Le ceneri, il corpo, la fame di vita: il suo monito ci insegue ancora

Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo

La città di cui parla Pasolini in questi versi de Le ceneri di Gramsci è ovviamente Roma. Pasolini vi arriva da Bologna e da Casarsa della Delizia (la sua città di nascita e di studi e quella materna) nel gennaio del 1950. Aveva 28 anni e alle spalle la tragica morte del fratello partigiano ucciso da partigiani e un processo per atti osceni in luogo pubblico con relativa condanna a tre mesi. Roma era un rifugio, quasi una fuga per lui e la madre, il processo (per rapporti omosessuali con tre ragazzi) bruciava e cambiava in lui la percezione di sé.

Uno scrittore con una grande fame di vita

Scrivere di Pasolini a cent’anni dalla nascita significa fare i conti a distanza (non tanto del secolo dalla nascita quanto del quasi cinquantennio dalla morte) con la sua eredità. Ci restano le opere, i romanzi, le poesie, i film; ci resta il Pasolini degli Scritti Corsari e dell’impegno civile. Un uomo febbrile, un ragazzo che amava giocare a pallone e che gli amici sui campetti chiamavano Stukas, come gli aerei tedeschi che si abbattevano sulla preda sganciando una bomba che faceva un fischio spaventoso. Un uomo che aveva una fame di vita (quella “disperata vitalità” di cui parlava) e una infaticabile capacità di scrivere, leggere, lavorare senza mai rinunciare a vivere.

In questi giorni in molti, dalle pagine dei giornali, si stanno affannando attorno al quesito “chi era Pasolini?” alla ricerca – mi sembra – di una risposta spiazzante. Questo qualcuno lo definirebbe pasolinismo, ovvero una sorta di imitazione di quel tratto dissacrate che era in PPP. Mi chiedo se sia davvero così, se nella sua voce ci fosse una qualche volontà di esser “contrario”, urticante, provocatorio. Non dico che non lo fosse: dico che probabilmente non era questo il suo intento.

Quando ero ragazzo e Pasolini era una presenza fissa nel panorama culturale italiano, mi ero fissato su un’idea. Avevo visto la trilogia che si apriva con il Decameron e si chiudeva con Il fiore delle mille e una notte, passando per I racconti di Canterbury. Un viaggio incredibile dentro tre capolavori medievali che, passando dall’Italia di Boccaccio e l’Inghilterra di Geoffrey Chaucer, arrivava a quel gigantesco e tenero fiorire di racconti orientali. Perché quell’universo letterario, perché una trilogia? La risposta che mi ero dato (talvolta da giovani si hanno pensieri da adulti e che da adulti non si hanno più) era racchiusa nella presenza di Pasolini stesso all’interno dei suoi film. Nel Decameron interpretava un pittore allievo di Giotto (e pensare che lui aveva offerto la parte a Sandro Penna e a Paolo Volponi, nessuno dei due attori bensì poeti e scrittori come lui e suoi amici).

E’ molto che non rivedo il film, ma ricordo il volto di Pasolini pieno di stupore che pronunciava davanti alla bellezza dei visi e dei corpi dei suoi modelli una frase che suonava pressappoco così: perché raffigurare il mondo quando questo è così bello? Una dichiarazione dell’incapacità dell’arte di raggiungere la bellezza del reale. Ne I racconti di Canterbury, Pasolini interpreta Geoffrey Chaucer. Il personaggio doveva essere in scena ben di più, ma Pasolini finì per tagliare molte parti, lasciando tuttavia un momento di riflessione. Nel mio ricordo Pasolini-Chaucer ride mentre scrive e, richiamato per tornare alle incombenze della quotidianità, rovescia l’assunto del Decameron: è la scrittura, la narrazione a dare la felicità contro una vita piena di dolori. In Canterbury talvolta si ride, ma sempre con acidità e spesso invece fa capolino la morte (persino l’esecuzione sul rogo di Franco Citti e del suo amante omosessuale tra le risate e le grida becere del pubblico).

Infine, le Mille e una notte: qui Pasolini non c’è. Non ce n’è bisogno. Il film è uno straordinario omaggio alla vita e alla sua rappresentazione, alla fisicità, all’eros in questi corpi di giovinetti e giovinette. Ecco, mi ero messo in testa che la trilogia, come in uno schema marxiano, fosse uno strumento dialettico, con tanto di tesi, antitesi e sintesi. Probabilmente era una idea balzana, ma certamente nei tre film visti tutti insieme c’era l’approccio di Pasolini alla narrazione (che fosse cinematografica o letteraria cambia poco) nella sua complessità e insieme nella sua straordinaria contradditoria potenza.

Quella dichiarazione di voto per il Pci

Quell’anno, quello della sua morte – lo splendido e terribile 1975, Pasolini aveva fatto in un teatro romano la sua dichiarazione di voto al Pci. L’Unità (ci lavoravo da poco e nel fervore di quella campagna elettorale ero stato messo a dare una mano alle pagine nazionali in vista delle elezioni) lo pubblicò per intero anche se infilato in basso alla pagina. Rileggerlo mi colpisce come mi colpì allora. C’era una esplicita contraddizione tra due parole che allora sembravano andare a braccetto: da una parte Pasolini metteva lo sviluppo e dall’altra il progresso. Col primo era in radicale disaccordo con parole terribili:

“So che l’accumulazione dei crimini degli uomini al potere uniti all’imbecillimento della ideologia edonistica del nuovo potere, tende a rendere il paese inerte. Incapace di reazioni e di riflessi, come un corpo morto. “So che tutto questo è il risultato dello Sviluppo: insostenibile scandalo per chi, per tanti anni, e non retoricamente, ha creduto nel Progresso…”.

Il tono è quello della sua più celebre invettiva “io so”, con lo stesso gioco “retorico”, quel “so” che qui diventa talvolta “ricordo e so”, ma è nuova quell’apertura al Progresso, scritto con la maiuscola. Quando si racconta il Pasolini conservatore, perfino reazionario, bisognerebbe tener conto di questa dicotomia tra sviluppo e progresso. In lui non c’è nostalgia del passato: c’è un doloroso amore per un mondo ancestrale di cui il passato recente (l’Italia contadina che andava scomparendo) era in fondo soltanto una traccia, un ricordo, un’ombra. Pasolini amava i poveri, non la povertà; la fede in un Cristo come quello della “Ricotta” – morto di fame anche mentre muore di troppo cibo ingerito troppo di corsa – non la religione. Quel discorso andrebbe riletto (lo trovate qui ) anche perché non è per nulla pacificato neppure col Pci: dice di voler ricordare ciò che lo rende vicino, ma aggiunge:

“La natura ci ha dato la facoltà di ricordare (o sapere) e di dimenticare (o non sapere), volontariamente o involontariamente, ciò che vogliamo: qualche volta la natura è giusta. Un’altra volta vi dirò – dirò a voi giovani, soprattutto a quelli di diciotto anni- che cosa, nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare e sapere. Oggi son qui per dirvi che cosa voglio ricordare e sapere”.

I lunghi anni di ostruzionismo, l’espulsione dal Pci perché la sua omosessualità era insopportabile agli occhi del partito del 1946, la diffidenza, i contrasti politici ed estetici, ci sono e sono ferite ancora aperte, ma in quel giorno, in quel giugno del 1975 mentre sembrava all’orizzonte la rivincita del Progresso contro lo sviluppo, il poeta usa quel dono di natura di poter scegliere cosa si ricorda e cosa si sa.

Voglio tornare un momento a quei versi su Roma contenuti nelle “Ceneri di Gramsci”. Roma è “stupenda e misera”, è il luogo in cui il poeta ha compreso la vita:

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie

La sua Roma era calce e polverone

Ecco, “calce e polverone”, la Roma degli anni Cinquanta che racconta Pasolini è qui e lui ne è al centro. Molti anni fa Renato Nicolini scrisse – in un articolo per “Contropiano”, mi sembra – della Roma di PPP e di quella di Carlo Emilio Gadda. Tra gli anni venti del Pasticciaccio brutto di via Merulana (scritto e pubblicato più tardi ma ambientato nel 1927) e Una vita violenta e Ragazzi di vita passano una trentina di anni, ma la città è tutta un’altra. Il trenino per i Castelli che prende Ingravallo è un’immersione rapidissima nella campagna; appena oltre le mura di San Giovanni, dove il quartiere e i palazzi popolari dei tranvieri sono ancora un progetto, al massimo un cantiere, la città svanisce.

Nei lunghi viaggi a piedi dei ragazzini di Pasolini, la città non finisce mai, anche se non è ancora città: è baracche e palazzi, borgate e case del piano Fanfani su per la Tiburtina. E’ già un’altra Roma. Eppure – e qui vedo una novità davvero propria di Pasolini – sarebbe sbagliato leggere queste pagine come fossero “sociologia”. I Poveri amanti di Vasco Pratolini sono un intreccio (bello a dire il vero) tra letteratura e sociologia, Riccetto e Caciotta no. Sono persone, adolescenti inaspriti dalla miseria, corpi che cozzano con la realtà, bontà e furbizia, parolacce e ruberie, desiderio e vita. Persone con l’anima e il corpo.

Il corpo, ecco l’altro elemento davvero pasoliniano. Questo scrittore, forse per primo nella nostra letteratura, ne ha una consapevolezza dolorosa e inevitabile. Persino l’idea di farsi ritrarre nudo – pochi mesi prima della morte – nella sua casa di Chia da un fotografo amico, Dino Pedriali, ci appare come inevitabile e insieme disturbante. Cento foto in bianco e nero, un lascito testamentario complicato da accettare, nello stesso anno in cui si annunciava il voto al Pci.
Un vecchio amico di famiglia – un artigiano intellettuale che faceva lo scenografo e si chiamava Umberto Turco, un compagno della mia sezione del Pci – quando qualcuno gli poneva dei problemi di coerenza tra le proprie aspirazioni e la realtà rispondeva scherzando: “Tu sei uno di quelli che vuol mettere le mutande al mondo”. Il Pci di quegli anni era un po’ così, anche se cominciava ad accorgersi che il mondo non aveva alcuna voglia di mettersi le mutande. Pasolini era questo monito. La sua vita, i suoi libri, i suoi film, le sue poesie, le sue ceneri e il suo corpo.