Lady Blackbird: il festival del jazz di Roma incorona una stella

Non poteva esserci apertura più degna di quella di domenica 6 novembre per il Roma Jazz Festival 2022 (Immersivity la sua parola chiave) di quella proposta dal concerto di Lady Blackbird. In tempi segnati dall’abbattimento dei limiti fra i generi musicali, argomento del quale molte rassegne contemporanee fanno una bandiera identificativa, l’apparire sul palco dell’artista californiana (suo vero nome Marley Monroe) con la sua esplosiva capigliatura bionda, con le deliziose perline che le coprivano parzialmente lo sguardo, con i suoi lunghi ammalianti guanti rossi, ma soprattutto con la sua incredibile voce, ha rappresentato una prima serata davvero incoraggiante e stimolante. Paragonata, in molte delle presentazioni che la introducono a chi di lei sa ancora poco, alla mitica Nina Simone ed al suo canto dolente, Lady Blackbird risulta in verità in possesso di una personalità non facilmente accostabile (seppure ad un modello tanto lusinghiero) se non a una “summa” delle migliori voci del jazz, del rock, del blues, erede non solo di Nina Simone ma di certo anche di più recenti grandi artiste, non ultima la splendida Cassandra Wilson.

“Il blues è la base della nostra anima”

Accompagnata, supportata, direi compenetrata da/in un gruppo di musicisti di assoluto livello (Chris Seefried alla chitarra, Sam Beste al piano e tastiera, Neil Charles al basso elettrico e Dan See alla battieria) la cantante ha fatto subito comprendere il suo orientamento proponendo in apertura la cover di “Hellhound on my trail” di Robert Johnson, come a dire: il blues è l’origine, la base, la nostra anima, il nostro principio, quello della nostra gente. E si è palesato subito, al numeroso pubblico, di fronte a quale capacità ed emotività vocale ci si trovasse. Nei successivi brani di un concerto peraltro inusitatamente breve, dominava la scena una voce profonda, capace di variazioni improvvise di tono, dolente, comunicativa, empatica. Senza bisogno di giochi particolari, di spazi occupati in eccesso, in perfetto interplay con musicisti che accompagnano disegnando tappeti rock, blues, folk, spesso atmosfere silenti, delicate, sospese nell’attesa del ritorno di quell’intenso vocalizzo dalla identità potente.

Di lei si sa poco ma ha una marcata identità

Da “Collage” alla magnifica “Blackbird”, da “Did someboy make a fool” alla intensissima “Woman”, un caleidoscopio di variazioni strumentali, con momenti di solismo efficacissimo nel pianoforte e nella chitarra, con una ritmica solida e strabordante a volte nella esuberanza di Dan See alla sua batteria, sono diventate un tutt’uno con la voce della cantante, mostrando nel complesso una formazione in perfetto equilibrio, musicisti capaci tutti di una presenza scenica forte ed allo stesso tempo profondamente semplice ed umana, come evidenziato da un momento molto tenero e spontaneo di improvvisata celebrazione del compleanno del pianista Sam Beste (con tanto di spumante e piccolo tortino), sorpreso ed emozionato dalla sorpresa (e con il pubblico divertito partecipe). Lady Blackbird ha un solo disco all’attivo, e quest’unica opera (realizzata prima dell’arrivo del Covid e tenuta in sospeso per qualche tempo) ed ufficialmente arrivata nel 2021, si chiama “Black Acid Soul” ed è un gran bel disco. Ci ritroviamo quello che Lady B. ha proposto nella serata di Roma, compresa la cover di “Blackbird” che tanto l’ha fatta accostare a Nina Simone, peraltro una delle sue Muse ispiratrici. Ma Lady Blackbird, al di là delle somiglianze con artiste del calibro della grandissima Nina, sembra proporsi in vesti molto più sfaccettate e soprattutto con una sua marcata identità. Identità che ha intanto felicemente proposto in questo breve ma intensissimo concerto (poco più di un’ora, un solo bis, ma tutto è sembrato perfettamente coerente, per quanto se ne desiderasse ancora di sicuro…) lasciando un gran desiderio di andarla a riascoltare subito e di non mancare al prossimo appuntamento.