Lavoro e diritti sono i nemici delle mafie

Il lavoro, oltre che fondamento della nostra Repubblica democratica, è anche l’unico vero antidoto al potere delle mafie: dove c’è il lavoro giusto – nei diritti, nella retribuzione, nella sicurezza – non c’è ossigeno per la criminalità. Al contrario, dove la sopravvivenza è una lotta e i diritti vengono tenuti in ostaggio e offerti come privilegi, lì si annida il potere delle mafie. Per questo, per più di un secolo – ben prima di giornalisti, magistrati e sacerdoti – a cadere per mano mafiosa è stato chi difendeva il lavoro e i lavoratori, almeno sin dai primi anni del Novecento.

Nell’arco del secolo scorso, infatti, molti omicidi, lontani nel tempo e per le circostanze, sono uniti da un filo: è il filo della lunga lotta del mondo del lavoro per l’emancipazione da ingiustizie e servitù antiche, dell’impegno civile e sindacale per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

macaluso, Portella della Ginestra,
Emanuele Macaluso a Portella della Ginestra

È giusto ricordare queste storie, ripetere i loro nomi, fare in modo che non vengano dimenticati. Ero stato eletto da poche settimane presidente del Senato quando fui invitato dall’associazione sopravvissuti di Portella della Ginestra a ricordare Vito Stassi “Carusci”, uomo forte e determinato, un punto di riferimento per i contadini, i braccianti, i lavoratori, i minori. Dopo il suo omicidio nell’aprile del 1921, del quale il padronato agrario ebbe la responsabilità quantomeno morale, la violenza impedì ogni attività politica e sindacale, e la impedì per più di vent’anni, con la retorica del regime fascista che di lì a poco avrebbe sostituito ogni rivendicazione di diritti.

C’è un nodo di intrecci, ancora oggi non del tutto risolti, tra criminalità organizzata, banditismo e politica, nel difficile contesto siciliano di quegli anni. Vito Stassi rifiutava ogni compromesso con la mafia e pagò con la vita la fede ai propri princìpi di legalità e giustizia. Con la sua uccisione, e nell’ambito delle più vaste e diverse azioni antisocialiste del primissimo dopoguerra, la criminalità mafiosa assunse un ruolo di strumento d’ordine e
di controllo del territorio, a tutela di determinati poteri e interessi: si strutturò e si rafforzò in un ruolo “politico” di difesa della reazione e della conservazione, in parte divergendo dalle ragioni del suo storico formarsi e assumendo una connotazione che l’avrebbe accompagnata per mezzo secolo.

Anni fa quel clima fu ben riassunto da Emanuele Macaluso ricordando la Sicilia degli anni Quaranta segnata dalle ingiustizie e dalle sopraffazioni, quella in cui iniziò il suo impegno sindacale, con una frase secca e illuminante: “Con 36 sindacalisti uccisi, la lotta alla mafia allora non si faceva a chiacchiere”. Lui stesso nel 1944, a Villalba, si trovò coinvolto nel tentativo di strage ai danni di Girolamo Li Causi, che aveva osato sfidare il capomafia del luogo, Calogero Vizzini, organizzando un comizio in piazza.

Alla fine di quel ventennio, con l’uscita dal secondo conflitto mondiale e dal fascismo, cambiarono e migliorarono molti aspetti della nostra società, ma l’attacco della mafia ai lavoratori e ai sindacalisti non si fermò.

La stessa violenza il 1° maggio 1947 colpì a Portella della Ginestra, dove gli abitanti di Piana degli Albanesi si erano riuniti per festeggiare la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni per l’Assemblea regionale siciliana, e anche per manifestare contro il latifondismo e per l’occupazione delle terre incolte. La stessa violenza colpì un’identica sete di diritti, e nel giorno della Festa dei lavoratori le rivendicazioni furono soffocate nel sangue. L’intimidazione sociale e politica raggiunse, di nuovo, livelli inaccettabili.

L’azione della banda di Salvatore Giuliano a Portella non fu un fatto isolato rispetto alla mafia locale e al quadro politico nazionale e internazionale dell’epoca. Già il primo rapporto trasmesso dai carabinieri subito dopo la strage indicava come possibili mandanti “elementi reazionari in combutta con mafia”, e anche se la verità processuale ha molte altre facce, non c’è dubbio che la strage deve essere inserita nella più ampia cornice delle conquiste del movimento contadino in Sicilia e del contrasto alle forze politiche di sinistra messo in campo da banditi, mafiosi e perfino apparati dello Stato.

È il primo caso italiano di una strage contro i civili, una modalità che noi normalmente consideriamo eversiva: vale a dire tendente a sconvolgere l’assetto sociale e istituzionale. Il paradosso è invece che qui l’eversione tende a fermare il cambiamento, tende alla conservazione. Nella storia della mafia questo fenomeno si registra spesso, perché l’organizzazione mafiosa tende a tutelare gli assetti di potere che ne garantiscono gli interessi. E in quel periodo le forze conservatrici sentivano pesantemente minacciato l’ordine vigente, a causa degli sviluppi politici che si stavano determinando e della crescente forza e consapevolezza dei lavoratori. Per questo, penso che Portella della Ginestra fu essenzialmente una strage politica. Vi si riscontrano elementi che ritroveremo
anche molti anni più tardi e in altri contesti: in particolare, l’intreccio tra l’organizzazione mafiosa, la criminalità comune, la politica e i poteri pubblici e le influenze internazionali nello scenario del dopoguerra e – più tardi – della Guerra fredda. Dietro quel massacro, e dietro molti degli omicidi e delle stragi degli anni successivi, vi furono forze (sociali, politiche e mafiose) che spingevano per la conservazione di un certo ordine sociopolitico allora prevalente, che è precisamente quello nel quale la mafia affonda le sue origini e il suo potere.

Le storie raccolte in questo volume ci aiutano nel non venire mai meno al dovere della memoria. Lo dobbiamo a chi per garantire e difendere quei diritti ha perso la vita, lo dobbiamo alle lavoratrici e ai lavoratori che ancora oggi lottano per vederli riconosciuti, lo dobbiamo ai nostri figli e ai nostri nipoti, affinché vivano in una società più giusta e più solidale.

Dobbiamo impegnarci – ciascuno secondo il suo ruolo e la propria responsabilità – per costruire insieme una comunità migliore. Proseguendo l’impegno di chi ci ha creduto fino al prezzo della vita, ci riusciremo.

 

 

Il testo che pubblichiamo è la prefazione di Pietro Grasso al libro

Terre e libertà. Storie di sindacalisti uccisi dalle mafie

Edizioni Liberetà