La traversata nel deserto del Pd alla ricerca di una identità vincente

La traversata nel deserto. Sarà la terza o quarta volta che il Partito democratico viene condannato a una lunga penitenza, ma ogni volta deve essersi fermato alla prima oasi (di governo) disponibile. Eppure, non ha perso, almeno in percentuale, perché nel 2018 aveva raggiunto il suo minimo storico, 18,7%, sotto la guida di Matteo Renzi, che subito dopo se n’era scappato con un bel gruzzolo di parlamentari, indebolendo ulteriormente il suo ex partito. Adesso, a parte la trionfante Giorgia Meloni, il “povero” Enrico Letta ha guadagnato un risicato 19,1%, ma tutti parlano della “catastrofe” del Pd, anche se ha gli stessi voti di Lega e Forza Italia messi assieme, entrambi “vincenti” e dimezzati.

Ascoltare e capire nelle piazze e nelle strade

Foto di Roger Sexton da Pixabay

Allora, più che farsi una passeggiata purificatrice nel deserto, forse dovrebbe ricominciare a frequentare strade e piazze, per ascoltare e capire, per riflettere e decidere chi è e soprattutto chi vorrebbe essere. Meglio non dare troppo credito a chi propone l’estinzione del Pd, per banchettare sulle sue spoglie. La sconfitta, o meglio l’opposizione -come insegna lo sport- deve produrre una riflessione critica e dolorosa, per correggersi e migliorare, soprattutto se si pensava di correre la maratona e invece erano i 100 piani.
Ma i prossimi cinque anni saranno una corsa ad ostacoli, che necessita di fondo, abilità tattica e strategica, conoscenza del territorio dove si corre e si salta. Si dice che il Partito democratico sia nato dalla “fusione fredda” tra ex democristiani di sinistra e la parte riformista del PCI, ma si dimentica che c’erano anche anime socialiste, repubblicane e liberali, in una sorta di “arco costituzionale”. Ma subito dopo, a quanto pare, sono rimaste le correnti e la “nomenklatura”, la lotta per poltrone e poltroncine, e così è diventato -secondo qualcuno- “antipatico”, perché arroccato nei palazzi e palazzetti del potere.

Adesso, il Pd, a parte l’ipotesi estinzione, sembra di fronte alla classica “alternativa del diavolo”. Riconciliarsi con il M5S di un Giuseppe Conte, anche lui “vincente” e dimezzato, che si è scoperto “progressista”, dopo aver detto mille volte che non era “né di destra né di sinistra”? Oppure allearsi con il duo, sedicente “liberaldemocratico”, di Renzi e Calenda? Eppure, “mister aut aut” non ha torto quando afferma che il partito, se e quando sarà “rifondato”, dovrà scegliere chi essere per decidere con chi stare, perché senza alleanze non si vince.

Una nuova legge elettorale

Conviene, però, partire da valori e principi, dalle coordinate da seguire per sapere dove si vuole andare e a fianco di chi stare, chi difendere, chi rappresentare. Dopo tanta fatica e dolori prodotti dalla pandemia, dalla guerra e da una crisi che sembra infinita, il Pd provi a recuperare un po’ di leggerezza e sorriso, forse un po’ di utopia e di speranza.
Più concretamente, però, proponga subito una nuova legge elettorale, meglio se a doppio turno, come per i sindaci, per riavvicinare i cittadini alla politica e al territorio, mandando velocemente in soffitta il “Rosatellum” attuale, con il suo perfido effetto “flipper” e le pluricandidature, disperse qua e là, in giro per l’Italia.
Nel programma, sintetico ed identitario, ci siano i diritti e i doveri; il clima, sempre più malato e rovente; il lavoro, ormai frazionato e disorientato; i giovani, pochi ed abbandonati al loro destino; le donne, tanto citate quanto maltrattate. E poi i due pilastri da proteggere e rinforzare: la scuola e la sanità.
Solo dopo si parlerà di nomi ed alleanze. La storia della politica italiana, da Piero Gobetti, ai fratelli Rosselli, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, europeisti “ante litteram”, ci ha insegnato che si può essere, con rigore e coerenza, al tempo stesso, democratici, liberali e socialisti. Anche loro hanno combattuto eroicamente nella Resistenza, avevano un bel nome, che era già un programma, “Giustizia e Libertà”, ma avevano un difetto, erano in pochi…