La strategia per le politiche alla prova delle urne. Ma alle amministrative non vince nessuno

Nessun risultato elettorale è sovrapponibile o anticipatore di successive consultazioni, anche vicine. Quindi leggere i dati delle amministrative di domenica al termine del primo round, in attesa dei ballottaggi, e ancor meno quelli del mancato quorum ai referendum,  come la chiave interpretativa del voto politico della prossima primavera è un rischio ma anche una consuetudine dura a morire. Si è fatto sempre e sempre è servito a poco.

Però analizzare senza ipocrisia il voto dei quasi mille comuni chiamati alle urne consente comunque una sorta di verifica del posizionamento delle diverse politiche dato che le strategie studiate a tavolino dai leader, per la prima volta,  si sono misurate con le urne e con il voto, anche solo quello del 54,72 per cento degli aventi diritto. Poco più della metà. Pochi davvero. Un dato negativo su cui riflettere prima di elaborare  ogni altra questione.

Meloni attacca il governo Draghi

Il centrodestra ha retto nonostante la lotta tra le sue diverse anime.  Meloni e Salvini in scontro aperto, nelle retrovie Berlusconi. La leader di Fratelli d’Italia però può interpretare tutta a suo favore la tornata elettorale che ha segnato un altro passo falso di Salvini, visto il flop dei referendum di cui era promotore e i tanti voti persi anche al Nord. E’ vero che uniti si vince ma lei svicola e se l’assume tutta la responsabilità in positivo del risultato elettorale con la Lega in caduta. Si sente già vicina ad un ingresso trionfale a Palazzo Chigi tra pochi mesi, forte dei dati che la danno in sorpasso della Lega dal Nord al Sud.  Ovunque.  E con un’improvvisa frenesia è arrivata a chiedere ai colleghi di centrodestra di governo di mollare Mario Draghi e il suo governo in una sorta di rievocazione di quel salviniano ed eccessivo “pieni poteri” con annesse conseguenze. Proprio mentre Matteo Salvini si premurava di puntualizzare che il governo “dell’Italia non è la quella del comune di Belluno” e che a decidere chi dovrà guidare il Paese da Palazzo Chigi non come schieramento, che lui dà per scontato la vittoria del centrodestra, ma come personalità politica saranno gli elettori. Lui sia chiaro, nonostante gli errori accumulati, e i biglietti da  farsi rimborsare non è disposto a cedere il passo. Grande sintonia, non c’è che dire.

Il “campo largo” nelle urne

Pd e Cinque stelle hanno sperimentato nell’urna il “campo largo”. L’unione tra due partiti molto diversi può sbandierare il buon risultato della conquista di Lodi, con Andrea Furegato, 25 anni, giovane, il futuro in tasca. In testa a Parma nel ballottaggio con Guerra a spese del candidato di Lega e Forza Italia. Resta da valutare il diverso risultato elettorale delle due forze politiche. Il Pd, con quei conteggi difficili da spiegare tanto incomprensibili ai più, si sente di fare un bilancio in positivo che lo vede comunque primo partito nel Paese al termine del conteggio dei voti di lista. I Cinque stelle di Giuseppe Conte diventano sempre di meno, “un risultato insoddisfacente” ha dovuto riconoscere l’ex premier ammettendo le difficoltà che stanno portando ad un ridimensionamento di quello che in Parlamento è ancora il primo partito. Ci sono poi le variabili Calenda, Renzi centristi vari che aspirano al ruolo di ago della bilancia, anche se la storia insegna che è ruolo molto difficile e non basta essere molto presenti. Anzi presenzialisti. Però tra le pieghe delle schede lenzuolo qualcosa c’è uscita anche per loro in termini di risultati. Autorizzandoli a dire che di futuro senza di loro non ce n’è. Torna  la voglia di proporzionale.

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L’exploit  Damiano Tommasi

A dati acquisiti il centrodestra si è assicurato la guida di Palermo e la riconferma di Genova, l’Aquila e Pistoia. A Verona il sindaco uscente del centrodestra Sboarina se la dovrà vedere con la sorpresa Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma e della Nazionale che ha fatto segnare un exploit degno di una finalissima. Il centrosinistra non governa quella città dal 2007. Al Pd sono andate  Padova e Taranto.

Sullo sfondo dello scrutinio per le amministrative l’insuccesso del referendum. A votare ci è andato il 20 per cento degli aventi diritto, ma al di là dei numeri è interessante  la valutazione di come sono andati i diversi quesiti. E salta agli occhi la sostanziale parità tra il sì e il no dei due  più politici, quello sulla legge Severino per la incandidabilità di chi è stato condannato e quello sulla limitazione delle misure cautelari. Un’altra indicazione per chi le leggi le deve fare. Il Parlamento.