Il baratto di Svezia e Finlandia: 33 rifugiati curdi per la NATO

Un baratto vergognoso, presentato all’opinione pubblica con un’ipocrisia senza fine. Sono parole forti, ma non ne troviamo di più adatte per raccontare quello che è accaduto ieri a Madrid, in margine al vertice della NATO. La Svezia ha venduto alla Turchia la libertà dei rifugiati curdi che si trovano legalmente sul suo territorio e ha ritirato l’embargo alla fornitura delle armi ad Ankara, cosicché le truppe di Recep Tayyip Erdoğan potranno meglio concludere nel nord della Siria l’operazione “Sorgente di Pace” (così si chiama), che consiste nell’ammazzare tutti i curdi che capitano loro a tiro, donne, vecchi e bambini compresi. Anche con le armi svedesi, visto che le avrà.

L’intesa, che ha sbloccato l’impasse determinata dalla minaccia di veto turca sulla decisione, che deve essere presa all’unanimità dagli attuali membri del Consiglio atlantico, sull’ammissione di Svezia e Finlandia nell’alleanza, è stata raggiunta al termine di una riunione di quattro ore tra Erdoğan, la capa del governo svedese Magdalena Andersson, il presidente della Finlandia Sauli Niinisto e il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg.  Anche troppe, quattro ore, considerato che, come si è visto alla fine, tanto la svedese che il finlandese hanno accolto tutte le pretese del presidente turco.

Erdoğan vuole anche una deputata svedese di origine curda

Magdalena Andersson, capo del governo svedese

Fra i 33 “terroristi” curdi che Erdoğan reclama per consegnarli alle proprie galere c’è anche Amineh Kakabaveh, deputata del parlamento svedese eletta in una lista di sinistra che il 30 novembre scorso aveva salvato Andersson con il suo voto permettendole di diventare Segretaria di Stato, ovvero leader del governo. Per ottenere il suo voto l’aspirante premier, presidente del partito socialdemocratico senza una maggioranza certa, si era impegnata per iscritto a garantire libertà e diritti di tutti gli oltre centomila curdi che vivono come esiliati politici in Svezia. Una garanzia superflua, aveva commentato più d’uno allora, giacché lassù i diritti degli emigrati politici sono (erano) sacrosanti e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di considerarli revocabili…

Più tardi, mentre cominciavano i cori delle perplessità e delle condanne, Andersson ha cercato di ridimensionare lo scandalo affermando che “non consegneremo ai turchi nessuno che sia cittadino svedese, se non è coinvolto in attività terroristiche”. Altro esercizio di ipocrisia, considerato il fatto che quasi nessuno degli esiliati ha la nazionalità svedese (molti sono in attesa del riconoscimento della domanda) e che sul “coinvolgimento in attività terroristiche” il giudizio è molto vago e soprattutto è vago che cosa sia tale eventuale coinvolgimento per i turchi. In ogni caso – ha continuato la premier – “continueremo a rispettare la legge svedese e il diritto internazionale”. E però non ha voluto escludere l’estradizione dei 33 chiesta da Ankara. Prenderemo in esame la richiesta, ha detto.

Amineh Kakabaveh

Il problema vero è che da quando il dittatore turco ha formulato il suo ricatto minacciando il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, niente è stato più così sicuro. Una decina di giorni fa si è sentito Stoltenberg dichiarare che le “preoccupazioni” dei turchi sulla loro “sicurezza” andavano “comprese” e poi i segnali sono andati intensificandosi: una trattativa più o meno segreta era in atto, anche se nessuno poteva pensare che svedesi e finlandesi avrebbero accettato l’ignominia senza tentare almeno di ribellarsi.

Nei giorni scorsi, quando si andava profilando il baratto, la deputata Kakabaveh aveva detto che era scandaloso che il governo turco chiedesse la sua deportazione, oltretutto in un paese di cui non è cittadina, essendo lei siriana. “Si sono permessi di attaccare la parlamentare di un paese democratico europeo e chiederne l’estradizione” ha dichiarato: “Ed è terribile che lo abbiano fatto senza subire alcuna conseguenza”.  Ancora più terribile è che, almeno da quanto hanno dichiarato i turchi ieri, lo abbiano ottenuto. Forse, almeno per lei il trasferimento nelle carceri di Erdoğan verrà bloccato perché, sempre forse, dalle parti di Stoccolma se non al governo almeno nei tribunali esiste ancora un po’ di pudore. Ma i suoi connazionali, aderenti al PKK o al partito che sostiene l’YPG, l’esercito di volontari che ha liberato la Siria dall’ISIS e dal loro terrorismo (vero) questa fortuna potrebbero non averla: anche per la Svezia ora sono quanto meno sospetti di “terrorismo” e potrebbero essere i turchi ad occuparsi di loro. Con i metodi che sono tristemente noti.

Insieme con i curdi il governo di Ankara reclama dalla Svezia, e anche dalla Finlandia, i cosiddetti (dai turchi) gülenisti, cioè i seguaci del predicatore Fethullah Gülen, il “traditore”, un tempo amico e sodale, che Erdoğan considera ispiratore della fallita rivolta del luglio del 2016. Si tratta anche in questo caso di esiliati politici, che avrebbero diritto alla protezione in qualunque stato dell’Unione europea eccetto, evidentemente, nei due che un tempo venivano considerati i più ospitali e garantisti del continente e forse non solo.

Insomma, quello che è accaduto ieri rappresenta un tristissimo inedito nella giurisdizione degli stati dell’Unione europea in fatto di diritto di asilo e di garanzie agli esiliati. Un frutto, anche questo, della aggressione di Putin all’Ucraina, di quella violazione del diritto internazionale perpetrata con crudele determinazione e cinismo, che non poteva non innescare un imbarbarimento del clima politico e democratico, risvegliando gli umori nazionalisti e gli egoismi sovranisti. Ma i timori che il nazionalismo neoimperiale di Vladimir Putin può avere provocato nei suoi vicini del Baltico non spiegano e tanto meno giustificano la regressione in materia di tutela dei diritti e di civiltà di due paesi che la storia, quella più antica per la Svezia e quella più recente per la Finlandia, ci aveva consegnato con una immagine positiva e persino allettante.

Le minoranze etniche e il ruolo delicato della NATO

il presidente della Turchia Tayyip Erdogan

Ma il punto di riflessione più delicato riguarda, forse, la NATO. L’alleanza militare occidentale in passato nei suoi interventi out of area ha spesso tradito i fondamenti della sua missione che consiste non solo nel “garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri”, ma anche nel “promuovere i valori democratici”. Nel suo passato ci sono brutte zone d’ombra, come la Grecia dei colonnelli, la dittatura di Salazar, le trame oscure e le operazioni stay behind dei servizi che hanno accompagnato la vita politica di alcuni paesi, soprattutto l’Italia. Non si tratta di fare processi al passato, ma la presenza, con un ruolo militare preponderante, di uno stato per molti versi dittatoriale in patria e imperialista verso l’esterno come la Turchia costituisce un problema del presente che i vertici politici dell’alleanza rifiutano perfino di considerare un problema, visto che il capo politico massimo dichiara candidamente di “comprendere” le aspirazioni turche alla “sicurezza”. Le quali consistono, da mesi e da anni, nel reprimere nel sangue le aspirazioni all’indipendenza o anche solo all’autonomia di un popolo che – come gli ucraini per Putin – per Erdoğan “non esiste”, essendo i curdi nient’altro per lui che “turchi di montagna”. A voler essere fiscali, la Turchia, se non fosse già nella NATO e chiedesse di entrarci, a norma di statuto verrebbe respinta perché nell’alleanza atlantica non possono entrare stati che reprimono le minoranze e hanno conflitti con altri paesi.

Draghi in imbarazzo: “Chiedete a Svezia e Finlandia”

Si tratta di riflessioni che prima o poi dovranno entrare nel dibattito politico in Europa e in Italia. Per ora non c’è che da registrare amaramente la brutta pagina scritta ieri a Madrid, subito prima che i leader dei trenta paesi decretassero in un ennesimo nuovo “strategic concept” l’ennesimo aumento di contingenti militari: saliranno a oltre 300 mila uomini le unità schierate in Europa nelle forze di “pronto intervento”, soprattutto nei territori dell’est. Non sono propriamente un contributo alla de-escalation.

Una brutta pagina sulla quale è lecito chiedersi quale sia il giudizio del governo italiano. Ieri Draghi alla domanda di una giornalista sull’intesa a tre sui “terroristi” in un primo momento è sembrato voler andarsene senza rispondere. Poi però ci ha ripensato, è tornato indietro e ha detto che “siccome si tratta di un punto molto importante, è bene che questa domanda la facciate alla Svezia e alla Finlandia”. Una cauta presa di distanza? Forse. Chissà. Magari.