La pandemia svela
i danni della riforma
del titolo quinto

Sebbene la corte costituzionale abbia sciolto con assoluta trasparenza l’enigma delle competenze decisionali in tema di governo della pandemia, continuano le sceneggiate quotidiane che ripropongono in termini persino donchisciotteschi il conflitto tra centro e periferia. Tra voglia di siglare dei contratti molto ipotetici con Sputnik e promesse del marinaio circa le riaperture del pizzicagnolo, ogni pretesto è buono nelle mani dei cosiddetti governatori per esibire la loro volontà di differenziazione.

E’ la politica ridotta a pura comunicazione. E così il governo delle istituzioni viene giocato come ghiotta occasione di propaganda, di rottura, di provocazione. Più che un pluralismo istituzionale, è la confusione di poteri i cui attori monocratici recitano come in un talk show. La grande farsa delle promesse e dei contratti immaginari non cancella però la tragedia della riforma costituzionale del titolo quinto.

La riforma sbagliata del 2001

Quella pessima riforma del 2001 è la metafora della improvvisazione distruttiva che ha conquistato l’Ulivo nella parabola della seconda repubblica. I dirigenti del centro-sinistra si comportarono esattamente come lo Stenterello dipinto da Gramsci. E cioè come dei politici persuasi di essere più furbi di tutti che, nella convinzione di avere la carta per mettere definitivamente all’angolo il nemico, adottano le loro stesse misure nella aspettativa grossolana che così lo spazio della competizione sia pienamente occupato e nulla quindi resta all’antagonista, cui non rimane che la resa.

fontana coronavirusConvinti nella loro furbizia che sposando la carta del “federalismo” si sarebbe per sempre consolidato il divorzio tra Bossi e Berlusconi, le forze dell’Ulivo imposero una riforma della seconda parte della costituzione che non soltanto non partorì l’effetto politico programmato (la destra si riappacificò subito infliggendo alle urne una dura sconfitta al centro-sinistra) ma squassò la coerenza della forma di Stato. La Consulta ha lavorato per anni solo per dirimere le controversie interpretative circa la puntuale attribuzione delle materie residuali e di competenza esclusiva.

Il guasto non è solo stato quello del diluvio ermeneutico che ha affaticato i giudici ma la costituzionalizzazione delle differenziazioni territoriali. Dallo Stato che dà forma al territorio con diritti eguali di cittadinanza si passava pericolosamente allo Stato che de-formava il territorio nazionale riconoscendo la responsabilità della repubblica solo nei livelli (minimi!) essenziali. Questo ha accentuato la asimmetria nel godimento dei diritti fondamentali (tempi di vita, prospettiva di cura variabili a seconda del luogo) con un sistema sanitario funzionante a macchia di leopardo e con ingiustificate diseguaglianze nella qualità dell’accesso alle prestazioni.

Competenza scientifica e politica

La pandemia ha evidenziato le troppe diseguali capacità di cura, di dotazioni strumentali, di personale esistenti nel territorio della repubblica. Lo Stato centrale in certe fasi rinunciava a decidere per timore della perdita di consenso e aspettava che fossero i poteri locali ad assumere l’onere di scelte impopolari. Nello scaricabarile delle responsabilità si alimentavano ondate successive di contagio. A complicare la situazione contribuiva anche l’altro nodo, il rapporto tra competenza scientifica e organismi politici.

Marsilio da Padova, un teorico che potrebbe essere a buon diritto considerato come il fondatore della biopolitica (anche se questa spesso conformistica corrente alla moda lo ignora del tutto), aveva messo nelle giuste dimensioni il problema. “Il medico offre un parere tecnico sulla salute fisica degli uomini senza detenere nei loro confronti alcun potere coattivo”. La legge, che deve “generare formam” ed è per questa sorretta dalla sanzione, spetta al politico. Ma nel corso della gestione dell’emergenza sanitaria si è presentata una continua confusione dei ruoli.

Al medico onnipresente in Tv per evocare urgenti decisioni e trasformare la scienza in doxa, si affiancava il politico che al calar delle tenebre sfornava raccomandazioni, consigli, indicazioni dettagliate su come abbracciare congiunti e affini. Un gran pasticcio tra consiglio e norma coercibile. Una rifondazione dello Stato e una selezione nuova del ceto politico sono questioni che la pandemia sollecita con assoluta urgenza. Ora la politica è sotto schiaffo (lo spettacolo dei governatori in delirio, la pochezza del ceto parlamentare non le lasciano scampo) ma dalla tregua potrebbe risorgere come purgata dal dialetto sovranista e dalla mistica dell’uno uguale uno. Servirebbe per questo risanamento culturale un partito in grado di recuperare la dimenticata formula gramsciana di specialista più politico.