Bene la Toscana
Va superato
il progressismo sbiadito

I toscani hanno sciolto le nubi che si stavano addensando sulle nostre teste e hanno respinto Salvini e la destra estrema. La vittoria del centrosinistra si è così imposta come espressione in primo luogo della volontà del popolo democratico che ha sentito tutta la responsabilità sulle sue spalle e ha partecipato con grande generosità.

Nelle urne quel popolo si è trovato unito e ha sostenuto il candidato del centrosinistra, l’unico che poteva fermare l’estrema destra.

Le radici del nostro sentimento sono salve

Ha vinto la saggezza degli elettori toscani, consapevoli delle proprie conquiste e disposti a difenderle, calcolando l’esito delle proprie scelte.
Quanto accaduto non è un caso. Abbiamo alle spalle una cultura diffusa, un sentimento che affonda le radici nella lotta di Liberazione e nella Resistenza, nella memoria di quella scia di sangue che i nazifascisti hanno lasciato dal sud al nord della regione, nella forza di una mobilitazione popolare che ci ha consentito di darci una Costituzione progressiva.

Da quelle radici è nata una frattura fondamentale, una cultura nostra, diffusa, che ancora oggi non è cambiata ed è tuttora molto presente e radicata nella cittadinanza. Grazie a questo sostrato la Toscana è ancora oggi una delle più importanti regioni d’Europa. Sento personalmente il dovere di ringraziare tutti gli amici e i compagni, anche quelli che in tempi recenti avevano smesso di votare a sinistra, ma che hanno deciso di non astenersi, di non disperdere il voto; soprattutto gli elettori più anziani che hanno ancora una volta difeso quell’identità profonda che ha arricchito e reso solidale questa regione.

Questo voto rappresenta anche una lezione memorabile. Per la destra che si era illusa di tentare il colpo di mano sfruttando le incertezze e le fragilità che con la pandemia si sono fatte sentire ancora di più. Ma anche per la sinistra e per i suoi dirigenti. Una lezione che non può andare dispersa. La destra in questa regione già venti anni fa aveva raggiunto il 40%. Ma con il lavoro delle ultime legislature e nel corso degli anni abbiamo saputo contenere questa minaccia. Le sconfitte sono poi arrivate con la rottura dell’unità e il tarlo della rottamazione.

Ora basta con il progressismo acritico

È stato allora che abbiamo iniziato a non voler difendere quanto di buono avevamo fatto, illudendoci che il rinnovamento consistesse in una sbrigativa archiviazione del passato e del presente. Quando abbiamo smesso di frequentare con assiduità i lavoratori e i luoghi della crisi del lavoro, incalzati da un progressismo acritico e allontanandoci dai sentimenti quotidiani delle persone. A questo è corrisposto, sul piano tattico, una presunzione di autosufficienza, quella vocazione maggioritaria che è gradualmente divenuta vocazione solitaria, e abbandono di una adeguata e accorta pratica di alleanze, che, ricordiamocelo, sono un mezzo e non un fine. Otto Bauer diceva: coalizione in sé non significa niente, ma può rappresentare a seconda delle circostanze uno strumento della lotta. E la nostra lotta resta ancora quella del miglioramento delle condizioni di vita di tutti senza che nessuno ne sia escluso. A questo servono la politica e partiti organizzati.

Come dimostra il voto toscano, agli errori del recente passato abbiamo gradualmente cominciato a porre rimedio e va dato atto di questo risultato anche al Partito Democratico e al suo gruppo dirigente nazionale che stanno accompagnando questa ricostruzione in una fase difficilissima per il paese e per il mondo intero.