L’articolo 11 della Costituzione ci impone di essere costruttori di pace

Per fare la pace bisogna preparare la pace. Non ci sono altre vie, se si vuole trovare una soluzione politica che ponga fine al conflitto iniziato il 24 febbraio. Eppure l’invio delle armi, se inteso come unico mezzo di risoluzione, non sembra essere un sostegno alla negoziazione. Se visto in solitaria appare, piuttosto, come un alimentatore della competizione bellica. Non c’è dubbio che il popolo ucraino abbia il diritto di difendersi, ma è altrettanto indubbio che il sostegno con i fucili di altri paesi, senza un intervento diplomatico intenso e costante, lascia immaginare una guerra internazionale da remoto più che solo un aiuto legittimo.

La firma della Costituzione

No alla guerra come strumento di offesa

Il dibattito mediatico e intellettuale delle ultime settimane, in Italia, stupisce. Molti rievocano l’articolo 11 della Costituzione, scivolando verso un ragionamento quantomeno curioso. Il tentativo ricorrente, adoperato da chi sostiene attivamente una competizione tra Occidente e Russia (democrazia contro autocrazia), è quello di indebolire l’interpretazione della prima parte dell’articolo, per potenziare la seconda. I costituenti, nel 1947, scelgono di scolpire nel “pactum societatis” la frase “l’Italia – intesa nel senso più ampio del termine, come popolo e come istituzione repubblicana – ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il termine “ripudia” è dirompente. È chiaro. L’Italia non sceglie una posizione neutrale, non si volta dall’altra parte di fronte a possibili atti di guerra nel mondo, ma decide di non agire per vie di carattere militare.

Solitamente, chi critica questa proposizione ne ammette l’armonia lessicale, ma si impone di constatarne una sorta di inconsistenza politica. Giudica, quindi, moralmente affascinante la posizione dei costituenti ma, al tempo stesso, la ritiene ingenua se applicata in un mondo perennemente a rischio come quello contemporaneo. Quasi a voler riconoscere l’inevitabilità del conflitto armato. L’articolo, però, non si ferma. La seconda parte sostiene che il paese “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”. Facendo leva su questo assunto, specialmente sulle parole “limitazioni di sovranità”, si ritiene che gli atti bellici, se decisi in contesti internazionali, siano perfettamente legittimi.

Il problema dell’interpretazione di questo secondo concetto è che, pur essendo vero per determinati aspetti, non rappresenta una frase leggibile se staccata dalla prima proposizione. Che l’Italia ripudi la guerra è, e non può non essere, l’elemento principale di partenza. Gli articoli della Costituzione devono essere letti in ordine consequenziale. Tanto gli articoli (a maggior ragione quelli inseriti tra i principi fondamentali), quanto le frasi contenute al loro interno, sono scritte secondo uno schema preciso, sistematico, che è custode di un programma politico ben più importante di qualsiasi maggioranza di governo. Non a caso le più alte cariche dello Stato giurano sulla Costituzione, senza badare al proprio colore politico.

Se la lettura deve essere svolta secondo l’ordine stabilito, allora il ripudio della guerra è un principio fondamentale e le limitazioni alla sovranità, con l’obiettivo di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, rappresentano un principio altrettanto fondamentale. Ma non solo. Rappresentano anche un principio prescrittivo. Cioè prescrivono l’obiettivo costituzionale di puntare ad assicurare la pace. Pertanto, nel caso concreto in questione, la valorizzazione dell’articolo 11 impone ogni tentativo possibile per il raggiungimento di un cessate il fuoco e di un negoziato che mirino ad una pace sostenibile tra le parti. Inviare armi, senza mettere in campo, dal primo istante, ogni sforzo possibile per questo risultato, non vuol dire tanto limitare il proprio esercizio di sovranità in virtù di un ordinamento superiore, ma significa depotenziare la portata un articolo che testimonia il ruolo dell’Italia del mondo. Gli italiani sono, per Costituzione, costruttori di pace.

Perché è lecito, ma non opportuno, inviare le armi in Ucraina

Non sono convincenti le tesi per le quali la posizione del governo sulla consegna delle armi sarebbe, al contrario, non in linea con il dettame costituzionale. Si possono avere perplessità politiche sulla scelta, ed è pienamente legittimo. Ma a rifletterci bene, l’articolo 2 dello Statuto dell’Onu, che sancisce il divieto di aggressione di uno stato membro, deve essere letto in relazione all’altrettanto famoso articolo 51. Quest’ultimo stabilisce, individualmente e collettivamente, il diritto di difesa dello Stato aggredito. Se, come è ampiamente riconosciuto, l’articolo 2 recepisce norme di diritto internazionale consuetudinario che, per effetto dell’articolo 10 della Costituzione, assumono rango di norma costituzionale, allora il sostegno con l’invio di armi, in casi come quello ucraino, può essere conforme alla Carta. Il punto è che non può essere una proiezione politica di fondo, o di lungo periodo, senza che vi siano tutti gli sforzi necessari per assicurare la pace. E senza dubbio la pace non può essere garantita puntando alla distinzione finale tra vincitori e vinti. Dove c’è uno sconfitto, vuol dire che non è stata assicurata la pace. Per di più, non è semplice credere che si possa sconfiggere, sul piano militare, una potenza nucleare.

Su questa riflessione tutta la classe intellettuale del paese dovrebbe dare il proprio contributo, per accompagnare la politica verso la scelta più saggia. Al contrario, per troppe settimane è sembrato che un negoziato, invece che essere l’obiettivo comune cui tendere, fosse relegato a una dimensione, nella migliore delle ipotesi, di tipo puramente spirituale. Nella peggiore, invece, il pacifismo veniva etichettato come movimento culturale filo-putiniano, come è accaduto all’ANPI, definita pubblicamente “Associazione Nazionale Putiniani d’Italia”. Le parole recenti del Presidente Macron, però, aprono al riconoscimento di posizioni diverse rispetto a quelle puramente belliche. Sottolineare, come ha fatto il Presidente francese davanti all’Assemblea parlamentare dell’Unione, che l’Europa non è in guerra con la Russia, lascia intendere che un pezzo importante dell’Ue spinga per la risoluzione diplomatica del conflitto.

Nessuno può sapere quando succederà e quanto ci vorrà. Quello che è certo è che chi ritiene di poter battere la Russia, sposando la battaglia ideologica della supremazia Occidentale, sostiene un combattimento che sacrifica migliaia di innocenti. L’Italia si è svegliata piena di killer da videogame, pronti a sparare dal divano di casa. Però non rappresentano la maggioranza. Gli ultimi sondaggi rivelano che circa il 48% della popolazione è contraria o ha dei dubbi sull’invio delle armi, proprio perché non rileva imponenti sforzi verso soluzioni alternative. Per fare la pace bisogna preparare la pace. Un principio che buona parte degli italiani terrà a mente anche in previsione delle elezioni del 2023.