L’attrazione fatale
delle spie russe
per l’Italia

Che cosa ci può essere dietro al clamoroso affaire di spie scoperto a Roma? Che cosa abbia venduto il capitano di fregata Walter Biot, in servizio presso il ministero della Difesa, al suo contatto dell’ambasciata russa probabilmente non lo sapremo mai, ma non deve trattarsi di robetta, considerato che nei pochi particolari che trapelano dal ministero e dall’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) si parla di segreti la cui trasmissione al nemico potrebbe causare all’ufficiale traditore pene gravissime, fino addirittura all’ergastolo. Il che contrasta, va detto, con la somma che, sempre secondo le indiscrezioni, Biot avrebbe ricevuto per il passaggio di materiale durante il quale è stato colto in flagrante: cinquemila euro, non proprio un patrimonio. L’ufficiale italiano per ora è nelle mani della Procura ma c’è da aspettarsi che la pratica passerà presto alla magistratura militare, assai più impermeabile alle indiscrezioni di quella ordinaria. Il compratore delle carte segrete è stato già espulso, insieme con un collega dell’ambasciata, e a Mosca, dove -secondo un comunicato del ministero degli Esteri russo – potrebbe essere adottata una ritorsione, con l’espulsione di due funzionari dell’ambasciata italiana già nelle prossime ore. Ma notizie, da Mosca, niente. D’altra parte si sa che quando si tratta di spie e intelligence diventano laggiù muti come se non avessero mai avuto la lingua. L’unica cosa che si è percepita, dagli scarni comunicati diffusi dall’ambasciata e dal ministero degli Esteri, è un certo imbarazzo che vale come una mezza ammissione.

Hackeraggio alla grande

Però non si può dire, come invece è stato fatto in un primo momento, che il caso sia scoppiato improvvisamente e senza preavviso. Biot, si è saputo, era nel mirino dell’Aisi da settimane se non da mesi, e d’altra parte che l’Italia sia entrata nel campo delle attenzioni particolari dei servizi russi non era un mistero. Sono almeno cinque o sei anni che, nell’ambito delle “attenzioni” dell’intelligence russa nei confronti della NATO, si intensificano i segnali di un particolare fervore proprio verso l’Italia. All’epoca non se ne parlò molto sui giornali, ma tra l’autunno del 2015 e la primavera del 2016 si ebbe la prova di un’intensa opera di hackeraggio sistematico dei siti del ministero della Difesa e dei terminali del traffico di informazioni tra i comandi italiani e il comando NATO da parte di “pescatori di notizie” russi. L’operazione era massiccia e venne considerata tanto pericolosa che una sera, per diverse ore, vennero completamente spente le reti informatiche dei ministeri della Difesa e degli Esteri e quelle degli alti comandi delle forze armate. L’indagine della Procura militare permise di appurare che la fonte dell’attacco, indicata con la sigla Apt28, era direttamente collegata al Cremlino.

Una coincidenza temporale potrebbe spiegare, forse, tanto interesse. Poche settimane prima l’Italia aveva aderito alle missioni di controllo aereo della NATO nei paesi baltici, assumendo il comando, nel nord della Lituania, della task force Baltic Thunder che, con l’impiego di Eurofighter fatti arrivare dalle basi di Gioia del Colle e di Grosseto, dovrebbe garantire una reazione rapida capace di penetrare profondamente nel territorio russo in caso di conflitto. È noto quanto i russi siano suscettibili sui continui aumenti di impegni militari occidentali in un’area che ritengono sensibilissima per la loro sicurezza e il malumore per il continuo riarmo di quel settore va di pari passo con l’aumento delle tensioni con Washington. La partecipazione italiana potrebbe essere stata vista come una minaccia ma anche come un’opportunità: quella di poter “bucare” la sicurezza dell’apparato militare NATO passando attraverso maglie del sistema italiano, forse meno strette e meno protette rispetto a quelle di altri paesi.

L’esercitazione Dynamic Manta

Un’altra coincidenza temporale, però, potrebbe avere qualche significato e riguarda, questa, scenari molto più vicini all’Italia. Una quindicina di giorni fa si è conclusa nelle acque del Mediterraneo orientale l’operazione Dynamic Manta, ospitata come negli anni presedenti, dall’Italia con base operativa a Catania. Si tratta di una grossa esercitazione di guerra sottomarina cui partecipano le forze di otto paesi (Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Spagna, Turchia e Stati Uniti) con sommergibili, unità di superficie e forze aeree di appoggio e serve a testare le strategie di attacco e di difesa in un’area in cui la presenza russa si è andata facendo negli ultimi tempi sempre più forte e attiva, a partire dalle basi navali in Siria e con il crescente impegno nella crisi libica.

Portaerei francese al Dynamic Manta

Data la qualifica militare dell’ufficiale che ha deciso di fare la spia e il suo ruolo presso il reparto dello Stato Maggiore della Difesa che si occupa di politica degli armamenti e di pianificazione delle strategie è possibile che le notizie cui l’intelligence russa mirava fossero proprio relative alla disposizione e al grado di preparazione dell’apparato navale della NATO. Anche in questo caso, non stupirebbe se i russi avessero scelto l’Italia come l’anello più debole della catena dei segreti militari. D’altra parte, il nostro paese, pur se non sono emersi episodi eclatanti di spionaggio a favore di Mosca di suoi cittadini, è stato teatro anche dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda di diversi episodi della guerra delle spie cui i servizi russi e quelli occidentali hanno continuato a dedicarsi. Si ricorda ad esempio l’arresto, alla fine dell’agosto scorso di un alto ufficiale francese che era applicato al quartiere generale della NATO a Napoli e che, secondo l’accusa che gli è stata contestata in Francia, avrebbe passato ai servizi russi importanti informazioni sui movimenti di navi e aerei nel Mediterraneo. Nel 2016 a Roma venne arrestato un ingegnere russo mentre comprava documenti da un funzionario portoghese della NATO, mentre nel 2019 il top manager di un’azienda statale russa fu arrestato a Napoli dalla polizia italiana, su richiesta delle autorità statunitensi, per aver trafugato componenti aeronautiche negli Usa.

Quinta colonna politica

Un’ultima annotazione riguarda la politica italiana. Vladimir Putin sa che in Italia, a differenza di quanto avviene negli altri grandi paesi dell’alleanza atlantica, può contare su una specie di “quinta colonna politica” rappresentata dal partito di Salvini, il quale non ha mai rinnegato, neppure ora che si è autobattezzato europeista, il suo feeling con l’autocrate del Cremlino. Dovrebbe essere una remora, visto che i maneggi spionistici rischiano di mettere in cattiva luce l’amico italiano, ma è anche possibile che la presenza in Italia di un movimento di opinione filorusso e favorevole alla rimozione delle sanzioni occidentali decretate dopo l’annessione della Crimea suggerisca al Cremlino l’aspettativa di godere di qualche indulgenza se e quando le sue trame venissero scoperte. Sarà interessante, a questo proposito, osservare la qualità delle reazioni che verranno dalla Lega al raffreddamento dei rapporti che l’arresto di ieri inevitabilmente porterà con sé.