Il vuoto intorno, l’altra faccia
del femminicidio

“L’ho copàda”, l’ho uccisa. Fermo vicino al cadavere, fumando una sigaretta, ha aspettato che lo arrestassero i carabinieri. “L’avevo detto e l’ho fatto”, Enzo Galesi ha ammesso tutto, ha ammesso che le martellate con cui ha ucciso l’ex compagna Elena Casanova, tutta quella violenza era perché “c’erano dei sentimenti”, prima di ritrattare. “E’ stato un raptus”, ha detto, già prefigurando una possibile strategia difensiva. Il raptus, si sa, annebbia la mente, ti spinge a fare quello che non faresti a mente fredda. Un raptus è difficile da prevedere, da intercettare prima che accada. Un po’ come accade per i lupi solitari della galassia terrorista. Spuntano dal nulla e quando li vedi è troppo tardi.

E invece l’ultimo – orrendo – femminicidio ha le stesse impronte di tanti altri, quelle che passo dopo passo conducono verso la fine come se fosse un copione impossibile da modificare. Prima le telefonate ossessive, le minacce, gli insulti scritti sui muri vicino casa della donna. Galesi aveva tagliato le gomme della macchina di Elena, le dava il tormento accusandola di avere una nuova relazione come se fosse una colpa. Le rimproverava i suoi “errori”, che poi si riducevano ad uno solo: aver messo la parola fine tra loro due. Tutto l’armamentario di quelle storie che vanno a finir male.

Elena Casanova
Elena Casanova, ennesimo femminicidio a Castegnato

“L’avevo detto che l’avrei uccisa e l’ho fatto”. A chi l’avesse detto Galesi, oltre che a lei, non lo sappiamo. Nessuno però ha reagito. Neanche Elena lo aveva mai denunciato. Ne aveva parlato, sì, con l’ex marito. Forse si era illusa che l’ex compagno avrebbe finito per farsene una ragione, forse non ha potuto credere che il copione già visto troppe volte si sarebbe ripetuto anche per lei. Forse non ha creduto che qualcuno – forze dell’ordine, centri anti-violenza, istituzioni – potesse fare davvero qualcosa per aiutarla. Quante volte è accaduto?

Silenzio di fondo

In ogni femminicidio traspare un silenzio di fondo, anche quando le denunce ci sono, un nucleo di solitudine che non si riesce a intaccare. E alla fine ogni donna si ritrova sola davanti al suo assassino, a chiedere “perché?” come ha fatto Elena mentre l’ex compagno la colpiva.

I perché di ogni singola storia possono essere tanti e diversi. Ma li accomuna l’incapacità – culturale, sociale, politica – di mettere fine a questo stillicidio di morti annunciate. Se le donne valgono poco in questo Paese, se vengono pagate di meno, se non c’è riconoscimento sociale, se la maternità è una colpa, se i voti brillanti nelle università si arenano sul posto di lavoro, se ancora fa sensazione una donna astronauta e ancora non abbiamo visto una presidente del consiglio, ecco tutti questi “se”, messi in fila, sono l’altra faccia del femminicidio. Ti cancello perché non fai quello che io voglio. Ti uccido perché non puoi esistere senza di me. Ti anniento perché non sei niente.

Troppo comodo allora parlare di raptus. Evento imprevedibile, inafferrabile. Troppo comodo non solo per l’assassino. Se le donne avessero un valore, o meglio se il loro valore non dovesse essere ogni volta spiegato, giustificato, difeso, Elena non sarebbe rimasta da sola con le scritte sui muri che la insultavano. Qualcuno avrebbe creduto che il peggio sarebbe potuto accadere. Si sarebbe accesa una spia d’allarme, magari tra gli amici del bar di Enzo. Tra i vicini di casa, i compagni di lavoro. Una segnalazione, chissà. Una telefonata per scrupolo alla caserma dei carabinieri.

E invece un altro paio di scarpe rosse si aggiunge alla distesa sterminata. E tutti, o almeno tanti, ad indignarsi, a dire basta, che si faccia qualcosa. Fino alla prossima donna uccisa da un marito, un amante, un ex qualcosa. Cioè – statistiche alla mano – tra tre giorni.