“Lacrime di Babirussa”, Innocenti ci ricorda la realtà della vita violenta

In Occidente, con lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie mediche, è cambiato profondamente il rapporto che l’umano ha con la morte. Quest’ultima è scomparsa sempre di più dagli spazi comuni e quotidiani per essere confinata in luoghi specifici, adibiti al controllo dei corpi morenti, come ad esempio gli ospizi o gli ospedali. La lunga pace dovuta alla fine della Seconda Guerra Mondiale ha reso sempre meno familiari alcuni eventi tipicamente legati alla morte, come le guerre, le carestie o le epidemie. L’Occidente non ha più attraversato questi fenomeni, ma ha iniziato a osservarli a distanza attraverso la televisione. E tutto ciò che aveva a che fare con la sfera della morte, dalla crudeltà alla malattia, si è trasformato in uno spettacolo.

Questi ultimi difficili anni hanno mostrato quanto l’Europa vivesse nell’incanto: la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina mostrano come questi eventi siano tutt’ora possibili e, con il cambiamento climatico, si sta acquisendo addirittura una maggiore confidenza con i disastri naturali, anche in aree del globo prima considerate come miti.

Per millenni, la morte è stata la normalità per gli esseri umani. In pochi decenni, invece, l’Occidente ha creduto di potersi lasciare alle spalle la violenza alla base della vita e trasformarla in un elemento d’eccezione, fonte di scandalo.
Riccardo Innocenti, con la sua raccolta poetica Lacrime di babirussa, cerca di rappresentare questo ritorno del rimosso rosso sangue nei nostri giorni attraverso una scrittura che, al contrario del linguaggio dei media, racconta la violenza con un eccesso di pacatezza:

Gli piacciono i documentari violenti
sul mondo animale, lo fa stare bene
vedere che la natura è una merda
gli uccelli del paradiso, che recitano
danzando per trovare un partner, come
esseri umani nei video di TikTok.
Si scusa se lei gli chiede di togliere
il video delle formiche che smembrano
altri insetti, mentre fanno colazione.

Una volta ha macellato un maiale
enorme, a casa di un amico, ha visto
litri di sangue uscire dal corpo appeso
polli, cani e gatti che accorrevano
per bere dai ruscelletti di sangue fumante
e dalle impronte degli stivali. È stato normale
fare a pezzi quel corpo e mangiarlo
è stata proprio una bella esperienza.

L’inquietudine che un lettore contemporaneo può provare di fronte a una poesia del genere nasce dal continuo oscillare da parole che indicano benessere ad altre che, al contrario, rinviano alla dimensione della violenza. Il protagonista prova piacere nel costatare come il mondo animale sia governato dalla violenza, ma si scusa con la propria ragazza per la sua passione per i documentari dai toni splatter.

È interessante anche notare la divisione in due parti della poesia: nella prima, si osserva il tipico atteggiamento dell’uomo occidentale, che conosce e vive la violenza solo attraverso uno schermo. Il ritorno del rimosso violento di cui si parlava, invece, appare nella seconda parte: la condivisione del cibo, gesto sociale e amicale per eccellenza, si fonda su un atto brutale ai danni di un altro essere vivente. Eppure, è proprio nella morte del maiale, nel suo sacrificio, che è possibile osservare sentimenti positivi come quelli della condivisione e dell’amicizia: specie diverse stanno una accanto all’altra intorno al sangue della vittima, la gioia dell’unione è possibile solo intorno al cadavere dell’altro.

Innocenti pone il proprio lettore di fronte a una consapevolezza: il campo semantico del piacere non è lontano da quello del sangue, anzi: ne è la sua naturale conseguenza. Qualcuno può godere perché qualcun altro sta soffrendo. In questa poesia, l’autore sembra voler stuzzicare l’inconscio cristiano, per cui il piacere è sempre fonte di peccato. Che fare? Rigettare ogni forma di moralismo, rivendicando senza ipocrisia la nostra volontà di godere, per la quale qualcuno dovrà cadere, o percorrere una strada di rinunce, ma rispettosa dell’esistenza altrui?

La crudeltà della voce di Innocenti sta in questo dilemma, di cui non intende dare soluzione. È la forza di una scrittura che spinge il pigro lettore a prendersi la responsabilità delle proprie scelte, non importa quali esse siano. Non giudica, semplicemente impone a chi legge la conoscenza, rapendolo dalla sua beata ignoranza.

Riccardo Innocenti, Lacrime di Babirussa, NEM 2022.