La tragedia iraniana tra repressione e crisi economica

Un appello a ritirare i risparmi delle banche è stato lanciato alcuni giorni fa dai principali gruppi che organizzano le proteste in Iran. Un appello cui è seguito l’invito, per chi fosse in grado di farlo, a convertire il denaro in oro. La notizia, per molti versi singolare, è stata diffusa dal Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute che fornisce quotidiani aggiornamenti sulla crisi iraniana. Molti avrebbero risposto in modo positivo, riporta il Ctp, che peraltro ammette di non essere i grado di effettuare verifiche precise. Ma al di là dell’entità del fenomeno e dell’eventuale adesione di parte della popolazione, colpisce il tentativo di ‘diversificare’ gli strumenti di lotta contro il regime.

“Diversificare” la protesta

iran protesteGli organizzatori, ormai riuniti in una sorta di coordinamento che riesce a proclamare ‘pacchetti’ di scioperi, sembrano voler giocare la partita su diversi piani. Non solo manifestazioni in piazza che tante vittime stanno causando e che, soprattutto, hanno visto un ulteriore irrigidimento delle repressione con le prime esecuzioni capitali. Chi coordina la rivolta sembra volere anche puntare a minare l’apparato economico-finanziario stremato dalle sanzioni e dalla corruzione o, perlomeno, a metterne in evidenza la fragilità. Forse non è un caso che, per la prima volta, si ha notizia di una campagna di stampa da parte di media legati ai Guardiani della rivoluzione per discreditare i gruppi che tramite i social organizzano le manifestazioni contro il regime. Tra la accuse ai promotori delle protese quelle di lavorare al soldo di Paesi nemici, come l’Arabia Saudita, o, peggio, di avere aiutato le forze di sicurezza nell’identificare alcuni manifestanti.

La campagna di disinformazione testimonierebbe quanto questi gruppi, dopo ormai tre mesi di proteste, siano temuti e quanto importante sia la loro influenza sulla maggioranza degli iraniani oppressa, oltre che dal regime illiberale, da una crisi economica sempre più devastante. L’Iran sta infatti subendo da anni una crescita dell’inflazione che appare inarrestabile: nel 2022 si attesta – secondo i dati del centro di statistica nazionale al 44% circa, con punte di oltre il 47% nelle aree rurali e la previsione di un possibile ulteriore balzo oltre il 50% nei primi mesi del 2023. Nel frattempo la svalutazione del Rial iraniano ha raggiunto livelli record: circa 365 per un dollaro Usa contro i 100 del 2016. La disoccupazione è attorno al 10%, e colpisce soprattutto donne e giovani. E se si guarda la composizione del Pil si comprende come l’Iran sia ormai incanalato in un’ineluttabile regressione rispetto agli anni d’oro dell’export petrolifero. Il 57,6% del Prodotto interno lordo – secondo i dati della Banca centrale iraniana elaborati dal Amwaj.media – proviene dai servizi, il 19,5% da industria e miniere, il 10,7% dall’agricoltura e appena il 7,9% dal petrolio – a causa dell’embargo, ovviamente – che precede soltanto le costruzioni al 4,3%.

La crisi di uno Stato

Questa situazione è frutto, oltre che di un sistema caratterizzato da malgoverno, incompetenza e corruzione, soprattutto delle sanzioni internazionali che hanno sempre più impoverito la classi medio-basse del Paese eproteste in iran – paradossalmente, ma non troppo – hanno arricchito grazie al mercato nero molti esponenti del regime, non solo nell’entourage degli ayatollah, ma anche tra le fila dei Guardiani della rivoluzione.

È stato sottolineato come l’ondata di proteste scatenata dopo la morte di Mahsa Amini si differenzi da quelle di anni precedenti in quanto ‘totale’ e non limitata alla denuncia di problemi economici o settoriali. Non va peraltro dimenticato che in Iran – in base ai dati del ministero del Lavoro – quasi una famiglia su tre annaspa sotto il livello di povertà. In questo contesti appare interessante quanto emerge da un’analisi del Middle East Institute sulle cause e sugli sviluppi delle proteste in Iran che ipotizza la rottura, con l’elezione del presidente Raisi, di una sorta di patto non scritto tra cittadini e governo per cui “la popolazione sopportava una serie di difficoltà economiche avendo in cambio il diritto di ignorare una serie di norme”, soprattutto quelle più restrittive sulla così detta ‘morale islamica’. Questa sorta di tacita intesa sarebbe saltata con l’inasprimento dei controlli da parte del nuovo esecutivo e soprattutto con l’uccisione della ventiduenne curda vero e proprio detonatore di una bomba sociale ed economica che, una volta esplosa, appare sempre più problematico gestire. E così mentre a Teheran si annunciano altre condanne a morte e conseguenti esecuzioni capitali, sui social vengono proclamati altri tre giorni di mobilitazione con scioperi e manifestazioni in tutto il Paese.