L’autonomia strategica dell’Europa non può essere una scatola vuota

Converrà tornare un po’ indietro sul conflitto che oppone l’Ucraina e la Russia. Condannare i crimini quotidiani, soprattutto dei russi, è pur sempre importante. Ci mancherebbe altro! Ma quello che rischia di sfuggire nelle analisi che ci riportano all’origine del conflitto sono le ragioni di fondo che animano i contendenti.

Scelgo di parlare della Russia per prima cosa. Essa è stata esclusa già negli anni 2000 da una concezione comune della sicurezza in Europa, come se si trattasse di un interlocutore di secondo piano (“potenza regionale” arrivò a definirla Obama). L’ultima occasione fu quella del vertice di Pratica si Mare del 2002 dove si parlò (sicuramente con un po’ di superficialità) dell’ingresso della Russia nella NATO. Non se ne fece niente come era prevedibile, ma il problema di una sicurezza comune restava.

Se si vuole dare una qualche interpretazione razionale tutto questo non ha fatto il bene, né dell’Europa, né della Russia.

Gli accordi di Minsk

Nel frattempo come sappiamo dal 2014 il contrasto tra l’Ucraina e la regione russofona del Donbass è diventato un conflitto armato. Allora furono perseguite le vie della pace con gli accordi di Minsk I e II, con uno scadenzario preciso circa il ritiro degli armamenti pesanti e, tra le altre misure, una riforma istituzionale che avrebbe dovuto garantire autonomia (non l’indipendenza!) alla regione interessata. Non successe nulla, anche perché l’Ucraina, preda di una violenta crisi interna (Euromaidan), cambiò tre Presidenti in pochi mesi, segnati da disordini che raggiunsero persino l’aula del Parlamentò.

Facciamo un altro passo avanti. Qualche anno dopo alla Presidenza semestrale UE, esercitata dalla Lettonia, venne la bella idea di mettere all’ordine del giorno l’adesione dell’Ucraina all’Unione. Questa proposta era di per sé fonte di nuovi problemi interni ed esterni. E soprattutto non tutti ricordano che ognuno degli allargamenti precedenti, specialmente quelli con i Paesi dell’Europa dell’Est è stato preceduto (più spesso) o seguito dall’ingresso nella NATO.

Inutile ricordare qui le promesse lievi come una piuma al vento del segretario di stato Usa Baker, e non solo lui, a Gorbaciov che “nemmeno un centimetro” dell’ ex Patto di Varsavia sarebbe stato destinato ad ospitare truppe NATO. In realtà non fu così: il processo di allargamento ad est è stato portato avanti sino all’ingresso dei tre Paesi baltici (Estonia, Lettonia Lituania), che anche a causa della loro piccolezza fu un rospo che la Russia, pur tra le critiche, digerì.

Questa lunga premessa dovrebbe servire a capire come USA, NATO e in coda l’Europa se la siano, come si dice, andata cercare.

La Nato alla porta di casa

Cosa volete che dicessero a Mosca del possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO, praticamente sotto la porta di casa?

Naturalmente le cose sono più complicate e lo diventano ogni giorno di più. Continuando a massacrare cittadini inermi, l’autoritarismo russo non ha concesso margini sufficienti al negoziato. Neanche il “formato Normandia” con Francia, Germania, USA e Russia, è riuscito a modificare la situazione. E neanche aiutano le aggressive dichiarazioni del Presidente Zelensky: “Ci fermeremo quando tutti i russi saranno morti”, testuale.

E qui è il caso dell’Europa. Tutti abbiamo applaudito all’idea del sostegno in armamenti (sarebbe interrante sapere chi ha dato cosa… ho l’impressione che la longa manus degli USA sia ben organizzata al riguardo). Il giudizio positivo nasceva dalla constatazione fatto che come era successo in altre occasioni su terreni diversi, l’UE, si dimostrava unita. Ma unita su che cosa? Sulla gravità dell’invasione da parte della Russia, certamente. Sulla decisione di contribuire al riarmo dell’Ucraina?

Le ragioni dell’unità

Si dice che “quando c’è una vera crisi l’Europa ritrova le ragioni della sua unità”. Ma è proprio così? Non si direbbe se si guardano i numerosi problemi che si sono aperti (a cominciare dalla crisi energetica). La verità è che la “autonomia strategica”, invocata solennemente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo due anni fa, è rimasta una scatola vuota. Autonomia strategica dalla Russia, bene. Autonomia strategica dalla Cina? Bene. E dagli USA, (in questo caso vale il Patto Atlantico che ci lega agli americani)?

Mentre invece, guardando ai conflitti esistenti e quelli prevedibili (non ci si dimentichi dei Balcani!) ci sarebbe davvero bisogno di “autonomia strategica”. Dal punto di vista europeo. Non sarà facile perché molti dei paesi in questione, più che all’allargamento pensano al loro prossimo ingresso nella NATO.

E qui torniamo al punto da cui eravamo partiti. La sicurezza paneuropea è solo questione della NATO, oppure l’Europa ha qualcosa da dire e, soprattutto, ha la necessità di dotarsi dei mezzi per agire? Certo guardando a Orbàn, al governo polacco, quello di recente insediato in Svezia, quello bulgaro e, non da ultimo, al sovranismo della signora Meloni c’è solo da essere pessimisti.