La “strana vita” di Romano Prodi
“Mio unico asset: il dialogo”

“Alla mia età si fanno due cose. Si scrivono i testamenti e le memorie”. E se il primo impegno non riguarda che lui e i suoi cari il secondo coinvolge tutti coloro che, in Italia e all’estero, hanno incrociato la vita politica e gli impegni professionali di Romano Prodi, il Prof, il modo in cui ama di più essere apostrofato piuttosto che presidente, che pure lo è stato più volte. Da Palazzo Chigi, due, alla Commissione europea e prima ancora due anche all’Iri. Per ora. Dato che per molti potrebbe essere lui il successore di Sergio Mattarella al Quirinale nella presidenza più prestigiosa che c’è.

Ma questo riguarda un eventuale futuro, che il diretto interessato dice di non prendere in considerazione. Una posizione peraltro, per forza di cose, condizionata dalla questione della carica dei 101 che gli impedirono a cosa che sembrava fatta l’ascesa al Colle quasi sette anni fa. Una vicenda rimasta oscura. Di cui nessuno dei congiurati fin qui si è assunto apertamente (e anche lealmente) la responsabilità. Un evento raro nella politica italiana in cui il retroscena è principe nell’informazione politica ed un segreto dei Palazzi dura sempre molto poco.

120 franchi tiratori

Prodi, nel libro che ha scritto con Marco Ascione, giornalista del Corriere della Sera (complice anche i tempi dilatati dalla pandemia) fornisce la sua lettura di quei fatti che lui seguì da lontano poiché in quei giorni di aprile 2013 si trovava in Mali come inviato Onu. Non assistette di persona ad una standing ovation tramutata in poche ore in una esecuzione riuscita nonostante il soccorso non esplicito di altre forze politiche. Che anzi, contando quello, aggiungendo e sottraendo, i franchi tiratori per lui furono almeno 120. Una operazione “fatta bene” messa in piedi per fare male al candidato. Per colpire Bersani, ma innanzitutto, spiega il Prof. “per fare molto male al centrosinistra”.

“I colpevoli non si conoscono, ho sentito fare dei nomi. Quello che è certo è che si divisero sapientemente i compiti”. Gli indiziati? Qualcuno della cerchia di Renzi, i sostenitori di Marini, i dalemiani che avrebbero preferito il loro leader, i grandi fautori nel Pd delle larghe intese. Indizi, ipotesi. E se il Pd si rifacesse vivo? “Risponderei semplicemente che a ottantadue anni non posso certo sentirmi salvatore della patria. E poi voglio dirlo una volta per tutte sono rimasto un uomo di parte”. Divisivo come sovente viene descritto.

“Ministro porta giù il pattume”

“Strana vita, la mia” è il titolo di una biografia politica e umana che ripercorre le vicende di una lunga carriera comunque al servizio della collettività. Ma anche le storie familiari di un ragazzo del ’39 chiamato a condividere con sei fratelli e due sorelle l’affetto dei genitori, le loro regole, il lungo tavolone di casa a Reggio Emilia che era desco e scrittoio per i nove figli tutti insieme ad aiutarsi, a consultare vocabolari e libri, necessariamente patrimonio comune poiché in tanti non c’era da sprecare.

L’importanza della famiglia dello stare insieme, della solidarietà, entro cui “si imparava a stare al proprio posto”. Il padre Giorgio, ingegnere. Grande timoniere la mamma, Enrica, maestra finché quasi una classe dovette gestirla a casa e che, giusto per comprenderne il piglio, non esitò a consegnare il sacco della spazzatura al figlio appena nominato nel governo Andreotti. “Ministro porta giù il pattume” in un categorico dialetto.

“Strana vita ma fortunatissima”. Questo è il bilancio del professore, anzi Prof, che nelle 216 pagine del libro ripercorre le avventure, gli eventi, le occasioni ma anche gli errori, affrontate con competenza o autocritica, ma con il sorriso sulla faccia larga da emiliano doc, esibito “grondando bonomia da tutti gli artigli” come ebbe a scrivere Edmondo Berselli. Una vita fortunata per quel fattore “C” che non ha mai nascosto di possedere, per gli incarichi all’università, per la guida dell’Iri, per l’orgoglio di poter rivendicare il tentativo di aver provato a cambiare la politica italiana cercando di mettere insieme la tradizione riformista della Dc e del Pci, di aver portato l’Italia nell’euro, governando l’allargamento dell’Europa e decidendo poi di allargare gli orizzonti occupandosi di Cina ed Africa, troppo spesso, è l’amara considerazione, con le difficoltà e il poco riconoscimento che il nostro Paese “riserva agli ex”.

Il progetto politico dell’Ulivo

Il ragazzino che preferiva il pallone ai libri, almeno fino al liceo, e che al Campo Volo di Reggio Emilia ci passava interi pomeriggi, ne ha fatta di strada. Nel bene e nel male. Tra successi e delusioni. Una strana vita di cui oltre gli affetti familiari, la moglie Flavia e i figli, hanno fatto parte Beniamino Andreatta cui non è mai riuscito a dare del tu e il cardinale Ruini con cui la sua scelta politica portò a una non sanabile rottura. Le riunioni con Arturo Parisi nella casa di via Gerusalemme a Bologna per lavorare al progetto politico dell’Ulivo che piaccia o non piaccia comunque la politica italiana l’ha rivoluzionata. Tra alti e bassi ma con un avversario chiaro, netto, da battere: Silvio Berlusconi. E per due volte al Prof l’impresa è riuscita “senza fargli la guerra” ma mettendo in evidenza le nostre differenze sostanziali.

Una esperienza andata avanti nonostante il dirompente rapporto con i popolari e il difficile approccio con gli esponenti del Pds, a cominciare da Massimo D’Alema con cui all’inizio gli incontri erano stati tenuti segreti. La tela però prendeva forma. E quando l’idea cominciò a strutturarsi, a ipotizzare l’affiancamento di un vice , uscendo da una riunione D’Alema disse: “Conosco uno che morirebbe dal desiderio di farlo”. Il vice sarà Walter Veltroni.

Cinquanta anni da protagonista può rivendicare Romano Prodi. Trascorsi senza asperità nel mondo accademico. Con molti problemi nell’ambito politico del suo Paese in cui il protagonismo è dottrina e lo scontro è prassi. Con molti riconoscimenti tra i grandi della terra, compresi personaggi difficili come Putin, Gheddafi, Assad, i vertici cinesi. Certo è stato sempre difficile spiegare all’estero l’instabilità della politica italiana tale da produrre governi diversi a seconda dell’esigenza e degli equilibri. Tecnici, o meglio, esecutivi di necessità chiamati ad un compito arduo quando la politica espone bandiera bianca.

Tutto è in un aneddoto che Prodi ama ripetere. A conclusione del primo incontro a Bonn il cancelliere tedesco Helmut Kohl accompagnandolo all’elicottero gli disse: “E’ stata una piacevolissima chiacchierata, doveva durare poco e sono trascorse due ore… ma chi viene la prossima volta?” facendo intendere la sua incomprensione dei meccanismi italiani che non tengono conto che la politica deve essere continuità, dialogo, fiducia. Riequilibrio della società.

I partiti che non ci sono

Il compito che dovrebbero portare avanti i partiti che “ora non ci sono”, che hanno perso di vista il loro compito. “Partiti e popolo hanno smarrito i contatti. Da quanto non si fa un congresso? L’Ulivo nacque dalla convinzione che bisognava coinvolgere quante più persone possibile. Ci riuscimmo”. Ora con la rappresentanza in crisi può essere messa a rischio proprio la democrazia che rischia di pagare per la sua fragilità.

Vivendo gli anni “forse più belli della mia vita”, godendo di una “vecchiaia fortunata” alla fine del libro che è una biografia ma anche un compendio di storia il Prof insiste su quello che è il più solido dei suoi convincimenti. “Ho istintivamente cercato, anche se non sempre con successo di fare uso di un unico asset elementare: il dialogo. Chi dialoga non ha nessun bisogno di abbandonare i propri principi e le proprie convinzioni. La politica deve quindi cercare di rendere le diversità tra loro compatibili: il suo compito è proprio quello di comporre le diversità”.

Strana vita, la mia

Romano Prodi con Marco Ascione

Solferino editore, pag. 216, euro 17,50