Con l’astensionismo
non facciamo
finta di niente

Quanto è sana una democrazia in cui la maggior parte del demos non vota? Poco, si direbbe. Perché è una contraddizione in termini. Se il popolo è chiamato a scegliere i propri rappresentanti, ma non li vuole votare, si crea un evidente cortocircuito.
Lo scorso lunedì, a Roma, presso il collegio Lazio1-01, si sono svolte le elezioni suppletive per riassegnare il seggio che Roberto Gualtieri, divenuto sindaco di Roma, ha lasciato per incompatibilità. Per sostituirlo, si è svolta una nuova competizione uninominale e Cecilia D’Elia, storica esponente della sinistra riformista e femminista, ha vinto col 60% dei consensi.

Se votano pochissimi elettori

È indubbiamente un bel segnale per le forze progressiste, che regala continuità alle soddisfazioni raccolte a partire dalle ultime amministrative. Il problema, però, è che questa vittoria deve fronteggiare il dato inquinante dell’astensionismo, che continua a minare la dialettica democratica. Tra gli aventi diritto, infatti, soltanto l’11% si è presentato alle urne, mentre nove persone su dieci sono rimaste a casa. È il terzo dato astensionistico delle suppletive più alto, battuto solo dall’elezione di Sandro Ruotolo nel 2020, a Napoli Ovest (9,5% di affluenza), e da quella di Zanda del 2003 (5,9%).

Alcuni commentatori sottolineano come la vittoria del Pd non faccia fare troppi salti di gioia, in quanto il collegio non sarebbe rappresentativo dei rapporti di forza nazionali. A sostegno di questa ipotesi si indica il fatto che, su 232 collegi alla Camera, quello romano presenta un numero di componenti per famiglia tra i più bassi; si trova alla quinta posizione per reddito nazionale; si qualifica terzo per percentuale di stranieri residenti e secondo per tasso di laureati più alto (dati “Youtrend”). Questi elementi, combinati con l’altissimo numero di assenti, non possono non sollecitare una serie di riflessioni in seno alla classe dirigente.

Cambia qualcosa sul piano giuridico? Assolutamente no. Per via del “paradosso nel non voto”, come spiega Michele Ainis (“Repubblica”, 15 ottobre), anche una sola scheda può far vincere la gara, non essendo previsto alcun numero legale per la sua validità. Il problema sostanziale è di natura politica e sociale. E non è poco. Perché l’assenza dalle urne non necessariamente è sinonimo di disinteresse o di mancanza di civismo. Se è vero che una fetta della popolazione prova indifferenza per certi temi, una larga parte non vota per protesta. Non si sente rappresentata da nessuna delle offerte politiche in campo e riflette la propria delusione boicottando le urne.

Il rapporto distorto con la rappresentatività

Certo, l’astensione è un fenomeno complesso, che prende forme e intensità diverse a seconda delle circostanze. I più rigorosi difficilmente metteranno a paragone il dato del non voto emerso durante un’elezione nazionale e il corrispettivo regionale o locale. Il punto in comune, però, è che la disaffezione all’elezione rende il partito dell’astensione il primo partito d’Italia.
Una possibile conseguenza è il rischio di un rapporto distorto con la rappresentatività. La rappresentanza, intesa come il dovere istituzionale di “rappresentare la Nazione” da parte del singolo parlamentare, è salva ai sensi dell’articolo 67 della Costituzione. Ma la rappresentatività, che si configura come il rapporto tra l’eletto e l’elettore, subisce un drastico ridimensionamento. Il deputato, votato in un determinato collegio, sarà proiettato verso la difesa degli interessi di chi, materialmente, lo ha sostenuto. Chi non ha espresso la propria preferenza, rischia di non dare forma alle proprie istanze e, nel caso specifico del collegio laziale, circa il 90% di quei residenti risulta potenzialmente auto-esclusosi dal dibattito.

In più, se ci si proietta sul dato nazionale, la legge elettorale attuale consente di conquistare la maggioranza dei seggi a quel partito che ottiene il 40% dei consensi espressi. Se si considera valido il livello di astensione delle ultime elezioni nazionali, pari al 73% (dato in crescita), allora la maggioranza può essere ottenuta dalla formazione che ottiene il 40% di quel 73% degli aventi diritto a votare. Nella realtà dei fatti, si possono formare governi di netta minoranza, non voluti dalla maggior parte dei potenziali elettori.

Le regole della competizione democratica possono portare a governi di minoranza. Rientra nel novero delle cose. Una domanda, però, sorge spontanea: se non incanalata nella giusta direzione, dove finiscono la rabbia e la delusione che portano all’astensionismo di protesta? Il rischio è che il disagio sociale, vissuto dal forgotten man che non si riconosce nell’offerta politica, possa tramutarsi in uno scontro sociale, come è successo in alcune parti del mondo. Ecco perché servono partiti solidi, in grado di ricondurre sotto l’ombrello democratico i conflitti scaturiti dalla contrapposizione delle diverse istanze.

A fine dicembre 2021, presso il Ministero per i Rapporti col Parlamento, è sorta una Commissione, formata da esperti, col compito di studiare provvedimenti tecnico-burocratici, in grado di contrastare il fenomeno dell’astensione. Tra le altre cose, è al vaglio l’ipotesi di favorire il voto telematico, sulla scia di quanto già accade per la raccolta delle firme digitali sui referendum. Per quanto importante, il tema tecnico non può bastare. La sensazione diffusa nel mondo del “non voto”, infatti, è che la partecipazione non contribuisca concretamente a cambiare le cose. L’idea è che le istituzioni, a prescindere dal colore politico che possono assumere, non abbiano sufficienti strumenti per ribaltare lo status quo.

 

Il dominio dei “tecnici” non aiuta

La tendenza a questa sorta di rassegnazione frustrata è alimentata anche da quelle formule politiche che poco hanno a che vedere con l’indirizzo emerso dalle urne. Governi “tecnici” e larghe intese, in questo quadro, mal si conciliano con la progettualità espressa dai singoli partiti in campagna elettorale. Anzi, spesso sono formule chiamate a fare l’esatto opposto, dando l’idea di una generale debolezza delle forze politiche in campo. Se a questo si aggiunge l’immagine di un depotenziamento della funzione legislativa del Parlamento, trattato “a colpi di fiducia”, il cittadino può essere indotto a ritenere che il proprio voto conti poco o nulla.

Eppure, il dato dell’astensionismo di massa sembra testimoniare proprio l’esigenza opposta: la voglia di dibattito. La voglia di politica. L’ennesimo paradosso è che, per cambiare realmente la realtà che lo circonda, l’astensionista cerca una nuova offerta che sia in grado di cambiare intelligentemente lo stato delle cose. Che è propriamente la definizione di “politica”. Quindi, la ricerca punta verso una piattaforma che, conoscendo le regole della politica, sia contemporaneamente in grado di cambiarle. Insomma, si cercano i partiti.

L’astensione è un dato preoccupante e deve allarmare anche chi esce vittorioso dalle recenti competizioni elettorali. Ma il punto centrale nell’interpretazione del non voto resta uno: per invertire la protesta contro la politica, serve la politica. Una politica diversa.