La Terra non può attendere la fine di guerre e pandemie

Abbiamo altro a cui pensare. La Terra può attendere. E così, prima per la pandemia e ora per la guerra, i problemi della Terra (abitata da quasi otto miliardi di esseri umani) passano in second’ordine. E il 22 aprile, che da cinquant’anni è la Giornata della Terra, sarà un giorno come un altro. In realtà non è che le cose siano andate in modo tanto diverso quando non premevano questi altri problemi. Ma oggi sembra proprio che vi sia altro a cui pensare.

Earth Day, una storia lunga cinquant’anni

ambiente, climaInvece no. Perché è vero che le ansie, i dolori, le preoccupazioni per la pandemia e la guerra occupano tutto lo spazio del dibattito pubblico, ma è anche vero che questi due angoscianti problemi rendono ancora più preoccupante il “problema Terra”, che dall’uno e dall’altro riceve ricadute ancor più preoccupanti. Ad ogni modo l’Earth Day nasce il 22 aprile del 1970, ma in realtà ha radici più profonde, piantate prima (1962) dal senatore americano Gaylord Nelson – supportato da Robert Kennedy – sull’onda delle proteste giovanili contro la guerra in Vietnam; proteste poi ramificatesi decisamente nel 1969 in seguito al disastro provocato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California e, finalmente, rafforzatesi l’anno dopo, quando venti milioni di americani parteciparono alle proteste contro il degrado ambientale organizzate da college e università. Era il 22 aprile e da allora quel giorno divenne l’Earth Day, la Giornata della Terra. Il 1970 è un anno importante nella recente storia della sensibilità verso i problemi della qualità ambientale. Allora, infatti, era crescente la presa di coscienza dell’inquinamento di aria, acqua, suolo a causa dello sconsiderato uso, consumo e abuso di risorse che si “scoprì” essere esauribili e non utilizzabili all’infinito. Lo rese noto a chi non se ne era ancora reso conto il primo dei rapporti sui “dilemmi dell’umanità” del MIT (Massachusetts Institute of Technology) al Club di Roma che, tradotto in italiano, fu il “famoso” I limiti dello sviluppo.

Il 1970, dicevamo, fu un anno importante perché cominciò a montare non tanto e non solo la protesta, ma la consapevolezza di vivere in un pianeta la cui crescita non si poteva considerare espandibile all’infinito ritenendo di operare su quella che si considerava “una Terra traboccante all’infinito di ricchezze naturali”, secondo la definizione di Henry Morgenthau, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, pronunciata nel 1944, in apertura della Conferenza di Bretton Woods.

Sulla scorta di questa acquisita consapevolezza e della spinta ad intervenire per il futuro oltre che per il presente, le Nazioni Unite organizzarono una serie di Conferenze internazionali sui problemi uomo-ambiente-sviluppo economico. Conferenze che, tuttavia, si sono svolte negli anni in un clima di generale e crescente illusione, ben diverso dall’entusiasmo che aveva alimentato il “movimento” nato nelle università californiane.

Tante conferenze, tante delusioni

Da allora, con motivazioni e intenti diversi, ma anche con differenti livelli di serietà, sono seguiti le conferenze e gli “anni di…”.Santiago del Cile 1972, Stoccolma 1972, Rio de Janeiro 1992, Bucarest 1974, Città del Messico 1984, Il Cairo 1994, Johannesburg 2002, le varie Conferenze delle parti (COP) sui mutamenti climatici. Avvenimenti molto enfatizzati dalla stampa, dalla propaganda, dalle polemiche e da tutto ciò che ruota da oltre cinquant’anni attorno ai temi dell’ambiente, della popolazione, delle risorse e dello sviluppo.

Ma si tratta di eventi che rappresentano tutt’oggi delle grosse delusioni per chi si aspettava, in buona fede, che da essi potesse scaturire qualcosa capace di modificare i rapporti tra Nord e Sud del pianeta.

Nulla o poco é successo, allora come oggi, e nulla succederà riguardo a questi temi vitali per la sopravvivenza dell’umanità, sino a quando il “Nord” non deciderà di mettere in discussione il modello di sviluppo e di consumi in base al quale ha realizzato la sua ricchezza e la sua forza politica e militare.

Il 22 aprile 1970 vivevano sulla Terra 3 miliardi e 860 milioni di persone. E, proprio in occasione dell’ennesima giornata di celebrazione bisogna chiedersi: che cosa è, eventualmente, cambiato? E che cosa ne è di quei “dilemmi dell’umanità” per i quali il Club di Roma aveva coinvolto l’MIT per una serie di Rapporti? Che cosa ne è dal punto di vista quantitativo e da quello qualitativo? Soprattutto, che ne é nell’ambito del rapporto uomo/ambiente/qualità della vita? La risposta più semplice e immediata è che non stiamo messi meglio. Anzi. Non foss’altro che perché la popolazione è raddoppiata e tutta la Terra è ancora più vulnerabile a causa del cambiamento climatico in atto.

Ma, allora, se in cinquant’anni la situazione è addirittura peggiorata, a che servono conferenze e celebrazioni? Servono e sono certamente utili a ricordare che esiste un problema e che, per alcuni aspetti, (quello climatico specialmente) si va ingigantendo. Quindi servono a mantenere alta l‘attenzione. Tuttavia tutto questo non si può esaurire in una giornata, in una delle tante “giornate di …” di cui è pieno il calendario. Dal 1970 ad oggi sono passati circa 18.980 giorni e un’urgenza così grande non può essere affrontata una sola volta l’anno. Non basta. Non basta un giorno per ricordare un pianeta afflitto da problemi sociali, economici, ambientali. Non bastano ventiquattro ore per manifestare la preoccupazione e per sollecitare con forza interventi riparatori. Non basta. Se, poi, domani è solo un altro giorno.