L’Austria scatena
la guerra dello sci
contro la Ue

La Commissione europea – fanno sapere da Bruxelles – sta “studiando il problema”. Almeno due paesi dell’Unione, l’Austria e la Slovenia, più un paese che non ne fa parte ma pare messo apposta là in mezzo per complicare la vita agli altri, la Svizzera, non vogliono saperne di bloccare la stagione natalizia sugli sci. Rischia di venirne fuori una guerra economica e giuridica dalle conseguenze disastrose. Il problema è evidente: se alcuni paesi dell’arco alpino tengono aperti impianti e resort turistici mentre i vicini chiudono, non solo lucrano una concorrenza sleale ma, quel che è molto peggio, rischiano di trasformare il loro territorio in una specie di micidiale prateria aperta per il Coronavirus. Con l’effetto collaterale di costringere a severe contromisure i paesi vicini, in una spirale che poi sarebbe difficilissimo chiudere.

Stazione sciistica di Ischgl, Austria

A Bruxelles, dunque, si studia. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen nelle ultime ore ha parlato lungamente al telefono con Giuseppe Conte, ed è pacifico che contatti altrettanto intensi siano in corso con Emmanuel Macron e Angela Merkel, fautori anch’essi, con il governo italiano, della linea del no all’apertura delle piste e di tutto il pericoloso bailamme potenzialmente infettante che ruota loro intorno.

Il fatto è che, purtroppo, è difficile immaginare quali siano le possibili soluzioni della controversia. La Commissione non ha alcuna competenza in materia. Checché ne vada vagheggiando qualche commentatore ingenuo, non è in programma a Bruxelles alcuna riunione in cui decidere aperture o chiusure di impianti di sci né sono alle viste direttive o imposizioni regolamentarie. Il massimo che ci si può aspettare è una raccomandazione, desolatamente sganciata da qualsiasi ipotesi di sanzione per chi non la segue, e l’esercizio di una virtuosa moral suasion. Gli argomenti e i toni forti che si sentono arrivare in queste ore da Vienna (Lubiana per il momento si accoda) sembrano non offrire grandi chance a una soluzione pacifica.

Ursula von der Leyen

Ci si trova di fronte, insomma, all’ennesima dimostrazione della debolezza politico-istituzionale dell’Unione europea, l’assenza di una capacità di governo in competenze e strumenti che è frutto dell’incompletezza del processo di integrazione. Ma anche a una clamorosa dimostrazione di come le classi dirigenti di certi stati tendano ad approfittarne affogando nel sovranismo, teorizzato o di fatto, ogni principio di solidarietà con i partner.

“Decidiamo noi”

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz sostiene, infatti, la tesi seguente: su quello che si fa e non si fa sulle piste di sci austriache decide l’Austria e non ci interessa quello che succede nei paesi vicini, in Germania e meno che mai in Italia. Potremmo chiudere, certo, ma solo per decisione autonoma nostra e ricevendo in cambio sostanziosi ristori: almeno l’80% di quello che operatori ed enti locali perderebbero.

La parola ristori, come sappiamo, va molto di moda in questi tempi, ma il connotato che gli attribuisce il capo del governo di Vienna è del tutto diverso da quello cui siamo abituati da questa parte delle Alpi. A ristorare gli operatori e gli enti locali non dovrebbe essere – nel pensiero di Kurz – lo stato austriaco, ma l’Unione europea. Come dire: sono sovrano e decido io, ma i soldi li cacciate voi…

La pretesa non è soltanto assurda, ma anche subdola. Mira infatti a radicare un pregiudizio nell’opinione pubblica interna: l’Unione europea è un’entità estranea e potenzialmente nemica, tant’è che vuole danneggiare la nostra economia per favorire gli altri paesi e perciò, se lo fa, deve pagarci. Si tratta, insomma, solo di propaganda. Cattiva propaganda, che trova una debole sponda nelle pressioni, forti ma destinate a capitolare di fronte a tutte le evidenze scientifiche, che gli operatori del settore stanno esercitando da giorni sulle autorità di governo negli altri paesi, soprattutto in Italia, perché a livello nazionale non si arrivi al blocco totale.

È evidente che Kurz si prenderà un bel nein. Non solo per sacrosante ragioni di principio, ma anche per un calcolo molto pratico e molto semplice: se per assurdo Bruxelles accettasse di rifondere con soldi europei le perdite di soggetti economici privati austriaci bisognerebbe, a quel punto, rivedere tutto il sistema di attribuzione di fondi faticosamente messo su con i vari strumenti adottati in questi ultimi mesi, a cominciare dal Next Generation EU.  Un’impresa cui nessuno avrebbe la forza, e meno che mai la voglia, di dedicarsi.

Rispetto della democrazia

Sebastian Kurz

Resta però il problema: come convincere il governo austriaco a non scatenare la guerra dello sci o, se sarà impossibile perché a Vienna andranno fino in fondo, a gestire con i minori danni possibili le conseguenze che ne deriveranno. Intanto, per cominciare, le inevitabili contromisure dei paesi vicini: l’adozione, per esempio, di misure di limitazione dei viaggi, o di controlli severi e quarantene su chi si reca in Austria o ne torna. Un po’ quello che, a voler essere cattivi, faceva mesi fa il governo di Vienna quando minacciava di costruire un muro al Brennero o dava via libera verso la Repubblica federale a centinaia di migranti della rotta balcanica. Uno scenario di tensioni difficilmente governabile che rischierebbe di mandare per aria il sistema Schengen anche dopo che la pandemia sarà finita, quando si potrebbe tornare alla normale serenità dei tempi che furono.

Il sovranismo produce questi danni e anche quelli, in fin dei conti non dissimili, dei veti in cui si esercitano i campioni del gruppo di Višegrad. Tra una settimana, da quanto si è saputo a Bruxelles, la Commissione dovrebbe riunirsi con un gruppo di esperti per “studiare” un altro “problema”, quello del rispetto della democrazia negli stati membri. Anche se la questione è molto più ampia e riguarda molti paesi, il punto di partenza, il nodo da sciogliere subito, è il blocco del bilancio pluriennale ’21-27 sul quale si basano, come si sa, anche i finanziamenti del NGEU. Per superare il veto opposto da ungheresi, polacchi e sloveni perché rifiutano la clausola del rispetto dello stato di diritto si adotterebbe una strategia fondata sul ricorso a un’autorità terza, la Corte di Giustizia di Lussemburgo. Sarebbero i giudici e non i commissari europei a decretare che le innumerevoli e gravi violazioni dei princìpi dello stato di diritto compiute dagli attuali governi di Budapest e Varsavia (Lubiana si accoda pure in questo caso) sono incompatibili con i princìpi dell’Unione europea. Si spera che il problema sarà fuori dal tavolo per il Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre.