Lavoro, si muore se la sicurezza è vista come ostacolo alla produzione

I morti sul lavoro sono frutto di una subcultura che interessa il valore stesso del lavoro. È organica e trasversale, interessa in massima parte i datori di lavoro e, in un certo senso, i lavoratori vittime di un modello che risulta difficile definire tale, ovverosia con l’accezione positiva dell’esempio.

Il paradosso: più pene, più infortuni

Non si spiegherebbe, altrimenti, che all’aumentare dal punto di vista legislativo di norme che impongono controlli e pene pecuniarie, vi sia purtroppo un incremento anche degli infortuni, mortali e non. Allora vuol dire che l’imposizione delle norme rimane una pratica sterile; che per i datori di lavoro – in particolare nelle piccole e medie imprese – la sicurezza è vissuta come un ostacolo alla produzione e che questa, per dare profitto, deve passare – letteralmente – sui corpi di chi è addetto a una lavorazione.

L’ultimo caso, quello della giovane Luana, in provincia di Prato, ha fatto riflettere (ma com’è facile notare, la ribalta si sta esaurendo) perché si è trattato di una giovane ragazza, la cui fragilità e innocenza è passata dai social ai media, tambureggiando immagini e sensibilità personali: una pìetas superficiale ed effimera, fatta di raccolta fondi, primi piani e notizie istituzionali che hanno visto il ministro del lavoro, suonare il campanello di casa della madre disgraziata di questa ragazza, lei stessa giovane genitrice.

La fabbrica non può essere solo profitto

Così a quel bambino di appena cinque anni, sarà assicurata la tutela da parte dei nonni, quella finanziaria ma è a lui che lo Stato deve dare la risposta più cogente: la sicurezza che pare non essere stata rispettata, quella che gli ha tolto la possibilità di crescere serenamente, nutrendosi del prezioso amore materno. Almeno quello. A questo bimbo lo Stato ha la possibilità di passare da risposte-veline ad atti concreti che, per lui e per tanti, troppi figli, genitori, mogli e mariti ci si aspetta per mettere mano a ciò che serve.

Il lavoro non è solo profitto, insomma, è la costruzione di regole civili ed etiche da rispettare e far rispettare affinché, il denaro ricavato, arrivi spoglio del dolore di morti e feriti. Le norme ci sono, in abbondanza. Occorre, allora, che si rimuova la cultura del profitto che si antepone al valore della vita. Profitto non è togliere una protezione. Ma questo, appunto, è un problema culturale sul quale, uno Stato che protegge i propri cittadini, ha il dovere di mettere mano.

Nessuno dovrebbe piegarsi di fronte a un datore di lavoro che rimuove la protezione a un macchinario. Nessun datore di lavoro dovrebbe pensare che rimuovere la protezione a un macchinario, sia utile ad andare più veloce nella produzione. Se il costo del lavoro è subordinato all’annullamento del costo della vita, allora vuol dire che, nonostante le leggi, occorre ricominciare dall’inizio. Dall’educare all’etica del lavoro senza la quale una madre, tutte le mattine, rischia di salutare un potenziale orfano. Orfano di madre, orfano di civiltà.

L’autore è giornalista, già dirigente sindacale di Cgil Sanità negli anni Novanta a Lucca