La verità sui migranti del Mediterraneo:
è falso che gli arrivi sono diminuiti

Il flusso di migranti nel Mediterraneo non è diminuito, contrariamente a quando sostiene una narrazione, che pensa di essere consolante, proposta (anche) dal nostro ministro degli Interni. Le rotte si sono semplicemente spostate. Vediamo prima i dati, poi cercheremo una spiegazione.

Primo dato: tra il primo gennaio e il 28 maggio 2019 – secondo l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, i cinque paesi dell’Unione Europea che affacciano sul Mediterraneo e che sono interessati dai flussi migratori definiti “clandestini”, mentre sono semplicemente “disperati – gli arrivi sono stati 26.537. Di cui 19.982 via mare e 6.555 via terra.
I morti accertati sono stati 507 (al 30 maggio). Un numero più che sufficiente ad accreditare la tesi di papa Francesco, secondo cui un mare di civiltà, un canale di idee e innovazioni, si è trasformato in un cimitero. Nel più grande cimitero al mondo di migranti.

Secondo dato. Questo flusso di migranti non è diminuito. A fine marzo erano 16.000, esattamente come un anno fa, nel 2018. Il flusso di migranti ha iniziato a diminuire drasticamente nel 2016, in tutt’altro contesto geopolitico, e da allora, malgrado trionfalistiche dichiarazioni, è sostanzialmente costante.

Terzo dato. I migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo su mezzi di fortuna non sono diminuiti, hanno semplicemente cambiato rotta. Ora i punti di approdo non sono quelli dell’Italia, ma, nell’ordine, della Grecia e della Spagna. Per l’Europa nulla è, in sostanza cambiato.

Ecco la distribuzione: a fine maggio in Grecia sono giunti 13.606 migranti, provenienti quasi tutti dalla Turchia e dall’Egitto. In Spagna sono giunti 10.504 migranti, provenienti dal Marocco. L’Italia è solo il terzo e distaccatissimo punto di sbarco. Nel nostro paese sono giunti 1.495 migranti, provenienti da un ampio ventaglio di paesi: Algeria, Tunisia, Egitto, Grecia e (anche) Libia. Cipro ha visto sbarcare 794 migranti provenienti dalla Turchia e Malta 138 migranti, provenienti dalla Libia.
Tutte queste cifre sono ampiamente sottostimate. Perché molti partono e arrivano senza lasciare traccia. Soprattutto molti partono e muoiono in mare senza lasciare traccia. Per cui è lecito sospettare che i 507 morti certificati siano una parte, forse minoritaria, dello sterminio di migranti.

Sterminio non è un termine esagerato. Perché la quasi totalità di queste morti sono evitabili, sia impedendo le partenze alla ventura sia soccorrendoli con sistemi efficienti in mare. Rispettando quel diritto alla vita sancito da molte costituzioni, compresa la nostra, sia dal diritto internazionale.
Dunque, il problema delle migrazioni “disperate” nel Mediterraneo non è stato risolto. Ha solo preso altre strade. Il nostro paese tende a nascondere questo fatto, mettendo semplicemente la polvere sotto il tappeto. Soprattutto degli altri. La Grecia, per esempio, ha accolto un numero di migranti in questi ultimi cinque mesi dieci volte superiore all’Italia. Ma lo ha fatto con una dignità decisamente superiore alla nostra. Il problema per la Grecia esiste, ovviamente. Ma ad Atene nessuno si straccia le vesti.

Idem per la Spagna. E, in dimensioni più ridotte in assoluto, ma ugualmente importanti in termini relativi, per Cipro e per Malta. I numeri rendono giustizia per ogni veste stracciata. Il numero di migranti disperati giunti in Italia in questi primi mesi del 2019 rappresenta lo 0,002 per cento della popolazione. Praticamente nulla. In Spagna i migranti giunti sono, in proporzione dieci volte tanto: lo 0,02 per cento. Un numero comunque sopportabile. In Grecia il numero degli arrivi è decisamente più importante: lo 0,13 per cento della popolazione. Quasi stette volte più che in Spagna e quasi 70 volte più che in Italia. Gli arrivi a Cipro sono pari allo 0,07 per cento della popolazione. Una percentuale inferiore a quella greca, ma pur sempre 35 volte superiore a quella italiana. Infine Malta, più volte accusata di non fare abbastanza: i 138 arrivi rappresentano lo 0,03 per cento della popolazione locale. Una percentuale 15 volte superiore a quella italiana.
Questi sono i dati. Tutto il resto è propaganda.

Ma se i migranti hanno cambiato rotte, perché lo hanno fatto? Il motivo principale – e qui siamo nel campo di un’ipotesi che andrebbe scientificamente verificata – non va ascritto al muso duro di qualche ministro italiano bensì alle condizioni in cui versa la Libia. Una condizione di altissima confusione che è degenerata in guerra. Per i trafficanti di uomini conviene cambiare i punti di partenza e, di conseguenza, di arrivo.
Anche sulle nazioni di provenienza dei migranti che sbarcano in Europa, la narrazione va ritarata. La maggior parte non viene dall’Africa sub-sahariana e non è conseguenza della crescita demografica di quei paesi. Questi, nell’ordine, i primi sei paesi di provenienza: Afghanistan (2.500); Marocco (1.600); Guinea (1.100); Mali (1.000); Siria (1.000); Irak (800).
No, le barriere che stiamo elevando non sono per impedire l’invasione africana (sostanzialmente inesistente) ma altre. La principale delle quali (Afghanistan, Siria, Irak) è una fuga disperata da paesi in cui l’occidente (Europa e Italia comprese) è impegnato in guerre definite, da noi occidentali, giuste.