La superlega degli arroganti
è morta prima di nascere
ovvero: il calcio è una cosa seria

La Super League, come un ghiacciolo al sole di Dubai, si è praticamente liquefatta in 24 ore, defilate le squadre inglesi, pentita l’Inter. Ha cercato di resistere, come l’ultima raffica di Salò, l’Agnellino con una intervista al direttore di Repubblica, secondo le migliori tradizioni padronali della casa, ovvero “mi piace vincere facile” (in fondo, poi, la Fiat non aveva apprezzato ai tempi di Valletta la nascita del Fismic-Sida un sindacato“giallo” dell’auto, aziendale come questo abortito torneo dinastico a numero chiuso?).

Il patto d’acciaio ha perso i pezzi, la gente che ama il calcio ha levato alta la voce e ha vinto (una battaglia, non la guerra). Per l’afición e le mille torcide europee è “la migliore esperienza possibile”, se vogliamo usare le manageriali parole di un comunicato della Super League in cui questa Spectre del pallone si è rammaricata di non poter procedere nell’immediato verso le sorti meravigliose e progressive del football, una promessa e premessa falsa come Giuda.

Andrea Agnelli

Il calcio, per tante persone non è una “esperienza” come andare in gondola per Venezia o regalarsi una cena  dallo chef Bottura, è vita, tradizione, memoria, passaggio di testimone familiare. I cacicchi della Super League parlano in una neo-lingua degli affari che pare – e non è – l’unico discorso razionale possibile.

Spese folli e plusvalenze fasulle

Dicevano: la pandemia ha atterrato il calcio, noi lo rilanceremo. Già, ma i debiti – che affliggono tanti club – non sono nati col Covid, son spuntati con le plusvalenze fasulle, con le spese atrocemente folli, con la sudditanza verso procuratori alla Ghino di Tacco, con bilanci in cui le spese per gli stipendi dei pedatori tracimavano e tra gli utili sempre più decideva la tv a scapito degli introiti da stadio e merchandising (altra parola che ci ha fottuto: in nome del merchandising che intitola stadi gloriosi a compagnie aeree e assicurative, ogni anno le squadre devono pure cambiare maglia e indossare colori improponibili, vedi l’Inter con le strisce nerazzurre a zig zag, vedi l’arancione macchiato di nero come dopo un lavaggio sbagliato della Juventus).

I bei miliardi messi sul piatto da Jp Morgan per la Super League chiarivano un semplice, cruciale, folle concetto: il calcio europeo ha problemi, è economicamente malato, spende troppo, ma noi lo tiriamo su con una bella iniezione di altri soldi. Come esporre al sole un febbricitante. Meglio, ovviamente, l’ombra rinfrescante di un tetto agli ingaggi e agli emolumenti dei giocatori e una bella sfoltita tra i parassiti che ronzano attorno ai club. Il sistema football con la Super Lega non si salva, ma lo si spersonalizza e sradica, creando un organismo geneticamente modificato adatto alle media companies planetarie, un prodotto sterile da smerciare in Groenlandia come in Pakistan. E quale plusvalore sportivo può avere un torneo che uccide il merito partendo con l’ipoteca di quindici squadre su venti sempre presenti per diritto divino?

Ma che c’entra la Nba?

Slogan davanti all’Olimpico a Roma

Si è parlato di una Super League in qualche modo affine alla Nba americana, la mecca mondiale del basket. Palle. L’unica somiglianza possibile è ravvisabile  nel torneo chiuso, con partecipanti fissi. In Nba sono trenta le franchigie sempre presenti e senza retrocessioni, peccato che lì viga un salary cap, un tetto agli ingaggi (non certo punitivo…), con poche e controllate eccezioni, collegato al monte diritti tv che ogni anno il Commissioner, garante e supervisore della National Basket Association, riesce a spuntare sul mercato. Intanto, riuscite solo a immaginare un “dominus” e amministratore unico e riconosciuto nel litigioso mondo della Serie A?

Il sistema Usa va a mille e non può capitare che un emiro – vedi Manchester City e Paris Saint Germain – compri una squadra in crisi e si razzoli i migliori giocatori in barba a tutti o truccando le cifre sugli sponsor. Niente da fare, in Nba comanda la Draft Lottery, la selezione a turno da parte delle trenta squadre dei 60 migliori giocatori provenienti dai college o da tornei stranieri. È un sistema perfetto per riequilibrare la forza delle squadre e dare più senso sportivo al torneo. Prevede che l’ordine di scelta venga stabilito da una Lottery: le prime 4 chiamate vengono assegnate alle squadre che non hanno partecipato ai playoff l’anno precedente, attraverso un sorteggio nel quale le peggiori squadre della regular season hanno le maggiori probabilità di avere scelte importanti. Ne deriva che le squadre con l’organico meno forte possono scegliere i giovani più promettenti, innescando così un processo virtuoso: squadre rafforzate e livello del campionato che si alza. Dalla quinta scelta in poi, le chiamate proseguono secondo il medesimo principio in base ai risultati della regular season: dalla peggiore alla migliore, fino ad arrivare alla sessantesima scelta.

Peggio di Darth Vader

Il draft Nba punta alla massima competitività mirando a offrire buone opportunità a tutti (per gli Usa una specie di miracolo liberale, più unico che raro). Più lotta sul parquet, più passione, più dollari. Vallo a spiegare ad Agnelli e compagnia: loro volevano un torneo babilonese nel deserto del calcio, con quindici club sempre in lizza e introiti garantiti, più altri cinque strapuntini per club qualificati qua e là per l’Europa, con zero possibilità di arrivare in finale e vincerla, perché poi con quale faccia si sarebbe impedito alla vincitrice di non partecipare alla stagione seguente di Super League, che è a numero chiuso? Terribile. In confronto ai capataz della Super League, Darth Vader, il cattivo di Guerre Stellari, è un frate francescano.