La tragedia afghana
e il dramma di un popolo

Quello che sta succedendo (ora e nelle prossime settimane) in Afghanistan è sicuramente la prova di un grande fallimento. Vent’anni di intervento militare, dai costi stratosferici, non sono serviti praticamente a nulla. Si rischia di tornare alla situazione di prima con il ritorno dei Talebani nel controllo del paese.

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La transizione superata dagli eventi

È impressionante l’accelerazione degli avvenimenti, a fronte di un conclamato negoziato in corso da mesi a Doha (Qatar) che avrebbe dovuto portare ad una transizione se non proprio pacifica almeno sotto controllo e ordinata. Ora si rischia di evacuare in fretta e furia ambasciate, sedi di organizzazioni internazionali, si interrompe la preziosissima presenza delle ONG che tanto hanno fatto per i bambini, le donne, l’educazione scolastica.

Sconcerta di meno, a dire il vero, la sorpresa per la scarsa (o nulla) tenuta del ricostruito esercito afghano grazie all’addestramento degli occidentali, tra cui gli italiani. Solo in regimi dittatoriali complessi (Egitto per esempio) si può pensare che le forze armate garantiscano il nerbo della sicurezza e del controllo, in quanto integrate economicamente e gerarchicamente nell’intera struttura sociale.

Giusto quindi sottolineare preoccupazione e persino paura per le possibili conseguenze di un ritorno degli ultra integralisti e dei pericoli dei loro legami con le varie organizzazione terroristiche, figlie di o vicine ad Al Qaeda che, in realtà, non hanno mai smesso di mantenere le loro cellule tra l’Afghanistan e il Pakistan.

Il giudizio più impietoso, e più sincero, l’ha dato (v. Repubblica, 13 agosto) il generale Joseph Votel, proprio colui che fu incaricato di stabilire, nel novembre del 2001, la prima testa di ponte per preparare l’arrivo delle truppe americane in Afghanistan. Vent’anni dopo dice Votel: “…una volta assicurata la sicurezza bisogna lavorare sul terreno… con progetti a lungo termine”. “Invece l’approccio è cambiato troppe volte”. “Ci vuole tempo per creare stabilità: quando si entra in un’area di conflitto bisogna avere un piano che guarda al futuro. Questo è mancato”. E ancora. “Negli ultimi 10 anni non è stato fatto… creando ostilità bipartisan e una presenza di cui nessuna ricordava più i motivi”.
Eppure nelle ricostruzioni allarmate di questi ultimi giorni c’è qualcosa che non torna.

La maggior parte dei commenti, quasi come se si trattasse di liberarsi di una macchia o di un senso di colpa, parlano del “fallimento dell’invasione dell’Occidente”. Non è stato così, sin dall’indomani dell’11 settembre 2001 e dell’attacco alle Twin Towers a New York.

Già dal 12 settembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite adottò all’unanimità due risoluzioni (la 1368 e la 1373) che riconoscevano il diritto alla “legittima difesa” degli Usa per l’aggressione subìta nel suo territorio, autorizzando di fatto un’azione militare per colpire i centri nevralgici di Al Qaeda e del regime dei Talebani ancora insediato a Kabul. Fu sulla base di questa decisione della comunità internazionale che si mobilitò la prima coalizione (ne sarebbero seguite in altri formati, compresa quella della NATO, nei mesi successivi) di diversi paesi tra i quali spiccava soprattutto la Gran Bretagna guidata da Tony Blair.

Ancora un riferimento concreto. Con un’ulteriore risoluzione del Consiglio di sicurezza (in realtà ne furono approvate diverse in quel periodo… cosa insolita perché nessuna delle grandi potenze, Cina e Russia comprese, metteva il veto), la 1386 del 20 dicembre dello stesso anno, nasce l’lSAF (International Security Afghanistan Force). Una forza autorizzata dalle Nazioni unite e di cui faranno parte via via molti paesi, e non solo occidentali.

Valle del Panshir

L’illusione Usa della sconfitta dei talebani

Intanto gli USA avevano dispiegato un proprio strumento militare, dotato di migliaia di uomini ed enormi mezzi, la missione Enduring Freedom che puntava chiaramente ad una sconfitta definitiva dei Talebani e al sostegno del Governo di unità nazionale con a capo Hamid Karzai, risultato della Conferenza di Bonn che si era tenuta qualche settimana prima.

Bisognerà aspettare il 2003 perché, sempre in seguito a una nuova risoluzione del consiglio di sicurezza ONU, la 1510, la NATO in quanto tale, in base ad una decisione storica (di “novazione” scrissero gli esperti di diritto internazionale) fece ricorso all’art. 5, quello della solidarietà reciproca tra i membri dell’Alleanza, pensato per attacchi dal blocco sovietico verso i paesi europei. E si cominciò a parlare di mission out of the area.

Mi scuso per questa dettagliata, ma non troppo, ricostruzione. Volevo sottolineare che l’intervento militare in Afghanistan non fu affatto frutto della decisione di invadere un paese musulmano da parte degli “occidentali”. Fu invece forse l’ultimo atto nel quale la comunità internazionale, riunita nel consesso delle Nazioni unite, esercitò pienamente e legalmente principi e previsioni scritti nella Carta adottata a San Francisco nel 1945 alla fine della seconda guerra mondiale.

Seppur in un quadro contradditorio e forse compromesso da storie antiche (ricordate il Grande Gioco di Peter Hopkirk?), segnato dalla presenza dei Signori della guerra, dalla divisione del territorio sotto il controllo delle varie etnie afghane, successero cose positive. A Kabul si tornò a leggere i libri, i bambini poterono riprendere a giocare con gli aquiloni e, straordinario, alle prime elezioni legislative (ricordiamolo, organizzate con il sostegno finanziario e tecnico dell’Unione europea) si videro sfilare migliaia e migliaia di donne davanti ai seggi elettorali, con e senza il burka. Troppo facile sentire in queste ore da alcuni improvvisati commentatori che si trattava di una grande finzione e che niente stava cambiando. Rileggiamo le centinaia di testimonianze sul cambiamento nella vita quotidiana e specialmente in quella delle donne in quel primo periodo per apprezzare meglio lo stato nascente di un cambiamento.

E poi, però, succede che il quadro si rompe.

George Bush Jr, eletto da pochi mesi Presidente degli Stati uniti, manovrato dal suo Vice, Dick Cheney e dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld, imprime un violento, ingiustificato cambio di marcia e, brandendo l’accusa del possesso da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di “armi di distruzione di massa” (rivelatasi a tutti gli effetti falsa e non solo dopo, ma anche prima, grazie al lavoro del capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomici (IAEA), Hans Blix, e dei suoi ispettori inviati in quel paese) decide unilateralmente l’invasione, questa sì è corretto chiamarla tale, del paese con uno schieramento imponente di mezzi militari.

In questo caso l’ONU non diede nessuna autorizzazione. Ricordiamo tutti la scena penosa di Colin Powell che, attorno al tavolo del Consiglio di sicurezza, agita una fiala che avrebbe dovuto rappresentare un campione di quelli armi chimiche cercate e mai trovate.

Rinvio, per chi volesse, alla visione del bellissimo film del 2018, VICE – L’uomo nell’ombra che ricostruisce in maniera sapiente e documentata le manovre di Dick Cheney e del suo sodale Rumsfeld per impossessarsi di fatto del comando strategico della Presidenza degli Stati uniti. Obiettivo il controllo del petrolio e, per non perdersi nulla, i giganteschi compensi per i contractors dell’Halliburton (di cui Cheney era stato amministratore lautamente retribuito).

Kabul

Una guerra costata centinaia di migliaia di morti

È la guerra in Iraq, con le immense distruzioni che ne sono seguite, le centinaia di migliaia di morti, che è stata la vera “arma di DISTRAZIONE di massa”, indebolendo lo sforzo di ricostruzione post bellico dell’Afghanistan e gettando l’intera regione del Grande Medio Oriente nell’instabilità di cui tutt’oggi vediamo gli effetti. E con molti paradossi, tra cui quello di aver lasciato lo scettro del potere in Iraq, oltre che ai curdi (per fortuna) del Kurdistan iracheno, agli sciiti, maggioranza della popolazione e alleati di fatto, per i legami religiosi e anche politici, con l’Iran.

Ben fatto! Verrebbe voglia di dire all’imbelle Bush Jr.

Non si può, in conclusione, parlare dell’Afghanistan e degli esiti disastrosi di oggi, senza parlare dell’Iraq. Non sono due facce della stessa medaglia. Alla mobilitazione internazionale contro il terrorismo, in un quadro multilaterale e dentro la cornice delle Nazioni unite, è seguita purtroppo la più nefasta delle operazioni “imperialiste” del XXI secolo.
Questo ci dice la storia.
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Non posso non ricordare, in questo contesto, Gino Strada. Lo sappiamo. Lui parlava un altro linguaggio, contro tutte le guerre. Soprattutto, però, agiva su tutti i fronti più esposti degli ultimi decenni per fare quello che riteneva prioritario, “salvare vite umane”.

E anche la razionalità della politica, specialmente di quella internazionale, deve piegarsi all’esempio di coraggio e umanità che lui ed Emergency hanno saputo dare.