L’Appia e l’Unesco: la Regina Viarum aprirà al mondo intero segreti e tesori

La candidatura della via Appia antica all’Unesco è una buona notizia. Qualche giorno fa è stata firmata in pompa magna alle Terme di Diocleziano da sindaci e presidenti delle regioni che si attestano sui 650 chilometri di tracciato, ma la firma più importante è quella del Ministero dei Beni culturali. Per la prima volta in Italia la richiesta è espressa direttamente da un organismo di governo.
Certo, la candidatura ha una gestazione lunga. L’idea l’aveva lanciata l’allora soprintendente archeologico di Roma, Adriano La Regina, nel 1997. Si inaugurava allora a Roma (che poi avrebbe preso la via di Lecce) la mostra “La via Appia. Sulle ruine della magnificenza antica” alla Fondazione Memmo. Un unico straordinario monumento archeologico e storico.

La candidatura dal 1997 a oggi

Un’idea grandiosa, che per anni ha camminato sugli studi e le relazioni di archeologi e studiosi, fino ad essere ripescata dal ministro Franceschini che l’ha rilanciata, lo scorso anno, dotandola anche di un pesante finanziamento di 20 milioni.
E’ una buona notizia il fatto che il ministro Sangiuliano abbia deciso di rilanciarla, forse per attenuare le polemiche per i diversi recenti scivoloni, ultimo le dichiarazioni su Dante precursore della destra italiana. Badate, non si tratta di una nuova tutela, ma di un riconoscimento prestigiosissimo, che in qualche modo dà lustro ma anche impone doveri: non dovessero essere preservati adeguatamente i siti, basterebbe forse la minaccia di ritirare quel riconoscimento a rimettere le cose a posto.
Perché questo è il problema, rileva Rita Paris, oggi presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli, ma fino a poco tempo fa direttrice del Parco archeologico dell’Appia antica. Il problema è che “bisogna continuare a investire per mettere a regime le zone fruibili. E per rendere pubblica, e fruibile la larga parte di aree private: nel percorso romano ad esempio, la gran parte è occupata da ville private”.

Rita Paris: c’è ancora molto da fare

Il Foro di Herdonia (Ordona). Foto di Ella Baffoni

E’ vero, da quando Antonio Cederna inveiva coraggiosamente contro “I gangster dell’Appia” molto è cambiato. Sono stati acquisiti il sepolcro di sant’Urbano, la villa di Capo di Bove, la villa dei Mosaici, Santa Maria Nova; è stata aperta al pubblico la villa dei Quintili. “Ma moltissimo resta da fare – incalza Rita Paris – Ci sono vincoli da rafforzare. Nel pomeriggio dei giorni feriali il traffico dall’Ardeatina all’Appia Pignatelli è un disastro. Il ministero non stanzia per manutenzioni e ripristini, se non per iniziative speciali. C’è poi la questione dell’autonomia finanziaria: l’Appia non dà reddito, né si possono utilizzare le zone pubbliche per le feste di matrimonio, come le ville private. Eppure il patrimonio è delicato, ha bisogno di sfalci di cespugli e erbacce, manutenzione e migliorie, scavi e studi”.
Invece, proprio come la sicurezza idrogeologica e la cura del territorio, la manutenzione ordinaria delle aree archeologiche non si può sbandierare in conferenza stampa, non diventa argomento di articoli sui giornali. E dunque viene trascurata.

Come potrebbe essere diversamente se, anno dopo anno, la dotazione di finanziamenti per la cultura viene decurtata in Finanziaria? Chi resta a protestare se non i dipendenti dei musei e qualche rara voce informata e illuminata? Non resta che rimpiangere il ministro repubblicano Oddo Biasini che, pur essendo durato pochissimo, dall’aprile all’ottobre dell’80, è riuscito a portare a meta una sua legge che ha finanziato cultura e archeologica con 180 miliardi di lire per cinque anni.
Consoliamoci con la candidatura Unesco per l’Appia e i suoi 650 chilometri, da Roma a Brindisi. La Regina viarum fu voluta e iniziata dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 a.C., e, pochi lo ricordano, lungo quella strada furono crocifissi e esposti seimila schiavi ribelli dopo la rivolta capeggiata da Spartaco. Traiano ne costruì una variante, da Benevento verso la Daunia, lungo la quale restano preziose e trascurate testimonianze, da Aecae (Troia), Herdonias (Ordona), Canusium (Canosa) fino a Barium (Bari).

Da Orazio a Rumiz

Il basolato dell’Appia, a Herdonia. Foto di Ella Baffoni

“Men grave a chi viaggia lento è l’Appia via”, scrive Orazio nella quinta satira, in cui descrive il suo avventuroso e faticoso viaggio proprio sull’Appia. La fretta invece c’era. Più che un viaggio di piacere era una missione diplomatica: Mecenate, Lucio Cocceio Nerva e Gaio Fronteio Capitone, insieme a Orazio e Virgilio, dovevano incontrare Antonio per tentare una riappacificazione con Ottaviano, missione fallita perché quando arrivarono a Brindisi Antonio era già a Taranto. Se invece di imboccare la meno aspra variante traianea avessero seguito il percorso più antico, forse avrebbero concluso la loro missione. Alla riappacificazione pensò Ottavia, moglie di Antonio e sorella di Ottaviano.
Nel 2015 su lo scrittore Paolo Rumiz a ripercorrere il tragitto dell’Appia, questa volta a piedi: 29 giorni di cammino, in compagnia di Riccardo Carnovalini, Alessandro Scillitani e Irene Zambon. Non una missione diplomatica, ma un viaggio che si trasformerà in racconto pubblicato su Repubblica e poi in libro, “Appia”, Feltrinelli 2016. E in una mostra, che colpì l’allora ministro Franceschini che avviò il ripristino del percorso dell’Appia e la candidatura Unesco.

Herdonia e le altre meraviglie

Herdonia, il Macellum. Foto di Ella Baffoni

La parola, ora, all’Unesco. Che ha già coinvolto le quattro regione interessate, i 73 comuni, i 15 parchi, le dodici provincie e città metropolitane. Ho avuto il privilegio di visitare Herdonia, cinque anni fa. La ricchezza degli spazi, la bellezza dei capitelli e delle mura, il basolato dell’Appia… una meraviglia, anche se allora abbandonata dopo il lavoro egregio degli archeologi belgi. La Basilica, il Foro, le terme, il Macellum… Ora so che la soprintendenza ha cominciato a scavare e studiare.
E intanto la Regina viarum continua a sciorinare i suoi segreti. Negli scavi avviati nel 2021 davanti alle Terme di Caracalla proprio per cercare il tracciato urbano dell’Appia, il Primo Miglio, da porta Capena a San Sebastiano, ecco emergere due tracciati, un basolato del II secolo d.C. e uno in terra battuta più tardo, medievale. Oltre a resti di edifici, mercati, resti antichi.
Al secondo miglio, durante i lavori a un collettore nel parco Scott, ieri è stato scoperto un Ercole in marmo a grandezza naturale. L’ultimo tra gli illimitati doni della Regina viarum.