La febbre catalana
non solo egoismo

Cominciamo con una domanda: davvero dobbiamo pensare che da qui ai prossimi decenni l’Europa che vediamo sulla carta di oggi rimarrà uguale? La domanda mi nasce dalla lettura dell’articolo che Paolo Soldini dedica alle vicende catalane. La mia risposta – non lo dico esprimendo una preferenza personale ma solo basandomi sull’esperienza storica – è no.

Il continente contiene una stratificazione storica e – come dice anche Soldini – una tale quantità di minoranze e di differenze (etniche, linguistiche, culturali, di interessi) da essere instabile nelle sue identità nazionali e nei suoi confini statuali. Il problema che vorrei pormi invece è capire come si fa (se è possibile) ad evitare che questa potenziale trama di tensioni diventi un futuro di conflitti. E se una cosa può essere l’Europa (o meglio l’Unione Europea) è quella di rappresentare una casa più grande e una struttura politica che non sia solo la somma degli stati nazionali. Per questo credo che la concitata vicenda catalana di questi giorni sia una prova non solo per la Spagna ma per il significato stesso della Ue.

Ci troviamo infatti davanti ad una divaricazione oggi non sanabile: da una parte una regione-nazione che vuole scindersi seguendo la strada costituzionalmente impossibile del referendum, dall’altra quella di una nazione (con una storia poco o per nulla incline alle autonomie e anzi con un passato drammatico che ha generato una guerra civile strisciante contro i Paesi Baschi) che usa la Guardia Civil per arrestare governanti locali e bruciare le schede referendarie.

Il problema non è per chi facciamo il tifo (se fosse per questo credo che Barcellona batterebbe i blancos madrileni 6 a 0 tra gli italiani per mille motivi sentimentali e non politici) ma come si affronta un problema come questo. Finché le proteste e la loro repressione non diventeranno violente i paesi europei potranno trincerarsi dietro un imbarazzato silenzio, ma prima o poi si dovrà cercare di aprire un ombrello diplomatico e prima sarà meglio è. Altrimenti andiamo incontro al rischio che l’Europa perda davvero di significato oltre che al rischio di un conflitto violento che potrebbe allargarsi a macchia d’olio.

Ricordo come, all’inizio del nuovo millennio, fu accolto all’interno della Ue lo sfaldamento della repubblica di Iugoslavia, o la separazione in due della Cecoslovacchia, o ancora la frammentazione del grande impero sovietico e all’interno dei singoli stati che si venivano creando le tendenze allo sbriciolamento di entità nazionali sempre più piccole, ricalcate su etnie e religioni. Le secessioni iugoslave erano sostenute dai paesi europei (Germania in testa) con molte ragioni e con molta leggerezza. Ci sono voluti dieci anni, molti morti e violenze perché quel mosaico acquisisse una sua qualche stabilità.

Anche in Italia la questione della secessione fu agitata dala Lega senza mai troppa convinzione ma riuscendo ad aprire un tema come quello del federalismo. Il federalismo ha ben altra origine e non certo di destra (non penso tanto a Cattaneo e Gioberti per i quali poteva apparire come una strada moderata all’unità d’Italia ma a Colorni e ai suoi amici Spinelli e Rossi) ma – riconosciamolo – fu un tema che affiorò anche a sinistra solo per moderare le fughe leghiste. Un tema che appare in declino nel dibattito pubblico (anche se, paradossalmente, la vittoria del no al referendum nel nome dell’antirenzismo ha cancellato anche quel po’ di confuso federalismo che era stato introdotto con la riforma del Titolo V della Costituzione varata nel 2001) ma che forse andrebbe ripreso e ripensato. E’ curioso che, mentre in Catalogna ci si appassiona per il referendum negato in Lombardia il referendum barzotto sull’autonomia aumentata non suscita né passione né scandalo.

Ma torniamo un momento a Barcellona. Che significa davvero in questo caso la secessione e l’indipendenza? Una estraneità e una conflittualità tra Catalogna e Spagna? Politiche estere diverse? Frontiere chiuse? Eserciti schierati sull’autostrada per Madrid all’altezza della circonvallazione di Lleida? Insomma: cosa vogliono i separatisti e perché le loro idee fanno tanto breccia tra i catalani? C’è una interpretazione meramente egoistica dei nuovi separatismi che ha fatto scrivere ad un analista francese Bernard Guetta: “È vero che in Catalogna, come in Scozia, in Fiandre o, in misura minore, in Corsica, ma anche nel nord Italia, l’identità nazionale è stata inventata per camuffare il semplice desiderio di non condividere la ricchezza con altre regioni. Dall’egoismo regionale alla riaffermazione di una cultura propria, le aspettative dell’indipendenza sono alimentate in Europa da molte cause, il problema è che gli Stati europei stiano attualmente indebolendo ad un tasso superiore a quello dell’Ue forte e che potrebbe provocare, un giorno, una sorta di vuoto “.

Non sono d’accordo sull’interpretazione meramente egoistica (che pure c’è visto che – con l’esclusione della Corsica – non sono le regioni depresse a volersene andare ma quelle economicamente forti ed evolute) ma ha certamente ragione nel suo ragionamento su stati nazionali ed Europa. Da un certo punto di vista l’indebolimento dei vecchi stati nazionali è persino augurabile (e i processi di integrazione europea lo hanno aiutato, facendo apparire la nazione non come l’unico elemento coesivo) ma la rete di sicurezza deve essere rappresentata da una Ue capace di inserire le diverse culture, le molteplici autonomie, le tante identità all’interno di un mosaico democratico.

In qualche modo, per di più – ed è qui una ulteriore debolezza – tutte le forze politiche del continente che si richiamano all’Europa (da Macron a Merkel passando per tutte le declinazioni della sinistra italiana) continuano a pensare l’Europa come una sorta di unione di stati nazionali. E questo non ci aiuterà ad affrontare la febbre catalana.

Catalogna, l’insidia delle piccole patrie di Paolo Soldini

L’azzardo finale di Barcellona di Elena Marisol Brandolini