La vera sfida è conquistare gli elettori grillini

C’è stato un nuovo terremoto, non è il primo. Viene da lontano, come da lontano venivano il terremoto del 2014 con il successo di Renzi e quello del 2019 con il trionfo dei Cinque stelle. Nascono dalle stesse esigenze, dagli stessi bisogni, e anche essi vengono da lontano. Affondano le radici in una lunga crisi acuitasi nel primo decennio del nuovo millennio, che ha generato nuove e profonde diseguaglianze, provocando risentimenti, rabbie profonde, ma accentuando anche una grande, inarrestabile esigenza di giustizia e la speranza, per ottenerla, di un cambiamento radicale, totale rispetto al passato – a qualunque passato. Il presente e il futuro, strettamente intrecciati: questi sono oggi i tempi della vita ed anche della politica, tempi duri, drammatici, aperti a qualunque esito, purché “nuovo”, diverso dal passato.


Renzi, Di Maio, Salvini hanno in comune questo tratto morfologico: sono apparsi nuovi, opposti a un passato considerato indigeribile, e perciò hanno vinto. Hanno incarnato la novità, sono stati capaci di suscitare una speranza. Ma Renzi e Di Maio sono caduti per il motivo opposto: perché non hanno saputo mantenere le promesse, non hanno soddisfatto le speranze, non sono riusciti a cambiare le cose – non in superficie, ma nelle strutture profonde, nelle fondamenta.
Qualcosa che non si può cambiare con gli ottanta euro o con il reddito di cittadinanza: la richiesta di larghi strati del popolo italiano è più radicale. E occorre prenderne atto, specie a sinistra.
Se questo è vero, niente esclude che Salvini possa essere travolto dalla stessa onda, quando apparirà chiaro che dietro le sue promesse c’è assai poco, e che non ha intenzione di far niente di sostanziale per venire incontro a quelle speranze di radicale cambiamento. A differenza degli altri due, Salvini ha colto qualcosa di quello che si è risvegliato nel corpo profondo della nazione, stimolandone gli istinti peggiori, ma senza una strategia capace di corrispondere alle richieste alla base del successo elettorale delle europee. Salvini si muove sulla superficie, e a questo livello è ascoltato, ma non scende nel vivo dei problemi acuiti dalla lunga crisi italiana. Se le risposte sono la flat-tax o l’autonomia regionale andrà poco lontano. Come l’ha sollevato, così l’onda potrà travolgerlo.
Per la sinistra c’è uno spazio immenso, se capisce quello che sta succedendo e non si accontenta dello striminzito risultato elettorale, come giustamente lo definisce Pietro Spataro (LEGGI QUI ). Certo, meglio guadagnare qualche punto che continuare a perdere, anche se è stata perduta una regione cruciale come il Piemonte. Ma diciamolo: sono anche gli altri che sono crollati, favorendo il Pd che è diventato il secondo partito del paese. Ma lo è diventato soprattutto – e anche questo va detto – perché sono ritornati a votarlo persone che si erano allontanate, chiudendosi nell’astensione. Come ci hanno spiegato gli istituti che studiano i flussi elettorali sono tuttavia pochissimi quelli che dopo aver votato per i grillini hanno scelto ora di votare per il Pd. Problema grave, a mio giudizio, che occorre mettere all’ordine del giorno.
Se questa analisi è vera – e il Pd vuole incrociare le correnti profonde che attraversano il paese, e l’intreccio di risentimento, speranza, ribellismo che le connota – bisogna fare politiche radicali, in grado di operare una svolta reale, a tutti i livelli: nella politica e negli atteggiamenti mentali, culturali, ideologici. Insomma, nel modo di guardare e pensare la realtà.
Chi, come Renzi, dice che bisogna guardare al centro, non ha capito niente della crisi italiana, e dei caratteri eccezionali che la distinguono. In questo quadro, per la sinistra si pone il problema delle alleanze. E il primo nodo da sciogliere è il rapporto con quegli strati di popolo che si sono riconosciuti nei Cinquestelle.


La politica italiana, ed anche la sinistra, sono state condizionate in questi anni da quel garbuglio che sono i 5stelle. Né destra, né sinistra, con un gruppo dirigente pronto a qualunque compromesso pur di arrivare al potere e di mantenerlo. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni: neppure i democristiani arrivavano a un tale attaccamento alla poltrona. Schiodare Di Maio è impossibile: come direbbe Fortebraccio accade così con i timballi, quando si dimentica di mettere l’olio nella padella. Di Maio e i suoi sodali non si schiodano.
Ma il Movimento 5stelle non si risolve nei suoi dirigenti, come ha osservato Enrico Rossi. Ci sono gli strati di popolo che li hanno seguiti in questi anni. Con loro bisogna fare i conti, ed è possibile perché quell’aggregato che sono i 5 stelle con le elezioni europee ha cominciato a sciogliersi. I 5 stelle sono esplosi, questo è il dato politico fondamentale per chi è interessato a una ricostruzione della sinistra italiana ed europea; una parte di loro è andata alla Lega, un’altra è rimasta nei vecchi accampamenti. E con questa parte occorre iniziare a dialogare perché, anche se è animata da impulsi cattivi – rancore, risentimento, invidia, ribellismo – dichiara, almeno sul piano delle intenzioni, di volere un’Italia più giusta, meno diseguale. Va messa alla prova. Fino ad ora, questo strato di popolo è stato la massa di manovra di un nuovo ceto politico, pronto a qualunque cosa pur di sopravvivere, al servizio della Casaleggio e Associati. Va svegliato, riportato alla realtà, a guardare il “governo del cambiamento” per quello che esso è stato in questo ultimo anno. Va liberato dalle nebbie ideologiche in cui è stato avvolto, fino a battersi per il contrario di quello che era nei suoi disegni originari. Del resto, senza tener conto del peso della ideologia non si capirebbe niente di quello che è accaduto e sta accadendo in Italia, e di questo gli strati che continuano a raccogliersi nei 5stelle sono un esempio di scuola.


La sinistra, a cominciare dal Pd, deve avere ora un atteggiamento aperto verso questo popolo, e deve farlo muovendosi sul terreno delle proposte concrete, delle iniziative capaci di coinvolgere anche chi è stato distante, anzi estraneo ed ostile alle forze della sinistra. In una parola: deve fare politica confrontandosi con tutti, anche con il popolo che si è raccolto sotto le bandiere dei 5stelle. In politica il tempo è decisivo: questo è il momento di agire per allargare il campo delle forze riformatrici. È finita una fase, oggi ne inizia un’altra, una nuova fase di movimento.
Oggi è necessario lavorare per fare esplodere quello che resta del movimento di 5stelle – con il realismo, l’intelligenza e la lungimiranza necessari – costruendo un nuovo schieramento delle forze riformatrici, oltre gli steccati del passato. Uno schieramento nuovo, capace di interpretare le esigenze di radicale cambiamento che in tante forme, anche opposte, salgono dal profondo del paese. La sinistra deve sapere trasformare il ribellismo, la rivolta elementare, in azione politica positiva, riformatrice. Questa è la principale sfida che, qui e subito, abbiamo davanti.