Carofiglio: “L’Anm
sembra un ufficio
di collocamento”

Certi episodi “minano il prestigio e l’autorevolezza dell’ordine giudiziario”, mentre “la credibilità della magistratura e la sua capacità di riscuotere fiducia sono imprescindibili per il positivo svolgimento della vita della Repubblica”. Sono parole esplicite pronunciate il 23 maggio a Palermo, in occasione del 29° anniversario della strage di Capaci, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un monito che ha tratto spunto – seppur senza citarli – dal caso di Luca Palamara (ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, coinvolto nello scandalo delle nomine pilotate ai vertici della magistratura) e dal caso Amara (la “fuga” di verbali dal Palazzo di giustizia di Milano, arrivati in modo irregolare all’allora membro del Csm Piercamillo Davigo).

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Di certo, queste vicende stanno mettendo a dura prova la credibilità della magistratura, un organismo che raccoglie circa 9.000 persone, in grandissima maggioranza al lavoro con grande dedizione. Strisciarossa ne parla con un testimone d’eccezione, lo scrittore barese Gianrico Carofiglio: ha fatto il magistrato per 22 anni tra 1986 e 2008, anche come sostituto procuratore nella Direzione distrettuale antimafia di Bari, prima di lasciare la toga a ottobre del 2013, dopo 5 anni trascorsi come senatore del Pd. Emergono il racconto del suo percorso nel mondo della giustizia e le critiche nei confronti di un sistema che ha trasformato il sindacato dei magistrati, l’Anm, in “un ufficio di collocamento per incarichi direttivi e per il dispensamento di favori”.

Perché nel 2013 decise di lasciare la magistratura?

“Finiti i 5 anni da parlamentare, sarei dovuto rientrare. Ma mi resi conto del fatto che la mia vita era cambiata. Fare il magistrato sarebbe diventato il secondo lavoro, dopo quello di scrittore. Quindi mi era parso inopportuno proseguire su quella strada. Non sarebbe stato dignitoso”.

Lei ha mai avuto qualche dubbio sull’opportunità che un magistrato, dopo essere stato in Parlamento, torni al lavoro nei palazzi di giustizia, rischiando il sospetto di non essere imparziale?

“No, questa è una questione assai sopravvalutata. Posso dirlo con molta libertà, proprio perché io me ne sono andato. Non ricordo un solo caso di magistrato che, dopo la carriera politica, abbia dato adito a sospetti di parzialità. Di solito, una volta finita la parabola come politico, quell’esperienza si chiude”.

Forse però qualche cautela sarebbe opportuna, tanto più dopo che il caso Palamara ha mostrato rapporti discutibili tra certi magistrati e certa politica.

“Sì, dopo il rientro in magistratura bisogna usare alcune cautele che evitino il rischio di esposizione politica. Per esempio, indubbiamente non si deve mandare un ex parlamentare a fare il pubblico ministero. A parte questo, se lo si mette a fare il giudice civile non vedo la ragione dell’incompatibilità. Potrebbe essere prevista anche la possibilità di lasciare la magistratura, per entrare in un altro ruolo dello Stato”.

Però ci sono magistrati che aspirano molto alla carriera parlamentare…

“A parte il fatto che di questi tempi non li vuole più nessuno, in effetti ci sono. Ricordo casi di magistrati che, per riuscire a entrare in politica, hanno preso iniziative giudiziarie assai discutibili: quando non nel merito, certamente nel metodo e nella tempistica. Il problema, in un certo numero di casi, non è stato il rientro in magistratura ma l’ingresso in politica”.

Alcuni magistrati però si sono crogiolati pure nel piacere di diventare star mediatiche. O no?

“È accaduto molto di più in passato. Oggi ci sono norme assai stringenti. È estremamente improbabile che un magistrato, in particolare un sostituto procuratore, diventi una star. E questo è giusto”.

giustizia
Foto di Edward Lich da Pixabay

Perché lei entrò in magistratura? Era la metà degli anni Ottanta, quando il ruolo e il sacrificio di tanti magistrati nella lotta contro il terrorismo, la P2 e la mafia potevano suscitare la voglia dei giovani a seguire quella strada, come poi è successo negli anni Novanta sull’onda dell’inchiesta Mani Pulite.

“Non è il mio caso, a essere sincero. Per me è stata una scelta quasi casuale, dopo la laurea in Giurisprudenza. Quando mi sono laureato non sapevo che fare, davvero. Facevo pratica in uno studio legale ma non mi piaceva. Un giorno del marzo 1985 incontrai Michele Emiliano (ex pm a Bari, oggi presidente della Giunta regionale pugliese, ndr); il giorno dopo scadevano i termini per la presentazione della domanda di ammissione al concorso in magistratura. Entrambi eravamo… indecisi a tutto. Così decidemmo di andare a presentare la domanda. Studiammo insieme. Durante il periodo di studio, mi convinsi poco a poco, per una serie di ragioni, che avrei voluto fare davvero il magistrato. Iniziai come pretore a Prato. La vita ha percorsi strani. Quasi per caso, mi sono trovato a fare un lavoro che ho amato molto”.

Oggi il caso Palamara e il più recente caso Amara, pur essendo diversi, rischiano di portare il cittadino comune alla stessa conclusione: non ci si può fidare più dei magistrati. Di fronte a questo rischio, lo stesso Presidente Mattarella ha lanciato un monito molto esplicito. Concorda?

“Quello che dice il Presidente è del tutto corretto e condivisibile, ovviamente. È vero: una serie di eventi ha molto danneggiato la credibilità dell’azione giudiziaria. Diciamoci una cosa con molta chiarezza: i magistrati, nel loro lavoro quotidiano, dovrebbero infischiarsene di plausi o critiche. Però quello che è accaduto ha gettato molto discredito: in parte ingiusto; in parte, non del tutto”.

In Parlamento i partiti del centrodestra, inclusa Italia Viva, hanno invocato una Commissione d’inchiesta sull’uso politico della giustizia. Potrebbe servire?

“È una buffonata demagogica. In generale le commissioni parlamentari d’inchiesta, escluse rare eccezioni, sono eccellenti strumenti per creare polveroni e per cercare di mettere in atto piccole e grandi vendette politiche. Non è una commissione lo strumento capace di far capire se in un Paese nell’arco di 20 anni, con decine di Procure e centinaia di vicende giudiziarie, c’è stato un uso politico della giustizia”.

Tra l’altro, a ogni deviazione del potere giudiziario corrisponde spesso una deviazione del potere politico…

“Non è detto che succeda sempre. Però talvolta è accaduto”.

La trasformazione dell’Anm, con le sue correnti, da sindacato a centro di potere è uno dei segnali più preoccupanti?

Foto di Matthias Böckel da Pixabay

“Le correnti in sé nella loro originaria funzione (per lo meno, alcune) non sono un male, sono un’espressione del pluralismo culturale nella magistratura. Ed è bene che sia palese come la pensa il tal magistrato o il tal altro sui temi generali. Se io non esprimo opinioni, c’è il rischio che queste agiscano sotto traccia e possano condizionarmi senza che io me ne renda conto. Portare le convinzioni culturali e anche politiche sopra la soglia della consapevolezza aiuta a evitarne i condizionamenti. Purtroppo però le correnti sono diventate agenzie di collocamento per incarichi direttivi e per il dispensamento di favori. Il problema esiste, è grave”.

Non le sembra che i meccanismi con cui sono eletti i 16 membri togati del Csm favoriscano la trasformazione delle correnti in corporazioni e le ingerenze politiche? Così come, secondo alcuni, si corre un rischio analogo grazie alla riforma Mastella del 2007: a causa della gerarchizzazione delle Procure, con circa 2.000 sostituti procuratori che di fatto non sono più autonomi ma dipendono dalle scelte di 140 capi, conviene condizionare la nomina di questi ultimi per controllare tutti gli altri.

“In realtà non è vero che la gerarchizzazione, con la riforma del 2007, abbia aumentato gli appetiti nei confronti delle cariche direttive da parte di politici o correnti. Gli stessi appetiti c’erano già prima, semplicemente se ne parlava meno”.

Un cambiamento dei meccanismi di elezione dei membri togati del Csm servirebbe per fare in modo che le correnti dell’Anm possano assumere di nuovo il ruolo di legittime espressioni del pluralismo? Peter Gomez sull’ultimo numero FQ Millennium sostiene che si dovrebbero estrarre a sorte i 16 nomi tra tutti i magistrati, sopra una soglia minima di anzianità. Concorda?

“No. E ora le spiego perché. È vero che la logica spartitoria si coagula intorno alle correnti. Però io non sono d’accordo sulla modalità del sorteggio secco, perché sarebbe incostituzionale e violerebbe il principio di democrazia: devono esserci rappresentati e rappresentanti. Per superare il potere di condizionamento delle correnti, la mia idea – che ripeto da tempo e mette in disaccordo tutti, quindi forse non è pessima – è la seguente: vengano eletti cento magistrati, tra una serie di candidati; tra questi cento, frutto di una corretta procedura democratica, si sorteggiano i 16. In questo modo si attenua il vincolo tra gruppi di potere ed eletti e i giochi di corrente perdono buona parte del loro peso”.

Foto di Steve Bidmead da Pixabay

Insomma, servono riforme sul fronte della giustizia. Questi ultimi scandali però potrebbero incoraggiare certa politica a lavorare per un indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. La magistratura in questa fase ha la forza, il potere contrattuale, per resistere? Già c’è chi, di fronte a una qualsiasi presa di posizione da parte dei magistrati, ribatte: “Zitti voi, che siete quelli del metodo Palamara…”.

“Secondo me, il sistema dei veti incrociati che c’è nell’attuale maggioranza di governo – in cui lavora una ministra competente, sebbene io non sia del tutto d’accordo con le sue opinioni – dovrebbe essere una garanzia contro attentati di questo tipo. Però non c’è dubbio che i tempi siano favorevoli per una riduzione degli spazi di controllo di legalità da parte del potere giudiziario. E questo non è un bene”.

Come abbiamo detto, pure il consenso da parte dell’opinione pubblica nei confronti della magistratura – prima vista da molti come custode dei valori costituzionali – traballa, anche perché vari partiti soffiano sul fuoco. Come dovrebbero reagire i singoli magistrati?

“Io penso che i magistrati non debbano lavorare sulla base del consenso, reale o percepito che sia. Porsi il problema del calo di legittimazione e di fiducia è sempre giusto, così come lo è la necessità di moralizzare determinate situazioni. Però l’impegno del magistrato resta sempre solitario, non deve cercare il consenso. Se lo si cerca nel lavoro giudiziario, è finita l’idea stessa di giustizia”.

A proposito di lavoro giudiziario, quando a lei, da magistrato, capitava un dossier in modo irrituale – così come è capitato a un membro del Csm, Piercamillo Davigo – che cosa faceva?

“Quando ero magistrato mi è capitato. Mezz’ora dopo il capo del mio ufficio aveva la mia relazione sulla sua scrivania, insieme alle carte eventualmente ricevute. Quando qualcuno accennava a determinate questioni, anche se era un amico, dicevo: guarda che se tu mi parli di questo tema, io lo devo scrivere”.

Se i documenti arrivano a un membro del Csm, quest’ultimo a chi dovrebbe passarli?

“Premetto che mi spiace per Davigo, che conosco da tanto tempo e che è una persona di eccezionale preparazione e intelligenza. Però in questa vicenda ha fatto dichiarazioni e ha avuto comportamenti al di sotto suo livello. Al suo posto, se qualcuno che sta in una Procura mi avesse detto “Devo darti alcuni verbali”, avrei chiesto di non farlo perché si tratta di un reato: violazione del segreto d’ufficio. E qualora me li avesse dati lo stesso, li avrei trasmessi subito ai soggetti competenti, sul fronte giudiziario, a occuparsi di questa cosa, senza aspettare un secondo. Io sono sempre stato ben consapevole del pericoli connessi con quel lavoro e anche dei pericoli connessi con le omissioni, pure quando ci sono le migliori intenzioni”.

Cosa si aspetta che succeda?

“Ho un metodo infallibile per non sbagliare le previsioni. Non le faccio”.

L’Anm dovrà pur reagire…

“Difficile immaginare come reagirà. In questo momento c’è una grande sfilacciamento all’interno dell’associazione. Contrasti durissimi. Quindi è davvero difficoltoso avviare un’azione comune, seria, costituzionale e comprensibile per i cittadini. Francamente non so fare previsioni”.

Pessimista o ottimista?

“Nonostante tutto sono piuttosto ottimista. O meglio, non credo che si sfascerà tutto, ecco. Penso che l’idea portata avanti dal Ministero della Giustizia e dal governo sia giusta. D’altra parte le misure di modernizzazione sono una condizione per ricevere i soldi europei. Penso, anzi spero, che il progetto di una ristrutturazione generale delle giustizia possa portare a un risultato con un minimo di criterio, invece che diventare un’impresa da sfasciacarrozze”.