La violenza contro le donne è l’altra faccia dell’intolleranza omofoba

In questi mesi di quanto avvenisse nelle case degli italiani costretti dalla pandemia a condividere tempi e spazi con insolita assiduità si è molto parlato. Lo si è dedotto, lo si è intuito, lo si è taciuto. Si sono fatte considerazioni, a volte anche stupide.  Troppe battute. Ma ora che le drammatiche conseguenze di un obbligo senza via d’uscita nelle quattro mura domestiche causa Covid, fuori dagli schemi di assenza collaudati, dai silenzi sperimentati, da una assuefazione che è innanzitutto difesa, ci vengono rimandate nero su bianco dall’indagine dell’Istat sulle richieste di aiuto delle donne durante la pandemia. I numeri riconfermano che la violenza su di esse è un atto criminale che troppi continuano a perpetrare o a non voler vedere. Per indifferenza, per codardia, per ignoranza, per l’incapacità di comprendere e rispettare l’altro da sé. Le scelte e le negazioni dell’altra.

Giornata internazionale contro omofobia, transfobia, bifobia

Atteggiamento analogo a quello di chi è intollerante e dà un significato alla propria vita nella discriminazione degli altri ritenendo solo le proprie scelte quelle giuste. Nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia il presidente della Repubblica ha voluto e dovuto riaffermare “la centralità del principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”.  Il Capo dello Stato ha anche ribadito che “le attitudini personali e l’orientamento sessuale non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana, perché laddove ciò accade vengono minacciati i valori morali su cui si fonda la stessa convivenza democratica”.

Le difficoltà che incontra il ddl Zan

Sergio Mattarella è il presidente della Repubblica di un Paese dove al Senato non si riesce ad incardinare un disegno di legge come quello Zan, che, pur perfettibile, propone soluzioni e modi per fronteggiare e punire atteggiamenti sempre violenti di esclusione, di discriminazione per motivi di orientamento sessuale o di identità di genere. Norme richieste in questi giorni a gran voce in tante piazze italiane. Il disegno di legge è stato approvato alla Camera. Qualunque modifica in Senato imporrebbe un ritorno a Montecitorio. Ed invece è una legge di cui c’è davvero bisogno per far fare al Paese tutto un passo avanti.

Tornando ai numeri forniti dall’Istat sulla violenza apprendiamo che nel 2020, l’anno della pandemia, le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%).

Boom di richieste di aiuto ai centri antiviolenza

Il boom di telefonate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019). Nei primi cinque mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza (CAV). Un aumento c’è stato soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, come in una forma barbara di riaffermazione del proprio potere da parte degli uomini coinvolti, anche infastiditi da una campagna mediatica massiccia, capace di suscitare la reazione delle vittime, finalmente stanche di esserlo. Nel 2020, questo picco, sempre presente negli anni, è stato decisamente più importante dato che, nella settimana tra il 23 e il 29 novembre del 2020, le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019).

La violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%). Rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019).

Aumentano le violenze in famiglia

Riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020). Dopo il calo di utenze, in corrispondenza del lockdown di marzo 2020, i Centri antiviolenza hanno trovato nuove strategie di accoglienza (il 78,3%). Solo sei hanno dovuto interrompere l’erogazione dei servizi. Essenziale è stato il ruolo della rete territoriale antiviolenza per supportare i Centri nel loro lavoro. Nella maggioranza dei casi (95,4%) i CAV hanno supportato le donne tramite colloqui telefonici, nel 66,5% dei casi hanno utilizzato la posta elettronica mentre nel 67,3% i colloqui sono stati in presenza nel rispetto delle misure di distanziamento.

Per quanto riguarda le Case rifugio, nei primi 5 mesi del 2020 sono state ospitate 649 donne, l’11,6% in meno rispetto ai primi 5 mesi del 2019. Le Case hanno, infatti, segnalato più difficoltà dei CAV a organizzare l’ospitalità delle donne e a trovare nuove strategie (55,3% dei casi). Per il 6 per cento delle donne accolte, le operatrici hanno segnalato che è stata proprio la pandemia ad avere rappresentato la criticità da cui ha avuto origine la violenza.