Lavoro, un’ecatombe che è la normalità nel paese del sommerso

Martedì, ore 10, in via Merulana, a Roma. Un operaio cade da una impalcatura, eretta all’interno di un istituto di religiose. Le suore lo soccorrono. Ma non c’è niente da fare. Morto. Entra nell’elenco infernale delle vittime del lavoro. Mille, mille e cento, mille e duecento. Fino a ottobre, secondo dati dell’Inail, i morti sul lavoro erano stati 1017. Mancano tre giorni alla fine dell’anno e allora, fra qualche giorno, si potrà conoscere il bilancio esatto di dodici mesi. Per le statistiche, per dimostrare magari che siamo nelle media, come l’anno scorso, come due anni fa, come prima ancora, una costante, covid o non covid: tre morti al giorno, chi ristrutturando una casa, chi manovrando una macchina manomessa e senza protezioni per accelerare i tempi di produzione, chi schiacciato da una trave sganciata da una gru, chi nell’abitato di una gru che si schianta al suolo (pochi giorni fa Torino). Il morto di via Merulana aveva cinquant’anni, come sia volato nel cortile non si sa ancora e non si sa se sull’impalcatura fossero presenti misure di sicurezza adeguate. Sono in corso le indagini, a proposito delle quali non leggeremo mai nulla: i giornali non riferiranno. Bisognerebbe essere stati i sette della Thyssenkrupp di Torino, bruciati nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, o Luana, ventiduenne al primo impiego, impigliata tra i ganci di una tessitrice, nel maggio scorso, per meritare la prima pagina. “Chiedere sicurezza – scrissero allora i sindacati di Prato – è come abbaiare alla luna”.

Corpi, storie, speranze e strazi

Poi si dovrebbero considerare gli infortuni non mortali: uno ogni cinquanta secondi, mezzo milione a fine anno. Non mortali come? Che cosa significa “non mortali” nella quotidiana sofferenza delle vittime? Si dovrebbero considerare le patologie di origine professionale, che sono salite di un quarto rispetto all’anno passato: quasi cinquantamila quelle denunciate. Vale quanto scritto prima: la grossolanità e la genericità delle definizioni oscurano la vita reale.

Le statistiche dicono ancora che la Lombardia è in testa, seguita dal Lazio, che si muore nell’edilizia e nei trasporti più che altrove, che muoiono operai anziani tra i 65 e i 69 anni, che dovrebbero già godere della pensione, ma che il maggior numero dei morti appartiene alle classi di età che vanno dai cinquanta ai sessant’anni, che si muore a vent’anni, magari alla prima occupazione, che al novanta per cento le vittime sono uomini, che all’ottantacinque per cento sono italiani… Si può solo immaginare lo strazio di quei corpi e non ci sono le storie, i pensieri, le speranze di quelle persone. Tra quei sessantenni c’era chi sapeva di essere arrivato alla fine della carriera e sognava il riposo, chi tirava a campare perché la pensione era troppo misera, chi aveva figli da mantenere. Tra i ventenni c’era chi pensava ad una casa propria, ad un matrimonio. Niente. I costi sociali saranno altissimi, pensioni, ospedali, cure, certo superiori agli investimenti che servirebbero per mettere in sicurezza un cantiere. Li paghiamo tutti.

Il paese del sommerso

Si dirà che lo Stato deve intervenire, più controlli, condanne più dure per chi non rispetta le regole, obblighi più rigidi. Il governo è

Morti sul lavoro, foto Umberto Verdat

intervenuto infatti con un decreto che rafforza poteri e dotazioni dell’Ispettorato nazionale del lavoro e inasprisce le sanzioni alle imprese, con la obbligatorietà della Durc, cioè della valutazione di congruità per le aziende edili.

Ma quanto valgono i regolamenti nel paese del “sommerso”, degli appalti e dei subappalti, della corruzione, della speculazione selvaggia, di una cultura che troppo spesso non sa di capitalismo, ma tristemente di sfruttamento protervo di ogni occasione di arricchimento, di elusione delle leggi, di connivenze tra imprenditori, pubbliche amministrazioni, criminalità. Nel paese delle piccole imprese che si arrangiano a strappare commissioni a qualunque costo pur di sopravvivere. Nel paese delle tangenti…

Pochi giorni fa il presidente Draghi ha partecipato ad un incontro con i giornalisti, la tradizionale conferenza stampa di fine anno. Gli sono state rivolte cinquanta domande, non una che riguardasse quei morti (non una in realtà che toccasse questioni più generali del lavoro e della mancanza di lavoro o i casi delle aziende che licenziano con un Whatsapp e volano all’estero). Una domanda toccava il punto della applicazione del cosiddetto superbonus, che non tutti nella maggioranza avrebbero voluto mantenere inalterato. Il capo del governo, che non mi pare abbia mai celato il suo scetticismo, ha citato quelle che riteneva le criticità del provvedimento, le “distorsioni” per usare una sua parola: l’aumento vertiginoso dei prezzi dei materiali e poi le truffe sotto la bandiera dell’ “efficientamento energetico”. Peccato che non abbia citato un’altra probabile “distorsione”, perché nell’affannosa rincorsa al superbonus, nella moltiplicazione delle commesse, nel vincolo dei tempi stretti, quando per guadagnare si ha l’obbligo di montare e smontare senza perder tempo, si dovrebbe mettere pure in conto che qualcuno voli da un ponteggio.