L’ammainabandiera del segretario della Fiom

Che molti operai abbiano votato Lega o M5S era chiaro da subito. Che addirittura anche il segretario nazionale della Fiom abbia tracciato la croce sulle liste del “capo politico” di Maio lascia davvero storditi. Forse non c’è altro indicatore più di questo circa la catastrofe culturale irrimediabile della sinistra politica e sociale italiana. Colpisce la tranquillità serafica con cui il capo del ramo del sindacato un tempo più rosso e combattivo d’Europa (non è forse il caso di ammainare le belle bandiere dopo questa confessione di resa identitaria così definitiva?) si riconosca con il movimento privato di un imprenditore che vuole “cittadini punto e basta”.

Una volta nei sindacati si evocava il rapporto di produzione e la questione della proprietà come cruciale per capire in profondità i processi. Che un non-partito abbia un proprietario privato non stuzzica nessuna domanda impertinente a un leader della Fiom? Impressionante davvero la perdita di ogni senso critico. Rosario Rappa sostiene persino che il voto a Di Maio è scontato visto che “alcune sue parole d’ordine sono anche nostre”. Se è per questo, anche i singoli punti del programma del fascismo erano in perfetta sintonia con l’agenda della sinistra più radicale. Ma nessuno si sognava di perdere il senso delle distinzioni tra destra e socialismo.

Le ceneri di Gramsci si rivoltano inorridite dinanzi al candore straziante del segretario della Fiom che vota per il non-partito della ex capogruppo Roberta Lombardi che vedeva nel fascismo “un altissimo senso dello Stato e della famiglia”, una bella “dimensione nazionale di comunità”. Anche il “capo politico” di Maio rivendica il tratto post-ideologico del suo movimento che eredita Berlinguer e Almirante. Va bene, la sinistra ha responsabilità enormi ma davvero il segretario della Fiom può sostenere un non-partito che con la Lombardi chiedeva con forza l’abolizione dei sindacati dipinti come “grumi di potere che mercanteggiano soldi”?

Non fu lo stesso Grillo (“Voglio uno Stato con le palle, eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti politici”) a prospettare la lotta alla mediazione delle confederazioni per tagliare “i vecchi privilegi e le incrostazioni di potere del sindacato”? Quindi niente contrattazione nazionale e tutta contrattazione aziendale: il principio padronale vale anche per Rappa? Ma in molte aziende, il sogno di Grillo è già realizzato: lì il sindacato non esiste proprio. La “governance disintermediata” auspicata da Grillo cosa ha in comune con la funzione di rappresentanza della Fiom? Se Rappa intende essere sul serio un seguace di Grillo (l’azienda come comunità dove non esiste alcun conflitto di classe) dovrebbe chiedere lo scioglimento della sua organizzazione “di classe”.

Quanto alle vedute condivise, il “capo politico” Di Maio vuole “un paese competitivo” e per questo intima: “I sindacati? O si riformano o ci pensiamo noi”. Anche la Fiom condivide questo linguaggio sulle libere associazioni dei lavoratori raffigurate come “casta” sindacale? Di Maio invoca una “manovra choc” per ridurre il costo del lavoro e favorire le imprese, propone anche di licenziare i dipendenti di migliaia di enti inutili e di far vivere quelli gettati sul lastrico con il mitico reddito di cittadinanza. Anche Ratta ha la stessa ricetta? E soprattutto ritiene anche lui come il suo “capo politico” che con un governo insieme a Salvini (con un “programma choc alla Trump: meno tasse alle imprese” come sogna Di Maio) si faranno “grandi cose”? E giusto per sapere cosa frulla per la testa dei vertici sindacali: anche per la Fiom, come per il “capo politico”, la “riforma fiscale di Trump andrebbe copiata”? La confessione di Ratta rende ancora più triste questo 25 aprile e più amaro il primo maggio: anche la grande Fiom s’è persa. In quest’Italia alla deriva, non c’è proprio più nulla di rosso.