Nato, allargarla a nord esaspera le tensioni ma la vera partita è in Ucraina

Dove dobbiamo cercare la chiave utile a interpretare le novità che la cronaca delle ultime ore ci ha posto davanti nello scenario della guerra in Ucraina? Mettiamo, intanto, in fila i fatti. Il più rilevante, che appartiene alla categoria di quelli che si portano dietro la Storia, è l’atto formale con cui il presidente della repubblica Sauli Niinisto e la capa del governo della Finlandia Sanna Marin hanno impresso un’accelerazione definitiva alla lunga marcia di avvicinamento del paese alla NATO. La Svezia – è scontato – farà altrettanto.

La premier finlandese Sanna Marin

La novità avrà effetti sul processo di de-escalation del conflitto?

Ci vorrà tempo perché tutte le implicazioni geostrategiche di questa novità, in uno scenario che era congelato fin dalla conclusione della seconda guerra mondiale e che – sbagliando – si tendeva a vedere come eterno e “naturale”, diventino chiare. Ma intanto, nell’immediato, la svolta di Helsinki, con le inevitabili e anch’esse scontate durissime reazioni di Mosca, sembrerebbe, almeno a prima vista, destinata a imporre una battuta d’arresto ai segnali di un possibile percorso verso la de-escalation del conflitto che erano andati manifestandosi con gli altri fatti dei giorni scorsi.  Che sono, nell’ordine, il discorso “sotto tono” tenuto da Vladimir Putin sulla Piazza Rossa alla cerimonia per la celebrazione della vittoria nella Grande Guerra Patriottica contro il nazismo; le conclusioni di Emmanuel Macron alla Conferenza sull’Europa in cui il presidente francese, e presidente di turno del Consiglio UE, ha reso esplicita la distanza tra gli interessi europei e quelli americani nella gestione della crisi e nello stesso tempo ha legato l’iniziativa nel campo della politica estera e della sicurezza dell’Europa a una generale riforma dei Trattati; la visita di Mario Draghi a Washington, nella quale, sorprendendo gli osservatori, il nostro presidente del Consiglio ha preso anch’egli ragionevoli distanze dalla strategia del presidente americano, ha suggerito la scelta di un incontro diretto tra Biden e Putin e ha sconfessato nelle premesse stesse la linea americana di un sostegno alla guerra dell’Ucraina guidato dall’obiettivo di sconfiggere sul campo o “logorare” Putin.

La domanda che si pone inevitabile a questo punto è: la fiammata di tensione provocata dalla decisione di Helsinki è destinata a bloccare il cauto e ancora contraddittorio processo verso la possibile individuazione di una piattaforma di negoziato? Può sembrare paradossale, ma stando alle prime reazioni nel campo occidentale parrebbe di no. Tanto Macron che Scholz hanno commentato positivamente la mossa di Niinisto e Marin e questo fa pensare che quantomeno non la considerano una pietra tombale fatta cadere sulle possibilità di sviluppare il dialogo con la Russia. E per quanto possa sembrare ancor più paradossale, la stessa reazione di Mosca, per quanto molto dura nei toni, non è parsa tale da spezzare definitivamente quel filo di dialogo possibile che più di un osservatore aveva voluto leggere dietro ai toni ipocritamente difensivi (“siamo stati costretti perché stavano per attaccarci”) usati da Putin sulla Piazza Rossa.

Serghej Lavrov

E Lavrov sembra sospendere il giudizio

A voler cercare con il lumicino una qualche ragione di speranza ci si può attaccare alla chiosa in merito agli effetti concreti, sul campo, dell’adesione finlandese alla NATO con cui il ministro degli Esteri Lavrov ha accompagnato la sua dichiarazione di condanna della decisione: la durezza della nostra reazione -ha detto –  dipenderà da quanto vicini ai nostri confini saranno i sistemi d’arma che verranno installati nel paese divenuto nemico. Un elemento di sospensione del giudizio che potrebbe essere prodromo di futuri negoziati e che comunque è, si direbbe, ben diverso dall’apocalittico scenario di una più vicina guerra nucleare fatto balenare ad esempio dal vicepresidente Consiglio di sicurezza russo, l’ex presidente della Repubblica Dmitrij Mevdedev. Con il passare delle ore, però, linea delle minacce di ritorsioni dure è andata consolidandosi, ingenerando comprensibili timori nei paesi dell’alleanza occidentale, fino a lasciar intravvedere la crescita di movimenti di opinione contrari al nuovo allargamento della NATO che potrebbero essere d’ostacolo alla ratifica parlamentare dell’adesione dei due nuovi membri (cui non è escluso che nel futuro immediato si aggiunga sul quadrante geografico opposto la Moldova) necessaria secondo lo statuto del Patto Atlantico da parte di tutti i paesi membri. In altre parole, non è detto che le richieste di adesione di Helsinki e Stoccolma conducano automaticamente alla piena cooptazione dei due paesi nell’alleanza. Tanto per dare un assaggio delle difficoltà che probabilmente si manifesteranno, c’è da registrare l’opposizione già scontata del parlamento turco, saldamente nelle mani di Recep Tayyip Erdoğan, il quale ieri ha definito senza mezzi termini un “errore” l’eventuale adesione di Svezia e Finlandia alla NATO.  Il che rende ancor più politicamente significativa la clausola di protezione che apertamente la Gran Bretagna e forse discretamente altri paesi intenderebbero offrire a Svezia e Finlandia nell’intervallo di tempo in cui la loro sicurezza non verrebbe ancora coperta dal Trattato nordatlantico e dal suo decisivo articolo 5, secondo il quale l’aggressione anche a uno solo dei paesi NATO farebbe scattare automaticamente l’entrata in guerra degli altri. Sarebbe di fatto una sorta di percorso abbreviato verso la piena integrazione militare dei due paesi nell’apparato occidentale cui Mosca avrebbe buoni motivi per guardare con sospetto, giacché sfuggirebbe a quel pur minimo di confronto istituzionalizzato che con la NATO è, o sarebbe, ancora possibile.

il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte 27-05-2019
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky

Anche questo spiega la durezza delle reazioni russe. C’è forse qualche motivo per pensare che pure questo drammatico sviluppo del confronto con l’occidente stia facendo emergere l’esistenza di divisioni all’interno del gruppo dirigente intorno a Putin (forse sarebbe meglio dire “sotto” Putin) di cui si son già visti segnali nelle settimane scorse.  In ogni caso, dev’essere abbastanza chiaro a Mosca quanto lo è nelle cancellerie dell’ovest che anche il passaggio di campo di Finlandia e Svezia è comunque il frutto avvelenato di quella eterogenesi dei fini per cui una iniziativa prima politica e poi militare per tenere lontana la NATO dai confini della Federazione russa ha prodotto esattamente il contrario, completando l’”accerchiamento” ad ovest per combattere il quale, secondo le pretese di Mosca, si è dato il via all’avventura in Ucraina. E si può anche ipotizzare che, poiché lo sviluppo degli eventi era tutto sommato abbastanza prevedibile e anzi il processo di avvicinamento di Helsinki e Stoccolma all’alleanza occidentale era già cominciato prima del precipitare della crisi, il colpo al Cremlino fosse stato già in qualche modo preventivato e giudicato da parte di Putin un “ragionevole” prezzo da pagare alla prioritaria esigenza di “mettere a posto” l’Ucraina, non solo per quanto riguarda le sue velleità di farsi bastione della NATO (presto mollate, come si è visto), ma anche e soprattutto come sfida al neonazionalismo panrusso che vuole tutti i russofoni dispersi dalla caduta dell’Unione sovietica riuniti dentro la federazione che ne vuole essere l’erede geopolitica in tutti i sensi.

È evidente che i due interessi, l’esigenza di sicurezza sui confini occidentali e l’aspirazione alla riunificazione di tutti i russi, che in Ucraina parrebbe evidente dagli sviluppi dell’iniziativa militare che pare proprio vòlta a ricalcare sulla costa del Mar d’Azov e del Mar Nero la geografia della “Nuova Russia” strappata a suo tempo all’impero ottomano, tendono a convergere. Ma le accentuazioni possono essere diverse. In nome della seconda istanza, la prima può essere messa in qualche modo in secondo piano. E non sarebbe neppure del tutto impensabile che l’accettazione da parte russa dell’”inevitabile” scivolamento di Finlandia e Svezia nel campo nemico fosse stata accompagnata da qualche forma di negoziato preventivo segreto nel quale il gruppo dirigente moscovita, o una sua parte, avesse mirato ad ottenere dall’occidente qualche garanzia in materia di dispiegamento di sistemi d’arma o di cooperazione militare sul campo nell’integrazione delle forze e delle esercitazioni.

Se così fosse – ma com’è evidente siamo nel campo delle speculazioni e dei “se” a ripetizione – gli effetti della svolta avvenuta a nord avrebbero effetti meno drammatici di quelli prodotti dalla guerra a sud, dove continuerebbe ad essere giocata la partita davvero decisiva. A voler essere ottimisti fino all’ingenuità, si potrebbe anche pensare che alla sindrome dell’accerchiamento, fortemente motivata se si pensa alla situazione di San Pietroburgo che si ritroverà ostaggio di blocchi navali possibili in ogni momento o della exclave di Kaliningrad che potrebbe diventare irraggiungibile via mare, la Russia possa essere indotta a rispondere riprendendo l’attitudine negoziale al disarmo regionale che a molti osservatori pare essere l’unica via d’uscita verso una nuova stabilità dei rapporti in Europa. Il disarmo reciproco in generale e una de-escalation militare sui campi di battaglia ucraini sembrano essere la chiave con cui le istituzioni e i paesi dell’Unione europea possono fare la loro parte perché si arrivi a un cessate il fuoco e poi a veri colloqui di pace.