La sovranità alimentare non è autarchia o solo difesa del cibo italiano

La questione della sovranità alimentare, dopo l’annunciato emendamento nominale al ministero delle Politiche agricole, non è una esibizione neofascista o evocatrice di pulsioni autarchiche. Almeno, ci si augura che non si incanali, ben presto, in un siffatto filone. Se ne discute in queste ore e giorni e proprio ieri sera il neo ministro Lollobrigida ha annunciato un programma di investimento su un milione di ettari coltivabili “perché non vi basta quel che ci mette a disposizione l’Europa”. Lo si capirà presto se è una posizione di scontro o di confronto costruttivo. In ogni caso, bisogna prendere atto che la destra è riuscita, con grande successo, a penetrare nel sentimento comune a difesa della bontà del cibo italiano.

Colpire l’Europa baciando prosciutti

Questa bontà è una verità incontrovertibile. Un fatto che è stato utilizzato certamente strumentalmente, nel corso degli anni, per colpire la credibilità dell’Unione europea. Sarebbe stato sufficiente che gli europeisti, le forze progressiste e generalmente di centrosinistra, avessero assunto la difesa dell’Europa in questo campo con una diversa lungimiranza per tagliare le unghie alla insidiosa propaganda patriottica. Non lo hanno fatto. O, per lo meno, se lo hanno fatto, si sono visti scippare il tema, con estrema facilità, dai propugnatori della salvaguardia dei prodotti nazionali.

Olio, vino, latte, parmigiano: sono state alcune delle armi alimentari brandite dalla destra sovranista per minare l’impianto della “burocrazia di Bruxelles”. Molti ricorderanno la storiella dei funzionari europei impegnati a misurare la circonferenza dei piselli o la lunghezza dei cetrioli. Vera o falsa che sia, ha conquistato le prime pagine dei giornali e convinto vastissime porzioni dell’opinione pubblica europea e nazionale senza che neppure l’evidenza su una forzatura della vicenda riuscisse a smontare una campagna efficacissima.

I sovranisti hanno lavorato per anni in questo campo sapendo del resto che il bilancio comunitario è stato sempre largamente maggioritario nei confronti del comparto agricolo. La politica agricola è – molti non lo ricordano – preponderante e manovrata a livello comunitario e, sotto l’aspetto decisionale, nelle mani dei governi che agiscono in seno al Consiglio dei ministri. Giorgia Meloni evidentemente lo sa bene e, non a caso, ha preso il controllo del ministero affidandolo ad una persona di assoluta fiducia. L’on. Lollobrigida, siamone certi, passerà molto del suo tempo tra Bruxelles e i convegni dei coltivatori. La Francia, per dirne una, ha sempre difeso con fermezza i propri interessi agricoli: ad un vertice europeo a Formentera (settembre 1995) l’allora presidente Chirac bloccò per ore un negoziato se non avesse ottenuto un trattamento favorevole di cui avrebbe beneficiato la sua regione di provenienza. E il britannico Major, a sua volta, tentò di impedire ad ogni costo i provvedimenti di abbattimento dei capi di bestiame colpiti dalla “mucca pazza”. E Lollobrigida ha fatto sapere che sarà subito attivo con il piano sulla coltivazione dei terreni.

La filiera agricola produce grandi consensi che si estendono, nella lunga catena, sino ai consumatori. L’aveva capito anche il leader della Lega, Salvini, abituato ad odorare prosciutti ed a mandare baci a mandrie di vacche al pascolo. Ma senza successo. Evidentemente persino i protagonisti delle battaglia leghista sulle “quote latte” (l’Italia ancora paga le sanzioni Ue) gli hanno voltato le spalle affidando, adesso, le loro fortune al gruppo dirigente di Fratelli d’Italia. Che si presenterà al tavolo dell’Ue, in nome della sovranità alimentare, per difendere i prodotti della Nazione. Ci sarà da trattare, ci sarà da prendere atto che la difesa della genuinità del cibo italiano sarà più facile se esercitata dentro il sistema europeo e, nel caso di una sconfitta, si consoliderà vieppiù la torsione antieuropea perché ostile agli interessi dei cittadini consumatori.

Dalla fattoria alla tavola

Sul “farm to fork”, la strategia europea da poco varata, ci sarà una manifestazione muscolosa? Lo vedremo. Ma non v’è dubbio che la questione della sovranità alimentare, subito evidenziata dalle idee sui terreni incolti, mette in risalto una sconfitta politica degli europeisti. Com’è stato possibile che la pulsione sovranista si sia impadronita del tema alimentare, della protezione dei prodotti tipici, sia riuscita a far propria la campagna del “made in Italy”? Perché gli europeisti, che hanno argomenti fortissimi, oppure la sinistra che ha fatto dell’Europa un cavallo di battaglia di prim’ordine (ci ha messo persino una tassa senza colpo ferire), ha lasciato pressoché campo libero alla propagande della destra?

Eppure non sarebbe stato difficile. A cominciare dal credito conquistato con la “vittoria” per l’introduzione dell’euro che nel 1999 ha segnato un punto alto dell’integrazione pur lasciando scoperto l’aspetto strategico dell’Unione politica accanto a quella monetaria. C’era un’autostrada aperta ma che è rimasta bloccata al casello della mancata approvazione della Costituzione.

Ciò non può far dimenticare, però, quante risorse finanziare dell’Unione abbiano imboccato, e tuttora imbocchino, la via dell’Italia. Soldi europei direttamente ai produttori, a sostegno dei vari comparti. Non è vero che l’Europa sia cattiva. L’Ue è solidarietà, garantisce uno dei princìpi fondanti, scritto nel Trattato. Dunque, parlare di sovranità nazionale è improprio, perché la sovranità, specie in agricoltura, è nettamente europea. Proprio perché stanno in capo all’Ue la forza e gli strumenti di un mercato interno da proteggere di fronte agli attacchi fraudolenti che, in questo campo, possono venire dall’esterno. Non sembrano esservi più i problemi dell’idraulico e dell’infermiera polacchi che, in virtù della direttiva “Bolkestein” (dal nome di un commissario europeo), avrebbero tolto il lavoro ai giovani italiani.

Ma l’annuncio del neo ministro Lollobrigida dà già la misura dei propositi che il nuovo governo intende perseguire. Un rafforzamento dell’agricoltura italiana con l’occhio attento al sostegno europeo. Di sicuro si promette battaglia in Europa specie se si intende contestare la strategia del “farm to fork” che punta ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare sostenibile. Siamo solo agli inizi.