San Quirico d’Orcia
dove i mondi si incontrano

Dinoccolato, il ragazzo senegalese passa tra i filari della vigna accanto a un uomo anziano che impugna forbici da vendemmia. Una voce chiama: Calimero! O Calimero vieni a darmi una mano. Nell’aria si crea tensione. Inaccettabile viene da pensare. Poi Calimero, l’uomo anziano, risponde: arrivo. E Ibu, con passo lento e sorridente si calca meglio il cappellino in testa: vai a dargli una mano, io fo’ da solo…

Primo quadro: la realtà che spiazza l’osservatore metropolitano abituato al razzismo quotidiano. Qui siamo nella magnifica terra, e stavolta la bellezza del paesaggio non conta. Magnifica di un vivere semplice e generoso. Dove le radici affondano in una cultura di rispetto e solidarietà, e l’umanità prevale sulle ventate mediatiche e politiche di inciviltà. Questo attraversamento – camminando e domandando – racconta in tre puntate luoghi ed esperienze di interazione e integrazione: San Quirico d’Orcia, Monticchiello e la zona tra La Foce e Chianciano.

San Quirico d’Orcia, fine estate vendemmiando
Tra i filari una bimba ricciolina rincorre il trattore vociando con altre due ragazzine scatenate. Si chiama Laura. Il trattore lo guida Rossano, lo zio. A caricare le ceste d’uva ci pensano Adamo, il nonno della bimba e Ibu, il padre. C’è festa grande nell’antico podere La Martinella, amici e parenti tutti insieme vendemmiano. Ermelindo e Calimero sono amici di famiglia, mentre tagliano l’uva matura raccontano la loro vita, le imprese, il sostegno di vicinato tra contadini. La mattinata scorre serena in questo piccolo mondo a due passi da San Quirico, in piena Val d’Orcia.
Alza il bicchiere Ibu, che tifa la Fiorentina, parla l’inglese con accento americano e l’italiano come un toscano. Quando ride scuote la testa con quell’aria filosoficamente disincantata a metà tra Jamie Foxx e Lev Trockij. Ibu sta per Ibrahima, è il compagno di Marusca, la figlia di Adamo, burbero gentile, per tutti Radicchio. Mi hanno chiamato così quando avevo quindici anni, racconta. Il soprannome ha funzionato bene, perché ci chiamano me e anche il mio figliolo. Siamo i Radicchio.
La moglie di Rossano, invece l’italiano lo parla poco. Si chiama Taechinee, viene dalla Thailandia, con il marito parla inglese, con la figlia Ciama in thailandese. Ma Radicchio con Ciama ci parla in italiano.
Piccolo mondo davvero, dice Calimero. Qui ogni anno ci si incontra, si lavora, si ride e scherza, poi si mangia tutti insieme, come oggi. Intorno alla tavola si brinda al vino nuovo.

Una normalità sensata, qui in Val d’Orcia dove l’ordine delle cose non è turbato dalle ventate mediatiche come in altre parti. Qui l’umanità e la generosità hanno radici antiche. Quando si pensa agli affreschi di Ambrogio Lorenzetti, agli effetti del buon governo e del cattivo governo, si pensa al Rinascimento, alla potente connessione dell’uomo con il territorio, con la bellezza. Ed è così. Ma nel tempo è come se la memoria avesse generato una cultura del rispetto, della cura. Una cultura in cui è normale l’arrivo dello straniero, l’attraversamento del pellegrino, il pane condiviso intorno alla tavola.

Ospitalità all’Opera
Qualcosa si respira anche nei numeri, che da soli ovviamente non bastano. Ma a San Quirico ci sono 420 stranieri su 2.650 abitanti. Percentuali alla mano siamo intorno al 15,8%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Tante le coppie miste. E ogni volta viene da pensare che la vita è più bella e serena senza muri di paura, senza differenze per colore della pelle o per colore del passaporto. Questa è terra ospitale – racconta Anna Rita Casini della Misericordia di San Quirico – schietta, popolata da gente sincera, laboriosa. Terra difficile in cui le donne hanno avuto una forza incredibile, hanno retto le famiglie quando c’era tanta povertà, hanno gestito il cibo, cresciuto i figli. Coraggiose durante la Resistenza, coraggiose dopo le violenze e la ferocia quando c’è stato da rimettere insieme i pezzi. In queste ragioni di umanità è possibile scorgere il senso di un’alchimia particolare.

Ambrogio Lorenzetti. Effetti del Buon Governo in campagna, 1338-1339, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

Gli ultimi tre arrivati a San Quirico sono tre senegalesi, Omar, Umar e Amadou. La Misericordia li ha aiutati a imparare l’italiano, a prendere la patente, li ha formati con stage dedicati all’apprendimento di lavori che potessero svolgere in questa zona. Così oggi uno fa il casiere, l’altro che parla inglese, italiano e francese lavora in un albergo, il terzo sta concludendo uno stage sul lavoro in campagna. L’idea è che possa trovare occupazione nei poderi per i lavori stagionali.

L’accoglienza e l’integrazione – racconta Nicoletta Innocenti, attivista di Opera Valdorcia  – sono state sempre vissute con semplicità. Sono arrivati gli albanesi, i kosovari, poi i primi migranti dall’Africa. E sempre la comunità ha spalancato le porte, ha creato le condizioni per dare a tutti la possibilità di fare qualcosa. Credo si tratti di qualcosa che somiglia alla legge del mare, di aiuto reciproco, applicata alla valle come consuetudine contadina: generazioni e generazioni hanno strappato alla terra le risorse per vivere, senza mutuo soccorso non ci sarebbe stata storia.

La sensazione è questa: una comunità che sa che cosa vuol dire esserlo. Che ha conosciuto la fatica, la durezza del lavoro e poi la mancanza di lavoro. Gli uomini e le donne di Castiglion d’Orcia alla fine degli anni ’50 si incamminarono lungo queste strade in una Marcia della Fame che ha fatto epoca. Quando la polizia disperse i manifestanti, vennero loro incontro dalle valli vicine a portare acqua, pane, vino e salame. Con la solidarietà si costruisce una cultura del rispetto e dell’attenzione verso il prossimo. E l’attenzione verso il prossimo non può essere deferenza verso chi ha soldi e potere, è cura verso chi ha meno, verso chi ha meno diritti.

1) – Continua