a Berlino…

Giorgia Meloni, come Matteo Salvini, ha preso le distanze dagli autori delle violenze alla manifestazione, facendo notare, non del tutto a torto, che chi se ne è reso protagonista ha danneggiato la causa “giusta” dei manifestanti pacifici. Abbiamo cercato di spiegare che tanto “giusta” quella causa non è e che fra le posizioni dei fascisti dichiarati e quelle di chi difende la libertà di far ammalare gli altri c’è più concordanza di quello che possa apparire a prima vista. Comunque possiamo suggerire alla capa di Fratelli d’Italia una mossa per dare un po’ di sostanza ai suoi debolissimi distinguo. In un paesino del Lazio gli esponenti del suo partito hanno voluto l’erezione di un monumento a Rodolfo Graziani, il più feroce, forse, dei criminali di guerra fascisti. Ordini ai suoi di rinunciare a difendere, come stanno facendo contro la legge il buon senso, quell’insulto alla storia e alle vittime del fascismo. Diventerebbe un po’, solo un po’, più credibile.