La teoria dello scontro
di civiltà accolta
da D’Alema. Pure dal Pd?

Leggi che il nuovo pd, alleggerito dalla consorteria renziana, non è più blairiano, non è più moderato, non è più orientato dalla stampa amica. Ma avendo scoperto cosa non è, ora vorremmo capire cosa è, cosa legge, con quali categorie si orienta nelle nebbie in cui il mondoè precipitato. Crede ancora, per esempio, allo ‘scontro tra civiltà’? Formulata da Samuel Huntington negli anni Novanta, quella teoria in Italia ha conosciuto un successo largo e trasversale. Però da quando è il tornio sul quale le destre identitarie lavorano i propri manganelli,l’area che va da centro alla sinistra pareva averne preso le distanze, tanto da far supporre un ripensamento. Ma è così? L’intervista di Massimo D’Alema all’Huffington post conferma che a leggere il mondo contemporaneo attraverso il modello culturalista è perfino chi a sinistra ha spessore ed esperienza del mondo. Beninteso, D’Alema non è nel pd. Ma ne è stato fino a ieri un leader storico, e in tema pare esprimere convinzioni diffuse nel partito, a giudicare dall’assenza di un’avversione generale ed esplicita per quel tipo di idee. Col che verrebbe da concludere: se questo è il modo di pensare col quale sarà combattuta la battaglia culturale contro la destra, Salvini ha già vinto.

Massimo D’Alema Foto Umberto Verdat

Anche l’Huffington post inclina al culturalismo, tempo fa un suo editoriale proponeva di accogliere in Italia solo migranti cristiani, immagino tramite test di Pater noster. Ma in questo caso è D’Alema, non il bravo intervistatore, a chiamare in scena lo scontro tra civiltà. Huntington, dice D’Alema, “coglie che la fine della contrapposizione ideologica (conseguente alla fine della Guerra Fredda) non porta ad un mondo unificato ma al riemergere di conflitti e di linee di frattura, come è accaduto tra Occidente e Islam, ma anche con l’Asia e nel cuore stesso dell’Europa; nei Balcani c’è stata una guerra civile e religiosa che ha fatto 300mila morti”.

Se le parole hanno un senso D’Alema sta dicendo che: a) il sistema di valori e di comportamenti che tecnicamente è la ‘cultura’ di un popolo perdura grossomodo intatto attraverso i secoli ed è determinato da una storia di lunga durataplasmata dalla religione; b) c’è uno scontro tra Occidente e islam,quest’ultimoconcepitaperquel che non è, un’entità omogenea nel suo nucleo ‘ideologico’; e c) le guerre combattute nei Balcani furono l’esito di un riemergere di antiche faglie che oppongono ‘civiltà’, intese come conglomerati con una cultura propria fondata ciascuna su una religione.

Questo modo di intendere le dinamiche storiche è chiamato ‘culturalismo’ o ‘essentialism’ perché riduce l’identità dei gruppi umani aduna essenza di predisposizioni e di ostilità che le generazioni si tramanderebbero come un’eredità genetica. In un tempo di identità multiple e contaminazioni globali il culturalismo pare un mammuth appena scongelato, o più esattamente la versione sofisticata di un determinismo da Primo Novecento, quando la pubblicistica europea raccontava esotiche popolazioni straniere attraverso archetipi ciascuno dotato di caratteristiche proprie (l’Arabo, il Turco, l’infido Afghano…). Ma anche prima di internet e della globalizzazione pareva evidente che la ‘cultura’ di una popolazione è semmai un campo di possibilitàdiverse e contraddittorie, di volta in volta attivate dai veri motori della storia – conflitti sociali, dinamiche di potere, crisi economiche, soprattutto convenienze.

Poiché D’Alema cita i Balcani: non vi fu alcuno scontro tra civiltà. Negli anni Settanta serbi e croati per la maggior parte non avevano difficoltà a considerarsi jugoslavi, e non perché glielo imponesse la Guerra fredda. All’epoca gli occidentali ricompensavano lautamente il ‘non allineamento’ di Tito (sarebbe costato molto di più ristrutturare il sistema difensivo Nato se la federazione avesse aderito al Blocco sovietico) e il dinaro era così forte che i belgradesi potevano permettersi i weekend a Vienna. Ma già nel decennio successivo una crisi triplice (economica, politica, istituzionale) convinse gran parte delle classe dirigenti titoiste a promuovere un feroce nazionalismo etnico, funzionale sia a riciclarsi più agevolmente, sia a risolvere per le spicce l’aspro contenzioso tra le repubbliche circa le spoglie della federazione morente.

Con il fattivo apporto di vari Paesi europei l’esito finale fu la dissoluzione violenta della Jugoslavia, infine la guerra di Bosnia, che Huntington considera ‘il primo scontro tra civiltà’ e D’Alema legge in sintonia come ‘guerra civile e di religione’. Questa rappresentazione all’epoca era egemone in Europa, anche perché giustificava la prudente inazione scelta dai governi: se la storia si vendica, se risale dal profondo, come scrivevano gli editorialisti, non ha senso opporsi. Certo, quella storia in risalita tendeva a cancellare Musulmani e jugoslavisti, ma i grandi partiti europei e la stampa di riferimento si tolsero d’impaccio recitando uno sconforto dolente e pacifista (uniche eccezioni, i Verdi tedeschi e i lib-dem britannici) per massacri considerati ineluttabili come un terremoto.O come una collisione tra civiltà.

Basterebbe l’alta percentuale di matrimoni misti per dimostrare che nelle città bosniache prima della guerra la popolazione non rimuginava vendette storiche, aveva una relazione tenue con la religione e nessuna particolare predisposizione ad odiare. Nelle guerre jugoslave l’odio ‘etnico’ fu la scelta strategica di vaste congreghe politico-militar-criminali che riuscirono a imporsi perché avevano il monopolio delle armi e dei media (“Dobbiamo insegnare a odiare”, confidava un alto ufficiale croato). Ma questo si potrebbe dire di ogni ‘guerra di religione’, di ogni conflitto per il quale si invoca lo ‘scontro tra civiltà’: quel tipo di odio va costruito. E’ un artefatto. Una scelta, non un destino. E’ il segno distintivo di una parte politica. Coinvolge strategie, interessi. La sua principale modalità è la riduzione a stereotipo del gruppo umano scelto come bersaglio: Salvini insegna. Su tutto questo esiste una pregevole letteratura (domandare a Enrico Letta, che è di casa a Sciences Po). Ma occorre leggere e studiare, esercizio innaturale per quel vasto segmento di classe politica che ha smesso da lustri di pensare e tuttora non dispone di sistemi di idee proprie che la orientino.