La storia dimenticata dei tedeschi partigiani e del “nazista controvoglia”

Mentre un’altra guerra si sta consumando in Europa, con l’invasione russa dell’Ucraina, ci si chiede talvolta chi siano i singoli soldati di un esercito aggressore. Tutti fanatici? Tutti convinti di essere dalla parte giusta? Sono persone – giovani e meno giovani – che, nella vita normale, definiremmo “brave”, con famiglie, figli, fratelli, genitori? La storia ci ha insegnato che anche tra le truppe scatenate da Mussolini, Hitler o Stalin (quando nel 1939 si alleò con i nazisti occupando Polonia orientale, Paesi Baltici e Bessarabia, prima di essere a sua volta aggredito dal Reich) c’erano “brave persone”, con l’ordine di uccidere; c’erano anche nazisti, fascisti e comunisti stalinisti spinti dall’ideologia a commettere i peggiori crimini.

Ieri come oggi tanti – dopo – si giustificano con un’affermazione sentita parecchie volte: “Ho obbedito soltanto agli ordini”. Basti pensare alle autodifese di alcuni criminali di guerra dei giorni nostri, come quelli processati dopo la guerra nell’ex Jugoslavia. Si giustificò così, davanti a un tribunale israeliano, anche ​​Adolf Eichmann, uno degli organizzatori del campi di sterminio nazisti, poi condannato a morte. Tuttavia spesso c’è pure chi – una minoranza – fa i conti con la propria coscienza e disobbedisce; a volte passa con il “nemico”, facendo scelte drammatiche, pericolose e durissime.

Insomma, il confine tra “buoni” e “cattivi” in guerra non è sempre così netto e decifrabile, come potrebbe sembrare a prima vista. Per quel che riguarda la storia d’Italia durante l’ultimo conflitto mondiale, nel 2021 sono stati pubblicati tre libri che descrivono, guardando aspetti differenti del medesimo contesto, ciò che può accadere. Uno si intitola Partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana, a cura dei ricercatori Mirco Carrattieri e Iara Meloni. L’altro è Il buon tedesco, scritto dallo storico Carlo Greppi, membro del Comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Infine, ecco il saggio L’amico Fritz. Untersturmführer SS Langer, Bergamo 1943-1945, realizzato dallo storico Angelo Bendotti, presidente dell’Istituto bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea (Isrec).  L’ordine con cui citiamo i volumi non è casuale, perché, come vedremo, l’ultimo offre un quadro inatteso.

Prima vediamo la situazione in cui si svolsero gli eventi raccontati. Durante l’ultima guerra mondiale molti militari italiani prima obbedirono, su vari fronti, ai comandi dei loro generali al servizio del regime littorio e della monarchia sabauda; poi, a partire dall’armistizio dell’8 settembre 1943 tra Regno d’Italia e alleati anglo-americani, molti passarono con la Resistenza o con l’Esercito italiano di liberazione. Per quel che riguarda i partigiani, in gran parte erano ex soldati, a parte le donne e i ragazzi più giovani. Così come erano soldati coloro che finirono (come IMI, internati militari italiani) nei lager nazisti, per non aver accettato di entrare nell’esercito della Repubblica mussoliniana di Salò; altri invece si arruolarono nell’esercito repubblichino. Ebbene, c’è una vicenda poco nota al grande pubblico: al fianco dei nostri partigiani, si schierarono anche parecchie centinaia di soldati tedeschi e austriaci o di altre nazionalità alleate col Reich hitleriano: avevano abbandonato le loro file ed erano riusciti a dire di “no”, scegliendo la via della libertà e della coscienza.

I partigiani della Wehrmacht

Il volume sui Partigiani della Wehrmacht, curato da Carrattieri e Meloni, guarda ai tanti soldati agli ordini del nazismo che disertarono, rischiando la pena capitale. In parte si trasformarono da nemici in compagni di lotta; erano soprattutto tedeschi e austriaci, ma pure turkmeni, cecoslovacchi o polacchi aggregati alle truppe germaniche. Molti di loro infatti si unirono ai partigiani: in parte morirono in battaglia; altri decisero, dopo, di rimanere in Italia e di integrarsi nelle comunità che avevano contribuito a liberare. Il libro propone tredici storie di diserzione di singole persone o di interi gruppi. Alcuni marconisti dell’Aeronautica militare tedesca, la Luftwaffe, collaborarono con la Resistenza nella zona di Reggio Emilia; catturati, vennero fucilati nell’agosto 1944. Ben 560 soldati cecoslovacchi – usati dal febbraio del 1944 dall’esercito tedesco nell’Oltrepò pavese – passarono con i partigiani. Persino nel Südtirol – Alto Adige, annesso al Reich dopo l’8 settembre 1943, ci furono circa 400 casi di diserzione e renitenza alla leva tra cittadini di lingua tedesca e di lingua italiana: nella maggior parte dei casi non parteciparono a episodi di resistenza armata, soprattutto perché nella zona non c’era un retroterra che potesse sostenerla; la resistenza con le armi si verificò però in Val Passiria, a nordest di Merano, per opera di circa 30 di loro, tutti di lingua tedesca e al fronte con la Wehrmacht a partire dal 1939-40.

Si tratta di scelte che la Germania del Dopoguerra ha continuato per anni a non voler vedere; i “traditori” spesso furono messi all’indice, poi confinati in un’amnesia collettiva: la riabilitazione legale definitiva di chi passò con la Resistenza non c’è ancora stata (semmai solo quella morale, recentemente); invece i “semplici” disertori sono stati riabilitati legalmente tra 1999 e 2002, con la cessazione delle sanzioni penali subite. Anche in Italia coloro che fecero queste scelte radicali sono stati cancellati per decenni dalla memoria collettiva, perché – secondo i curatori del volume – ammettere che ci fossero disertori di area tedesca che avevano combattuto, spesso perdendo la vita, al fianco dei partigiani avrebbe smentito il pregiudizio secondo il quale il tedesco è sempre “cattivo”, mentre l’italiano è sempre “buono” (illusione su cui si basa pure il mito – tanto infondato quanto sempre in voga – degli “italiani brava gente”).

«L’idea del libro nasce dal ritrovamento della foto di uno di questi partigiani tedeschi», ci spiega Iara Meloni, una dei curatori. «Abbiamo così ricostruito 13 storie, scritte, in certi casi a quattro mani, da 16 ricercatori tra Italia e Germania. Abbiamo valutato – anche attraverso le carte dei processi per diserzione subiti in Germania dopo la guerra – che, tra tutti coloro che hanno disertato, quelli che in Italia si unirono alla Resistenza furono un migliaio». Che persone erano quelle che fecero questa scelta? «Alcuni la fecero in base a consolidate e pregresse idee anti-naziste. Altri, che erano stati nazisti convinti, hanno scelto con motivazioni anche catartiche, purificatrici, liberatorie. Altri che lo fecero per amore, perché si erano innamorati di donne italiane. Poi ci sono stati i tedeschi che passarono alla Resistenza dopo aver conosciuto le popolazioni e aver stretto amicizie, magari sconvolti da massacri e rappresaglie. Abbiamo ricostruito le traiettorie di costoro nel Dopoguerra, in Germania Est e Germania Ovest, dove spesso sono stati etichettati all’inizio come traditori. Molti di loro, comunque, hanno mantenuto contatti con l’Italia e con gli ex compagni della Resistenza».

Il buon tedesco

La scelta di uno dei soldati germanici passati con i partigiani, citata in un capitolo del precedente volume, è raccontata dettagliatamente nel libro Il buon tedesco, scritto da Greppi con un linguaggio in cui si incrociano saggistica e narrazione: il 3 settembre 1944 a Sarzana (La Spezia), nei pressi della Linea gotica, il capitano della Marina tedesca Rudolf Jacobs – 30 anni, originario di Brema, di estrazione borghese, fino ad allora rispettoso delle gerarchie – decise, assieme al suo attendente austriaco (di cui si sa poco, forse si chiamava Paul o Kurt), di passare, con le armi in pugno, dalla parte dei partigiani, raggiungendo l’Appennino tra Liguria e Toscana. Morì il 3 novembre successivo, durante l’assalto a una caserma delle Brigate nere fasciste.

Jacobs era stato notato dalla Resistenza per il comportamento premuroso nei confronti degli italiani: requisiva il cibo al mercato nero e lo donava alla popolazione; cercava di assicurarsi che gli operai impiegati dai tedeschi per varie mansioni fossero pagati decorosamente. Il capitano scelse i partigiani, convinto fra l’altro che la moglie e i due figli fossero morti sotto i bombardamenti alleati ad Amburgo (in realtà erano sopravvissuti). Grazie ai contatti col il Partito comunista di Lerici, si unì alla Brigata Garibaldi “Ugo Muccini,” arrivata a contare mille membri, fra cui molti stranieri di varie nazionalità. Dopo la guerra, il comandante partigiano Piero Galantini, nome di battaglia “Federico”, ricordò quello che gli aveva detto Jacobs: «Sarebbe stato felice di morire se avesse saputo che il suo sacrificio avrebbe fatto ridurre, anche di un solo minuto, la durata della guerra, per risparmiare anche una sola vita umana».

Carlo Greppi, l’autore, dice a Strisciarossa.it: «La vicenda è un tema che illumina la capacità che ha l’essere umano di scegliere, in ogni circostanza, il lato giusto della storia. Ho cercato di portare alla luce alcune vicende individuali. Sono felice di essere riuscito a far intravedere il volto di qualche decina di questi combattenti per la libertà; anche per contribuire a quella che mi auguro sia la fase finale del lungo e faticoso processo di riabilitazione dall’accusa di diserzione e di passaggio al nemico». Perché è stato ed è un percorso faticoso? «Sulle loro traiettorie biografiche, per ragioni diverse e sotto certi aspetti complementari, ha aleggiato di norma una sorta di maledizione. Da un lato avevano combattuto contro i loro connazionali, pur per una giusta causa, ma il valore di questo gesto nel Novecento non era compreso da molti (a partire dalla Germania e dall’Austria). Mentre dalla prospettiva delle memorie pubbliche dei paesi occupati, Italia compresa, erano pur sempre… ‘tedeschi’».

Continua Greppi: «In molte comunità locali sono tuttavia ricordati con affetto, celebrati, e in alcuni casi, come quello di Jacobs – protagonista del libro – i loro corpi sono sepolti lì. Furono migliaia i partigiani tedeschi, in Italia come altrove, ed è ora di celebrarli con riconoscenza. Ma naturalmente l’inossidabile mito del ‘cattivo tedesco’ continua a nutrire quello speculare, e assolutorio, del ‘bravo italiano’».

L’“amico” Fritz

Però esiste una terza variabile, giocata nella zona grigia che – anche nelle guerre – c’è sempre tra le categorie dei “buoni” e dei “cattivi” (già di per sé, come abbiamo visto, ingannevoli). Nella zona grigia possono annidarsi i doppiogiochisti e gli opportunisti. Il libro dello storico Bendotti su L’amico Fritz racconta una scelta diversa; scelta che si è prestata a molti equivoci, lasciando intendere, falsamente, che sia potuto esistere un nazista vero e mai pentito, ma “buono”: è il caso dell’austriaco Fritz Langer, membro della SS (Schutz-Staffel, “schiera di protezione”). La SS era una milizia speciale al comando di Heinrich Himmler, destinata a compiti di polizia di regime, all’avanguardia nel radicalismo nazista, attivamente partecipe alle persecuzioni contro ebrei, i partigiani e altre vittime del Reich, nota per le stragi commesse nei campi di concentramento.

Ebbene, Langer è stato il comandante dell’Aussenkommando SS a Bergamo (con giurisdizione anche sull’area di Como e Sondrio) dal novembre 1943 al 27 aprile 1945. Bendotti esamina, anche grazie a documenti inediti trovati in Germania, due aspetti: le strategie utilizzate da Langer nella lotta contro i partigiani e la sua capacità – aiutato dal fatto di essere cattolico – di utilizzare i buoni rapporti che riuscì a instaurare con la Curia e con il mondo ecclesiastico, da sempre egemoni nella realtà bergamasca. Tanto che non solo l’ufficiale nazista salvò la pelle e, dopo la guerra, riprese a fare il dirigente di polizia in Austria; si guadagnò pure la fama dell’“amico”, diventando persino un ospite gradito a Bergamo, negli anni successivi al conflitto, senza alcun problema neppure da parte dei reduci antifascisti.

L’aureola “buonista” (come si usa dire oggi) che Langer riuscì a tessere attorno a se stesso ha qualcosa di surreale. Di certo – con la mediazione della Curia – convinse varie formazioni partigiane attive nella zona – sia quelle di orientamento cattolico, come le Fiamme Verdi, sia di altro orientamento – ad abbandonare le armi. Come? Grazie a trattative condotte parallelamente a rastrellamenti o a operazioni di logoramento. Lo storico sfata anche il mito, tuttora diffuso nella Bergamasca, secondo il quale Lang era diventato nazista “controvoglia”. Ci dice: «I documenti dimostrano che era iscritto al Partito nazista dal 1934. Quindi la favoletta di uno costretto a diventare nazista, come qualcuno racconta tuttora, è priva di ogni fondamento». Non solo. I documenti trovati da Bendotti dimostrano che Langer ottenne due onorificenze naziste per l’attività repressiva. La motivazione dell’assegnazione della Croce di ferro, concessa per il coraggio dimostrato, loda la sua “battaglia contro i partigiani senza risparmiare la propria persona”, sostenendo che “il completo sradicamento dei gruppi di partigiani nell’area di Bergamo e Sondrio… fu principalmente merito suo”; infatti “egli partecipò personalmente a tutti i combattimenti”. Nella motivazione viene lodato anche per l’eccidio di Buglio in Monte (un paesino vicino a Sondrio), condotto nel 1944 assieme dai tedeschi ai fascisti repubblichini: l’intero paese, dove c’erano partigiani e civili, fu colpito con cannonate, poi assaltato. Morirono quindici persone: sei paesani, tra cui una bimba di 2 anni, e 9 partigiani. Solo l’intervento del parroco riuscì a evitare che fossero uccisi i civili superstiti, ammassati nella piazza del municipio.

Eppure Langer riuscì nel suo intento di apparire un “bravo nazista”, inscenando persino, quando ormai la guerra era stata persa dai nazifascisti, un finto tentativo di suicidio. Insomma, un abile doppiogiochista che, mentre riceveva onorificenze hitleriane, riusciva anche a creare i presupposti per salvarsi la vita alla fine del conflitto, negli ultimi mesi di una guerra che – come aveva intuito – la Germania era destinata a perdere. Bendotti ha scritto il libro proprio per infrangere una serie di tabù, di difficoltà nella comprensione di quegli anni e della complessità del periodo segnato dalla Resistenza. Afferma che ci sono state anche quelle zone grigie, in cui personaggi come quell’ufficiale delle SS – seppur responsabile di rastrellamenti ed esecuzioni sommarie – sono riusciti a spacciarsi per “buoni”. «Chi come me ha dedicato praticamente il suo lavoro di studioso alla Resistenza, non ha potuto che porsi molte domande sulla figura di questo importante nemico del movimento di liberazione, capace di avere mille facce sfaccettature: nello stesso tempo repressore e abile negoziatore», sostiene lo storico bergamasco.

La coscienza che non inaridisce

Insomma i tre libri – legati ai due anni finali della II Guerra mondiale in Italia – illuminano alcuni anfratti ancora poco noti (e spesso censurati) della nostra storia. Nello stesso tempo, ci fanno ragionare in modo universale sul concetto di “nemico” in guerra, anche nei conflitti in corso adesso: non tutti gli esseri umani in divisa sono uguali, sebbene quella divisa appiattisca la percezione che si ha di loro. Tanti obbediscono agli ordini più terribili, senza rimorsi; alcuni fanno scelte radicali e si ribellano. Altri sono così cinici e furbi da ingannare chiunque.

Forse ha avuto ragione il grande scrittore tedesco Siegfried Lenz (1926-2014, al fronte durante la guerra, disertore verso la fine del conflitto, poi prigioniero degli inglesi, quindi interprete per loro). Nel suo romanzo Il disertore (Der Überläufer) – dove un militare della Wehrmacht si unisce ai partigiani polacchi e all’Armata rossa (storia divenuta un film nel 2020) – scrive: «Solo la coscienza non inaridisce, questo fiero, aspro paesaggio di giustizia, questo fortino contro il rimorso». Guarda caso, quel romanzo è rimasto sepolto in un cassetto fino al 2015; Lenz lo aveva scritto nel 1951, ma ben 15 editori tedeschi si erano rifiutati di pubblicarlo, perché lui era accusato di essere stato un traditore. Il romanzo vedrà la luce solo dopo la morte dello scrittore, nel 2016. Però, chissà: magari anche le guerre di oggi avranno bisogno di parecchie decine di anni prima che si riescano a perdonare certi eventuali “tradimenti”, dettati dalla coscienza.

Bibliografia
Angelo Bendotti, L’amico Fritz. Untersturmführer SS Langer, Bergamo 1943-1945, Il Filo di Arianna, Bergamo 2021.
Mirco Carrattieri e Iara Meloni (a cura di), Partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana, Le Piccole Pagine, Calendasco (PC) 2021.
Carlo Greppi, Il buon tedesco, Laterza, Bari 2021.
Siegfried Lenz, Il disertore, Neri Pozza, Vicenza 2017.