La storia infinita
dei 101

Ma davvero il “suicidio” del Pd è iniziato con i 101 franchi tiratori (in realtà di più) che hanno affossato l’ascesa di Romano Prodi al Quirinale? E davvero quella vicenda può essere letta esclusivamente (o quasi) come un tentativo di affossare l’ascesa di Pier Luigi Bersani a Palazzo Chigi? Le ricostruzioni giornalistiche (fra gli altri Damilano su Repubblica e Geloni su Strisciarossa) hanno riproposto una polemica in realtà mai sopita da cinque anni a questa parte. Con qualche omissione e qualche semplificazione che non consentono una lettura davvero convincente di quei fatti, in realtà più complessi, nei quali confluirono diversi fattori: ma uscire dai luoghi comuni è probabilmente un compito in cui gli storici sanno districarsi meglio dei giornalisti.

Per restare su un piano giornalistico, comunque, la prima omissione ha un nome e cognome: Franco Marini. L’ex presidente del Senato era il candidato ufficiale del Partito Democratico per il Quirinale. Di più: era il candidato condiviso con la maggiore forza di opposizione, Forza Italia: ma in tempi in cui ogni intesa è “inciucio” è difficile accettare che la condivisione sia una buona pratica, persino quando si tratta di eleggere la più alta carica dello Stato. Comunque nel voto segreto mancarono a Marini decine di schede proprio del suo partito. E poco importa se la contrarietà di molti (a cominciare dall’ala renziana, ma anche dai dirigenti emiliani etc.) fosse stata annunciata pubblicamente: il senso di una comunità, se esiste, esiste sia a voto palese che a scrutinio segreto.

Se dunque in questa storia si vuole intravedere quell’istinto di autodistruzione del Pd, è con Marini che inizia. Persino nelle forme: le famose chat, i social contro il candidato, che condizionano tanti parlamentari democratici, in qualche caso li intimidiscono. Mai il candidato scelto con Berlusconi! A volte viene persino il dubbio che ci sia quasi una questione antropologica: non sarebbe la prima volta a sinistra. “Ve lo immaginate Marini con Obama?”, è la frase irridente attribuita in quei giorni a Matteo Renzi. Del resto il “tradimento” colpisce di più se avviene ai danni di un grande manager, un ex presidente del Consiglio, addirittura un ex presidente della Commissione europea, che di uno che ha passato la vita nel sindacato e nelle vertenze per il lavoro, prima di approdare nelle istituzioni. E poi c’è quel diverso stile politico: il primo figura per eccellenza dell’Italia bipolare della seconda repubblica, il secondo più orientato alla mediazione del vecchio (?!) sistema proporzionale.

Torniamo al punto di partenza: la bocciatura di Prodi segna il suicidio del PD? Certo il Professore è stato due volte su due l’uomo vincente del centrosinistra. Ma è un fatto che il miglior risultato nella storia del Partito Democratico verrà conseguito un anno dopo quel “tradimento”, alle elezioni europee. E al contrario il risultato peggiore, un mese e mezzo fa, si registra a distanza (politica) siderale da quei fatti, con Prodi peraltro impegnato a sostenere una lista ultraminoritaria alleata ma fuori dal PD.

Resta Bersani: era davvero lui l’obiettivo dei franchi tiratori? Non c’è dubbio che dietro tanti di quei voti mancanti a Prodi (e prima a Marini), ci fosse anche la volontà di colpire e affondare definitivamente l’allora segretario del PD uscito male dalle elezioni, con la famosa “non vittoria”. Ma ci fu anche altro: per esempio il dissenso per la condotta del leader democratico sia nella vicenda del Quirinale che in quella del governo. Per il Colle, l’oscillazione tra il nome condiviso (Marini) , il nome di rottura (Prodi) per finire con un altro nome condiviso (Napolitano). Per Palazzo Chigi, il frustrante corteggiamento dei 5 Stelle, nell’obiettivo di realizzare un “governo di cambiamento “. Esattamente quello che accade oggi, a parti invertite. Per fortuna non c’è da eleggere un Presidente della Repubblica.