Lavoro, salari, tasse: Papa Francesco rovina la festa di Confindustria

Guidati dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, cinquemila imprenditori sono andati da Papa Francesco per un incontro sulla funzione dell’impresa, sul lavoro, sullo sviluppo in un momento particolarmente difficile per l’economia e la vita delle persone, tra la guerra in Ucraina e la crisi politica. Bonomi pensava, probabilmente, di realizzare un evento di grande impatto mediatico, di presentare orgoglioso il suo “umanesimo industriale” come fosse il successore di Adriano Olivetti (ormai citato indebitamente a piene mani da autentici sfruttatori), di guardare dall’alto con un certo distacco la penosa campagna elettorale di partiti senza idee, interessati soltanto ai seggi per i propri fedelissimi. Ma quando si va dal Papa è difficile prevedere cosa può succedere, “non sai mai cosa pensano i gesuiti” ha ironizzato nei giorni scorsi il vescovo di Milano, Mario Delpini rimasto senza porpora cardinalizia.

La radicalità di Francesco su impresa e lavoro

Francesco, nel suo pontificato, ha affrontato più volte i temi dell’impresa e del lavoro, del profitto e delle diseguaglianze, proponendo analisi severe e proposte coraggiose, quasi sempre ignorate dalla politica, dalla stampa e dal sistema delle imprese proprio per la loro radicalità. In un famoso discorso agli operai dell’Ilva di Genova disse che le persone “non hanno bisogno di un assegno alla fine del mese, ma di un lavoro perché solo il lavoro dà dignità” e analizzò il pericolo per un imprenditore di trasformarsi in speculatore o sfruttatore. Per questo Bonomi avrebbe dovuto essere più prudente.

papa francesco
Papa Francesco

“Oggi che gli orizzonti della politica sembrano sempre più corti e schiacciati su false priorità, avvertiamo più che mai la necessità di progetti di lungo orizzonte, come unica via per dare risposta ai drammatici problemi della società italiana”, ha detto il presidente degli industriali con una leggera enfasi. Ma il Papa l’ha riportato sulla terra chiedendo esplicitamente un lavoro degno, retribuzioni adeguate, pieno rispetto per le donne lavoratrici. La diseguaglianza per Papa Francesco si misura nella società e anche nelle buste-paga: “È vero che nelle imprese esiste la gerarchia, è vero che esistono funzioni e salari diversi, ma i salari non devono essere troppo diversi” ha argomentato, “Oggi la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager. Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società“. L’affondo di Francesco è stato doloroso per Bonomi e soci quando ha parlato dell’importanza delle tasse, “una forma di condivisione che permette alla ricchezza di diventare bene comune”, una condivisione “basata sulla capacità contributiva di ciascuno, come dice la Costituzione italiana”.

Il Papa: “Chi ha di più paghi di più”

Rispetto per il lavoro, salari più giusti, un’imposizione fiscale progressiva per cui chi ha di più paga di più, i temi del Papa sarebbero perfetti per una battaglia politica da proporre agli elettori. Sarebbe un bellissimo programma progressista, di sinistra. Purtroppo non si vede nulla, in questa terra politica desolata. La destra trionfante non pensa ai suggerimenti del Papa, ma alla flat tax, cioè un regalo ai più abbienti, una soluzione che forse piacerebbe a Bonomi il cui nome circola con insistenza per un ministero in un possibile governo Meloni.

Industriali contrari al salario minimo legale

Le posizioni del Papa e di Bonomi non sembrano vicine, salvo le dichiarazioni d’intenti e le promesse che a Confindustria non costano niente. La realtà è chiara.

Carlo Bonomi

Gli industriali, per esempio, continuano a essere nettamente contrari al salario minimo legale, “non è un tema per noi” ha sentenziato il presidente di Confindustria che, nelle ultime settimane, ha detto no al bonus di 200 euro, no agli aumenti salariali e ha accusato Mario Draghi di aver smarrito la sua vocazione riformatrice. Perché le imprese, se operano in trasparenza sul mercato e già rispettano leggi e contratti, non vogliono fissare un salario minimo? E’ una posizione che suscita un sospetto: forse Bonomi e i suoi amici vogliono poter giocare fino in fondo l’arma del ricatto salariale (non un euro di più di quanto vi concedo) oppure hanno nostalgia del modello di dumping sociale, ancora in voga nel nostro Paese in molte attività compresi i cosiddetti nuovi lavori, che sta alla base di un modello economico dominato da sfruttamento, pochi investimenti, scarsa innovazione, modesta apertura all’internazionalizzazione. Queste scelte oscurantiste del passato hanno frenato lo sviluppo e l’occupazione, avviando il Paese verso un declino durato molti anni. L’introduzione sul mercato del lavoro di un elemento di legalità, suggerito dall’Unione Europea, dovrebbe essere accolto da tutti con favore, non può che far bene al nostro Paese che vede sfuggire un’economia irregolare di circa 100 miliardi di euro l’anno.