La “terza via” di Meloni:
non vede il fascismo
ma guarda agli elettori

Ci risiamo, ogni volta che il fascismo riappare, qualcuno fatica a riconoscerlo. E’ come se un parente ricco, ma dal passato imbarazzante, improvvisamente suonasse al citofono. Che fare, cacciarlo o accoglierlo, magari sperando che nessuno dei vicini l’abbia visto? C’è una terza via, fingere di non essere in casa, sperare che se ne vada ma si ricordi di noi per l’eredità: fuor di metafora, quando si aprono le urne ed è utile che rabbia diffusa e nostalgia del fascismo si mescolino, cancellando distinguo che a destra vengono considerati antiquati.

Una linea ambigua e pericolosa

Dopo gli scontri di Roma e l’assalto alla Cgil, Fratelli d’Italia ha scelto la “terza via”, così sintetizzata nelle parole di Giorgia Meloni: “E’ sicuramente violenza e squadrismo, ma la matrice non la conosco”.

Meno vaga di così la formula non poteva essere, anche perché una settimana prima il partito di Meloni era inciampato nell’inchiesta di Fanpage, dovendo prendere le distanze da saluti romani, slogan nazisti e robusti accenni di un suo parlamentare europeo, Carlo Fidanza, al riciclaggio di finanziamenti che, di primo acchito, non appaiono leciti. In questo caso una cosa più chiara Meloni l’aveva detta: “Nel Dna di Fratelli d’Italia non c’è posto per nostalgie fasciste”. Un inizio incoraggiante, reso vano dall’autosospensione di Fidanza, che separandosi pro tempore dall’incarico di capodelegazione Fdi a Strasburgo, rimaneva però imbullonato alla poltrona europea. Senza che nessuno dei suoi avesse nulla da eccepire, anzi sostenuto da una polemica contro le presunte “strumentalizzazioni” di un’inchiesta giornalistica che non è stato possibile smentire.

Un mezzo passo avanti e due indietro. Ed ecco il terzo, quella “matrice” che, nelle parole di Giorgia Meloni, sembra perdersi tra il fumo e le urla di un assalto che del Ventennio ha il sapore e lo stile. Come se in prima fila, tra gli altri, non ci fosse stato Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova, con un curriculum da eversore a tempo pieno. Fondatore di Terza Posizione, organizzazione neofascista all’inizio molto legata ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari), responsabili della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Fiore è sicuramente un buon conoscitore degli anni in cui l’Italia fu messa a ferro e fuoco dai gruppi che del fascismo di Salò avevano ereditato idee e spirito di rivincita, ma dalla sua bocca è uscito ben poco quando i giudici l’hanno interrogato.

Il “decisivo assenteismo” delle forze democratiche

Parlare di svista a fini elettorali è un po’ riduttivo in un Paese come l’Italia, dove non è raro sentirsi dire che “Mussolini ha fatto anche cose buone”. La presenza dell’Ur-Fascismo (Umberto Eco) è una costante non trascurabile della cultura politica nazionale. Ricordava Ruggero Zangrandi (Il lungo viaggio attraverso il fascismo) che la soluzione di continuità introdotta dalla guerra partigiana non aveva trovato molti riscontri a livello istituzionale. Giovanni Gronchi, ad esempio, diventato esponente della Dc e presidente della Repubblica, era stato sottosegretario all’Industria e al commercio nel primo governo Mussolini. Lo stesso Mussolini, mentre alcune centinaia di squadristi ubriachi marciavano sotto la pioggia alla volta di Roma, si recava in vagone letto a ricevere il potere dalle mani del re. La rivoluzione che non fu mai una rivoluzione era stata favorita da quello che Zangrandi definì il “decisivo assenteismo” parlamentare di liberali, democratici e popolari.

Paradossalmente, anni di stragi nere e strategia della tensione non hanno fatto che peggiorare la storica miopia del Paese. Le bugie e i depistaggi messi in campo da apparati dello Stato democratico, all’epoca controllati da una loggia segreta puntavano, soprattutto nelle fasi successive al 2 agosto 1980, a fare della violenza indiscriminata una serie di eventi incomprensibili e per questo ineluttabili, come i fulmini e i terremoti. Coerentemente, qualcuno additò i processi contro i neofascisti (molti dei quali oggi condannati con sentenze definitive) come complotti orditi dalle toghe rosse in combutta con i comunisti. Polvere finita negli scarichi della storia, ma rimasta in settori non trascurabili dell’opinione pubblica e accompagnata da un titolo-slogan: “I misteri d’Italia”.

La difficoltà a riconoscere la “matrice” fascista dell’assalto romano da parte di Meloni e del suo alleato Salvini non può e non deve sorprendere. E’ un atteggiamento ingiustificabile, ma che ha sempre goduto di protezioni e comprensioni, cioè di quello che oggi Zangrandi forse definirebbe una decisiva latitanza di parti importanti delle forze politiche democratiche. Questo ha creato contesti in cui il fascismo vecchio e nuovo ha potuto affondare come un coltello nel burro. Chiedere a Meloni e alleati di riconoscerlo è sacrosanto. Ottenerlo sarà più facile se da parte di tutto l’arco parlamentare ci sarà maggior convinzione nel pretenderlo. In fondo sono passati oltre quarant’anni da quando un muro divideva l’Europa e, in nome della lotta al comunismo, si giustificavano le operazioni più sporche.