Ma quale 1° maggio
tutti insieme
lavoratori e imprenditori

Secondo il “Corriere della Sera” il primo maggio del 2019 sarebbe dovuto passare alla storia registrando una svolta epocale. Non sarebbe più stata la festa dei lavoratori. Avrebbe dovuto essere trasformata nella festa dei lavoratori e degli imprenditori insieme. Una cerimonia nuziale tra capitale e lavoro, oppure, per usare un gergo antico, tra sfruttati e sfruttatori. Come se fossero cadute tutte le barriere e in ogni luogo di lavoro fosse riconosciuto un ruolo paritario tra soggetti sindacali e datori di lavoro. Una specie di sacra e solida osmosi.

Tutto è successo a Bologna dove, appunto, quest’anno si celebra il 1 maggio nazionale con la partecipazione di Landini, Furlan, Barbagallo, i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Qui, secondo la severa ricostruzione di Dario De Vico, “si stavano creando le condizioni perché accanto al dovuto omaggio alla tradizione maturasse anche un elemento innovativo con la partecipazione – tutta da modulare – di una rappresentanza confindustriale”. Tutti insieme sul palco, insomma. Una bella festa che però sarebbe stata resa impossibile dalla solita Cgil dove sarebbe maturata “una forte ostilità”. Riassunta da un tweet tremendo del segretario regionale della Cgil Luigi Giove: “Più che insistere su un surreale invito alla manifestazione, Confindustria rinnovi i contratti nazionali aumentando i salari, contrasti gli appalti illeciti, espella le imprese infiltrate e faccia investimenti”.

L’autorevole commentatore, rammaricato per la mancata festa comune, non prende in considerazione le argomentazioni di Luigi Giove. Ovvero che per gioire insieme bisognerebbe rinnovare i contratti ancora sospesi, contrastare gli appalti illeciti, espellere le imprese infiltrate, promuovere investimenti. É vero che in quella regione, l’Emilia Romagna, si sono determinate esperienze d’avanguardia, nuove relazioni tra il mondo del lavoro e il mondo delle imprese, soprattutto quelle più innovative. Non è, però, un panorama omogeneo, sopratutto se si prende in considerazione l’insieme del Paese.

Certo oggi i diversi soggetti sociali, di fronte a una politica come quella attuata dal governo giallo-verde, di fronte all’alternarsi continuo di proposte e controproposte che rischiano di mandare in malora il Paese, dovrebbero poter alzare anche insieme la voce. E rivendicare obiettivi concreti. E’ quello che in parte si è tentato di fare. Ha avuto modo di dichiarare recentemente Maurizio Landini: “È interesse di lavoratori e imprese mettere al centro l’aumento degli investimenti e dei salari oltre a una nuova fiscalità seriamente orientata a ridurre gli squilibri e le diseguaglianze, uno dei fenomeni più gravi del nostro tempo, e non a premiare chi ha di più e a punire chi ha di meno come accade con la tassa piatta”.

Ecco, caro Dario De Vico, inciderà molto di più un impegno, una pressione comune su temi come questo, che un matrimonio celebrato in piazza a Bologna. Una cerimonia che sarebbe solo servita a nascondere divergenze ancora profonde, interlocutori non tutti eguali, una naturale dialettica. Non siamo ancora arrivati alla trasformazione da sfruttati a produttori, per usare una terminologia cara a Bruno Trentin.