L’aristocrazia fa i castelli, la borghesia le fabbriche, il popolo le scuole

Le definizioni di “populismo” si sprecano, la parola “popolo” può essere usata in tanti modi diversi.

A me interessa qui cercare di capire quale immagine abbiano del popolo coloro che se ne riempiono la bocca e dichiarano di agire a suo nome (questo riferimento è il motivo per cui frange della sinistra hanno guardato con simpatia i grillini e un tempo perfino la Lega, ritrovandovi – chissà – il ricordo della vitalità perduta).

Comincio dall’impresa più recente del Governo. Hanno tolto i finanziamenti stanziati dal governo precedente a quelle periferie “popolari” che li hanno votati in massa. Sono convinti che il popolo-abitante delle periferie non si informi?  Che lo si possa gabbare a piacimento, dissimulando il taglio nelle pieghe di un provvedimento omnibus?

Strutturale è l’attitudine non a costruire una cittadinanza informata, ma a cavalcare gli umori della “gente comune” titillandone il malcontento, la rabbia e il rancore attraverso battaglie contro bersagli di facciata (purché deboli). Strutturale è la strategia cinica che asseconda i pregiudizi inscritti nell’eterno repertorio della disumanità.

Il mito dell’uomo qualunque è sempre stato reazionario.

Nutrire la xenofobia e l’omofobia, ricorrere a teorie del complotto, sollecitare sfiducia nella scienza, delegittimare le istanze di controllo, offuscare la storia civile… sono malattie che contagiano un ‘popolo’ descritto a parole come depositario di ogni sana virtù.

Periferia. Foto di Ella Baffoni

Strutturale è la rinuncia al principio di non contraddizione, evidente nel metro diverso usato per se stessi e per gli avversari, o nell’abitudine sfacciata a smentire le proprie pur recenti esternazioni. Si è arrivati al punto di divulgare dall’alto le fake news, tanto il popolo/ggente non capisce, non distingue, non ricorda.

Strutturale è la violenza sulla lingua, con “l’obbligo flessibile”, con i “porti sicuri”, con la “flat tax progressiva”. Si presume che il popolo/ggente non conosca l’inglese, non riconosca un ossimoro, sappia poco sulla Libia.

Se si citano dati sono sempre incompleti, spesso taroccati. Si forniscono concetti vaghi e certezze indimostrabili. Anche in questo leggo un disprezzo per il popolo-elettore, che va sedotto e non convinto, ritenuto privo di capacità critiche, di razionalità e di memoria.

È un po’ bambino, il popolo, dunque chi ne ha in mano il destino si esprime sui social come un allievo delle medie, e cinguetta: “Corsetta sul lungomare di Reggio Calabria, adesso per recuperare energie granita al caffè”; “Brioche alla Nutella, uauh!”; “Questa mattina ho fatto colazione all’italiana col treccione di bufala campana. Che dite, ci sta?”. “Adoro il peperoncino e la ’nduja”, confida il ministro agli ex terroni calabresi che ora lo acclamano, folgorati dal verbo leghista. A torso nudo fa pubblicità a una pescheria pugliese, prima le cozze italiane.

La consacrazione nazionalpopolare passa infine da un servizio di “Di Più”: “È lui il sex simbol dell’estate italiana”, nell’anno del metoo.

Altrettanto regressivo è permettere che i rappresentanti del popolo si esprimano nelle sedi istituzionali con un linguaggio che un tempo si sarebbe definito “da taverna” (nomen omen), poiché solo nelle taverne e nei bordelli il popolo – quello vero – si autoconcedeva di abolire i freni inibitori. Altrove lo evitava, perché la rozzezza linguistica era il marchio evidente dell’emarginazione. Gli operai, i contadini sognavano di liberare i propri figli da quella schiavitù: li mandavano a una scuola che era simbolo e possibilità di sovvertire un destino sociale.

Mineo, settembre 2017

Non è una novità che la contrapposizione con l’élite sia una strategia di conquista del potere che qualcuno mette a frutto per sostituirsi all’élite precedente. Incredibile, funziona sempre. Per il neoconformismo antikasta ‘professori’, ‘scienziati’, ‘intellettuali’ o ‘esperti’ sono ‘spocchiosi’: mancando di competenze li deve però aggregare nel proprio governo.

Così “gli ultimi” sono traditi due volte: la prima dalla collocazione sociofamiliare, la seconda da forze politiche che fingendo di riscattarli li relegano alla condizione subalterna di cliccatori plaudenti.

Il terzo tradimento, però, nasce dal non avere un’offerta politica alternativa attraente e convincente. E questo vuoto è responsabilità nostra.