La svolta tedesca sull’orario di lavoro

Libertà. É la parola usata da due importanti dirigenti sindacali. Riguarda il recente accordo conquistato da una parte consistente dei metalmeccanici tedeschi. Così Susanna Camusso (Cgil) ha parlato, appunto, di “una conquista di libertà”. Mentre Marco Bentivogli (Fim-Cisl) ha scritto di “un passo in avanti nella libertà d’orario”.

Il riferimento è ad aspetti centrali dell’intesa per i novecentomila lavoratori della regione del Baden-Württemberg. Aspetti che delineano nuovi tempi per il lavoro in fabbrica. Tempi davvero moderni. Che assegnano all’operaio, al tecnico, all’impiegato un ruolo da protagonista. Come ha detto il presidente di IG Metall, Jörg Hofmann: “ La flessibilità non è più un privilegio del datore di lavoro”.

La flessibilità non è più, stando a queste parole, una parola “malata”, usata solo per peggiorare le condizioni di chi lavora. Cade così anche il mito sindacale delle riduzioni d’orario eguali per tutti. Qui, invece, si tiene conto che le persone hanno attese, esigenze, bisogni , richieste diverse.

Ed ecco che alcuni potranno avere diritto, per un massino di due anni, a un orario pari a 28 ore settimanali. Poi decideranno se tornare a orario pieno. Altri lavoratori con anziani da curare o figlioletti (fino a 14 anni) , oppure impegnati in turni o in attività usuranti, avranno diritto, invece di un sussidio supplementare, ad altri otto giorni di riposo. Altri lavoratori ancora, infine, avranno la possibilità di estendere la settimana lavorativa da 35 a 40 ore. Non è ben chiaro come si organizzeranno queste varietà di opzioni. C’è, comunque, un riconoscimento della libertà di scelta.

E  per il salario? Si ottengono aumenti del 4,3 per cento (tenendo conto che però non esiste la possibilità di ulteriori aumenti con la contrattazione aziendale). Non c’è, in questo caso, un governante che si sostituisce ai datori di lavoro ed elargisce un aumento a guisa di regalo ai sudditi. C’è il riconoscimento di rapporti di forza, di una sana dialettica tra capitale e lavoro.

Non sono risultati piovuti dall’alto. Come ha ricordato sul sito della Fiom-Cgil, Valentina Orazzini le resistenze degli industriali tedeschi erano agevolate, ad esempio, dai suggerimenti dei consiglieri della Merkel tesi a superare le otto ore giornaliere di orario di lavoro. Altro che riduzioni. E c’erano state, come sottolinea Gianni Alioti (responsabile internazionale Fim-Cisl) azioni di sciopero di 24 ore (culminate nella giornata di venerdì 2 febbraio con la fermata di 300mila lavoratori del settore automotive).

Una lotta che ha fatto cambiare idea all’unione degli industriali “fino a ieri refrattaria ad ogni concessione, specie in tema di orari di lavoro”. Tanto che il presidente, Rainer Dulger, aveva dichiarato: “Quello che non vogliamo sono le aziende ferme per un lungo periodo e le strade piene di bandiere rosse”.

Sarà un esempio trascinante, questo che viene dalla Germania? Ci sarà un effetto domino in Europa? E’ la speranza di molti. Certo, per rimanere in Italia, i segnali che vengono dal mondo imprenditoriale non sono incoraggianti. Li abbiamo ascoltati durante la presentazione di un libro intervista con Susanna Camusso, curato da Massimo Mascini. Qui il vicepresidente della Confindustria Maurizio Stirpe non ha esitato a dichiarare il proprio scetticismo. Un po’ lontano dai buoni propositi del ministro Calenda intento a dichiararsi,  nella stessa sede Cgil,  liberale lontano dal “liberismo” e fautore di una “pagina diversa” soprattutto in campo industriale, con la volontà di “tenere insieme una società che tende a divaricarsi”.