“La sposa nel vento”, un film sperimentale per combattere la piaga del femminicidio

 

Il nuovo film del regista e video-artista Giovanni Coda “La sposa nel vento” chiude la trilogia sulla violenza di genere iniziata con “Il rosa nudo”, sulle atrocità naziste viste attraverso la storia vera di Pierre Seel arrestato e deportato perché omosessuale e proseguita con “Bullied to Death”, che affronta il tema del bullismo. Con “La sposa nel vento”, il regista, affronta il tema, drammaticamente attuale, del femminicidio e della violenza sulla donna.

Da sempre il lavoro di Giovanni Coda affronta, con il suo cinema sperimentale, argomenti e problemi complessi. Anche questa volta il regista colpisce nel segno. La violenza di genere si manifesta in forme diverse e in contesti geografici, culturali ed economici diversificati, ma è segnata sempre dal mantenimento dello squilibrio di potere tra i generi nella società, con l’obiettivo di costringere le donne a una cieca subordinazione. La ribellione a questo dominio è considerata un affronto da punire, e viene contrastata con la condanna all’oblio, alla morte.

La lingua sarde per ricordare Antonia Mesina

Il film si sviluppa in un’alternanza di linguaggi tipici del lavoro di Coda: le testimonianze e le interviste si alternano alla danza e alla recitazione, alla poesia, con il contributo di bravi attori in particolar modo Serra Yilmaz e Lorenzo Balducci. Realtà e finzione si intrecciano per abbracciare un lungo periodo di tempo che dà la dimensione della piaga sociale dura a morire. “Assistiamo ancora oggi all’annientamento fisico e simbolico dell’Essere Femminile, con una frequenza e brutalità che ha oltrepassato il livello dell’emergenza”, spiega Giovanni Coda.

L’utilizzo della lingua sarda serve a ricordare la vicenda di Antonia Mesina la quindicenne aggredita e uccisa per essersi ribellata, nel 1935, ad un tentativo di stupro nelle campagne di Orgosolo mentre raccoglieva la legna. Sulla coreografia che si sviluppa per le stradine della città sarda, con i suoi caratteristici murales, che ricorda l’episodio, si sovrappongono le parole della mamma scritte per gli “attitus” della figlila (ultimo omaggio della madre al defunto) della figlia: “…Dal cuore mio per tutta l’eternità non ti dimentico mai figlia mia…”.

Il ricordo del massacro del Circeo

Non passa giorno che non si senta la notizia di un femminicidio o tentata violenza su una donna. Si rischia quasi un’assuefazione al problema. Tuttavia, quando si ascoltano le testimonianze delle donne scampate alla violenza è come se ci arrivasse un pugno diretto nello stomaco. Quando la voce fuori campo legge la testimonianza drammatica di Donatella Colasanti, scampata al massacro del Circeo, non si può rimanere indifferenti. Era il 1975, Rosaria Lopez fu uccisa, la Colasanti riuscì a salvarsi fingendosi morta. Furono trovate nel bagagliaio di una Fiat 127, mentre i loro aguzzini erano a cena. I tre criminali, Ghira, Izzo e Guido provenivano da agiate famiglie della borghesia romana, vicine agli ambienti neofascisti e missini e avevano precedenti per rapina a mano armata e stupro.

Anche quando si ascolta la testimonianza di una donna sarda, la quale racconta che suo marito la chiamava “aliga”, immondizia in sardo, (“mentre io i rifiuti li raccolgo, li divido anche, faccio la raccolta differenziata”, dice), non si può rimanere indifferenti e non rabbrividire. Le voci tremolanti e coraggiose delle donne che raccontano con dolore le loro drammatiche esperienze di violenza fisica e psicologica si intrecciano con i nudi velati delle danzatrici che rappresentano la riappropriazione del proprio essere donna.

“La sposa nel vento”, è scritto e diretto da Giovanni Coda e prodotto da Movie Factory di Francesco Montini, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission, della Fondazione di Sardegna e del Comune di Quartu Sant’Elena. Ha recentemente conquistato il premio per il miglior film sperimentale al “London Movie Awards”.