La stanza dei sogni e del diletto. Al Fortuny la sala affrescata di Zoran Music

La vita in una stanza. La storia artistica e immaginifica di un grande pittore racchiusa in un unico ambiente. Una sorta di incredibile e originale catalogo dipinto che consente di ripercorrere l’esistenza creativa di Zoran Music, pittore goriziano ispirato da Venezia, Parigi e la Slovenia. I luoghi dello studio, dell’amore, dell’analisi, del confronto e dei sogni di una vita lunga novantasei anni.

La stanza che racchiude tutti i soggetti cari all’artista è, o meglio era, una di quelle tavernette che nelle cantine delle ville da sempre sono state luogo di svago. Un luogo dove giocare a carte con gli amici, ballare, mangiare qualcosa in compagnia. Parlare di letteratura, poesia. Ce n’era una, adiacente alle cantine, nella villa di Zollikon, a un passo da Zurigo, di proprietà delle sorelle Charlotte e Nelly Dornacher, che, affascinate dall’arte di Music, dopo una visita nello studio veneziano, gli dettero l’incarico di affrescarla. E lui, siamo tra il ’49 e il ’50, eseguì quell’opera a tutto campo, collaborato da Paolo Cadorin, direttore del dipartimento di restauro del Kunstmuseum di Basilea, prima amico e poi cognato. Paolo Cadorin che poi, tanti anni dopo, quell’opera, davanti all’ipotesi che la villa potesse essere abbattuta, decise di salvarla. Ci sono voluti anni, lui non ha visto compiuta la sua geniale intuizione poiché è mancato nel 2014, ma la stanza ora vive in autonomia, è stata recuperata attraverso una tecnica complessa e la si può ammirare in tutta la sua completezza fino al 21 ottobre nelle sale del museo Fortuny di Venezia, diretto da Daniela Ferretti.

Sulle pareti della Stanza di Zurigo, così come sul soffitto, ci sono tutti i soggetti cari a Music. I cavallini con le gualdrappe colorate, le donne col parasole, l’amata Venezia, le montagne, i suoi paesaggi e i ritratti delle due committenti, quello del pittore e di sua moglie Ida. Un ambiente curato nei minimi particolari. Dalle luci agli arredi, le tende e la tovaglia di grosso lino ricamate Manca solo il campo di concentramento, esperienza troppo vicina e troppo dolorosa, ricordato in opere di altro periodo, molte eseguite proprio in prigionia. Quella memoria rivive in un ciclo a sé stante dal titolo “Noi non siamo gli ultimi”.

Il destino autonomo della stanza ora che l’opera, cominciata nel 2008, è stata compiuta, sembra essere stato già tracciato fin dall’inizio. Non poteva essere fine a se stessa. La difficoltà di un possibile “strappo” successivo era già chiara all’amico restauratore dell’artista già perso nell’esecuzione di quel libro dei ricordi a colori che poi diventeranno quelle mura. E, quindi, a una parte delle pareti furono applicate delle tele di lino, operazione che si è rivelata di grande importanza nel momento in cui si è proceduto al distacco sia del soffitto, il primo ad essere dipinto, che dei quattro lati. Ma molto è stato dipinto su intonaco e grande è stato il rischio di perdere ogni cosa al momento dell’intervento di distacco. Ad un certo punto meglio rischiare, piuttosto che assistere alla totale distruzione. Ci è voluto tempo, capacità e impegno economico, sostenuto dalla fondazione Charlotte und Nelly Dornacher. Ma è andata bene. Dei passaggi dall’origine all’oggi ne è testimone attraverso ricordi e partecipazione attiva Monique Veillon Cadorin, la moglie di Paolo.

Le pareti e il soffitto avrebbero potuto essere esposte in modo autonomo. E’ stata fatta invece la scelta più impegnativa di ricostruire in modo completo e rispettoso la stanza dei sogni decorata con i tradizionali colori “sobri e opachi” del pittore, intensi ma non smaglianti, passando dalle prove iniziali alla struttura definitiva in alluminio. Le parti separate secondo Cadorin non avrebbero trasmesso l’unità estetica dell’intero lavoro. Diego Bianchi, esperto nella valorizzazione dei beni culturali, ha portato a compimento il progetto ed è riuscito, con le tecniche più moderne applicate a un’opera così complessa, a realizzare una struttura che è certamente imponente ma allo stesso tempo manovrabile. Priva di saldature ma capace di essere assemblata con estrema semplicità. Quindi in grado di essere spostata dovunque. Una grande scatola piena di colori, pur sfumati alla Music, e di ricordi.

Chissà, dopo il Fortuny, di quale casa artistica la stanza andrà a fare parte.